Il petrolio dietro l’intervento americano in Uganda

La decisione di Obama di inviare circa 100 soldati – per lo più appartenenti alle operazioni speciali – in Uganda è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Kampala non è direttamente coinvolta nella sfera di interessi americani. Come mai l’America stia aprendo il suo quarto fronte di guerra da quando l’attuale presidente in carica?
Gli americani non avevano più truppe nel Corno d’Africa dai tempi dell’operazione Restore Hope. Dopo la battaglia di Mogadiscio, in cui 18 soldati persero la vita, il presidente Clinton decise di ritirare il proprio contingente. Stavolta, però, il nemico non è al-Shabaab in Somalia, bensì l’Esercito di Resistenza del Signore, guidato da Joseph Kony e accusato di crimini contro l’umanità. Negli anni l’LRA ha subito pesanti defezioni: se nel 2003 poteva contare su 3000 guerriglieri armati e circa 2000 fiancheggiatori, oggi le sue forze sul campo sarebbero ridotte tra le 200 e le 400 unità.
L’obiettivo di Obama è aiutare il governo di Kampala a migliorare la propria sicurezza interna. La Casa Bianca ha cercato di appoggiare l’Uganda già sotto la presidente Bush; tuttavia la tempistica di questa nuova operazione è alquanto strana, soprattutto considerando la volontà dell’amministrazione di svincolarsi dai conflitti in Iraq e Afghanistan.

In realtà, dietro la consueta facciata della retorica umanitaria, la scelta degli Usa di reimpegnarsi in Africa Orientale sottende obiettivi molto concreti.
Recenti studi affermano che l’Uganda, a lungo ignorato nella regione dei Grandi Laghi, sarebbe adagiato su un giacimento di petrolio da 2,5 miliardi di barili, che potrebbero salire addirittura a 6 secondo stime più ottimistiche. Sufficienti a farne un produttore di medie dimensioni.
Una ricchezza energetica per il momento solo parzialmente accessibile a causa dell’instabilità politica. Inserito in quel calderone di conflitti e tensioni etnico-politiche che è il Corno d’Africa, l’Uganda non potrà sfruttare pienamente le proprie risorse fintantoché vaste porzioni del suo territorio sfuggiranno all’autorità del governo centrale.
Peraltro, il giacimento in questione, situato in prossimità del Lago Alberto, sarebbe parte di un bacino petrolifero ben più ampio che potrebbe estendersi fino alla vicina Repubblica Democratica del Congo, Paese non meno devastato dell’Uganda – e dove gli interessi industrie occidentali sono legati a doppio filo alle ragioni del sanguinoso conflitto in corso. E l’Uganda, così come il vicino Kenya, è solo agli albori delle esplorazione petrolifera. Nel Paese sono previsti investimenti stranieri per tre miliardi di dollari entro il 2015. Poco importa se, come prevedibile, non tutti i trenta milioni di abitanti (per il 40% malati di Aids) ne beneficeranno.
La fascia che va dall’Africa occidentale all’Uganda potrebbe produrre un quinto del petrolio necessario al fabbisogno Usa entro il 2025. Proteggere l’accesso ad un tale tesoro è una priorità fondamentale per l’America, soprattutto in vista della crescente concorrenza cinese. Non c’è dunque da stupirsi che le mappe dei campi petroliferi e quelle del coinvolgimento militare americano tendano a sovrapporsi.