Somalia, campo di battaglia tra Etiopia e Kenya

L’esercito del Kenya afferma di aver spezzato la spina dorsale del gruppo al-Shabaab dopo l’uccisione di oltre 50 miliziani (notizia smentita dagli interessati), ma la realtà sul campo dice che la portata geografica della guerra in Somalia  si sta diffondendo.
Questo articolo offre una panoramica delle forze in campo: da un lato al-Shabaab (letteralmente: “la gioventù”), legata ad al-Qa’ida, che conta 2.000 combattenti (un decimo gli stranieri) e controlla vaste aree nella Somalia meridionale. Dall’altro il Governo Federale di Transizione (3.000 uomini, ma potrebbero essere il doppio), che rappresenta l’unica parvenza di autorità statuale nel Paese; Amisom (missione dell’Unione Africana, 10.000 uomini); Etiopia (1.500 uomini), da poco rientrata in guerra; Kenya (2-3.000 uomini); contractors e altri soggetti non meglio identificabili.
Anche l’America è presente (con i droni). Nell’inferno somalo, gli Stati Uniti sono spettatori interessati. La cronica instabilità nel Paese rappresenta il retroterra all’origine della pirateria, che mette a rischio le fondamentali rotte energetiche di passaggio nel Golfo di Aden e nello Stretto di Hormuz.

Da quando Nairobi ha inviato le proprie forze armate all’interno del territorio somalo, almeno 30 persone sono state uccise negli attacchi sferrati nel Nordest del Kenya, alle quali si aggiungono le 70 morte in attentati a Kampala, Uganda. Questo perché l’invasione kenyota ha galvanizzato al-Shabaab, che si pone come movimento di resistenza contro le potenze straniere, invitando i somali a ribellarsi contro i “cristiani” aggressori dal Kenya. Benché appaia improbabile che un gruppo di guerriglieri riesca a tenere testa ad un’intera coalizione di eserciti, è proprio questa capacità di mobilitare forze sempre nuove attingendo alla disperazione della gente a rappresentare l’arma segreta di al-Shabaab. Quella che gli ha permesso di respingere l’invasione etiope nel 2006.
Tuttavia anche il gruppo estremista si sta rendendo molto impopolare a causa della violenza indiscriminata e del rifiuto di qualunque soluzione politica alla crisi somala.

Sullo sfondo di questa guerra strisciante e di una tragedia umanitaria di cui nessuno sembra occuparsi, emerge la crescente rivalità tra Etiopia e Kenya, entrambi ambiguamente amici dell’Occidente ma rivali tra loro nel Corno d’Africa.
Addis Abeba, finora indiscussa potenza regionale, vede sempre di più il suo primato minacciato dall’ascesa di Nairobi. Quest’ultima non ha mai abbandonato il progetto di creazione dello Jubaland, Stato che sorgerebbe sulle ceneri dello sfaldamento somalo, alla totale dependance del governo kenyota. Non è un caso che l’esercito kenyota si sia spinto fino a Chisimao, 120 km oltre il confine. Come non lo è la decisione dell’Etiopia di gettarsi di nuovo nella mischia somala, impegnandosi nelle regioni centrali di Hiran e Galgudud e più a sud, nella valle di Shabelle, appena due mesi dopo l’invasione kenyota.

Al centro di questo fuoco incrociato, il popolo somalo vive in un perenne stato di alienazione. Gli sforzi compiuti dai Paesi vicini alla Somalia per liberare il Paese di estremisti sarebbero più convincente se il GFT si fosse mostrato in grado di proteggere i cittadini contro la peggiore carestia degli ultimi decenni. Ma le divisioni in seno allo stesso Governo tra il presidente Sharif Sheik Ahmed e uno degli uomini più influenti del suo esecutivo, l’ex alleato Sharif Hassan, stanno contribuendo alla paralisi politica del fragile organo – si vedano le dimissioni del Primo ministro Mohamed Abdullahi Mohamed nello scorso giugno,o costretto a lasciare in virtù di un accordo tra i due rivali.
Anche se al-Shabaab fosse sconfitto, il GFT non sarebbe in grado di unire un Paese distrutto dalla guerra, prostrato dalla carestia e lacerato dalle lotte tra i clan. Lungi dal sostenere la riconciliazione, il presidente Sharif e Sharif Hassan hanno finito per minarlo ulteriormente.
Nemmeno la comunità internazionale sembra più in grado di fare qualcosa, se non per peggiorare la situazione. Ad esempio, le misure promosse dal governo americano per impedire il finanziamento di gruppi terroristici rischiano di bloccare l’afflusso di 100 mln $ in rimesse dagli Stati Uniti. Per un Paese dove la sopravvivenza di 250.000 persone è messa in forse dalla carestia, bloccare quel denaro equivale ad una condanna a morte certa.
Oggi come ieri, la Somalia resta un campo di battaglia permanente.

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