L’Italia è una repubblica (af)fondata nel cemento

In Italia ogni volta che piove si apre l’ombrello e ci si fa il segno della croce. Questo perché l’Italia è il Paese dei santi, poeti, navigatori. E del cemento. Da noi il cemento uccide. Uccide il territorio, soffocando le campagne nell’asfalto; la legalità, poiché l’abusivismo rimane una piaga diffusa; la popolazione, in quanto l’acqua piovana, non più assorbita dal terreno, provoca allagamenti e frane.
In una penisola a rischio idrogeologico come la nostra, la cementificazione contribuisce in modo sostanziale all’incremento degli eventi calamitosi. L’ultimo rapporto sul consumo del suolo in Italia, presentato dal Centro di ricerca sui Consumi del Suolo lo scorso aprile, ha evidenziato come il pesante sovraccarico urbanistico stia sempre più deturpando gli ambienti naturali. Solo nelle regioni Lombardia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Sardegna , ad esempio, la cementificazione divora circa 10.000 ettari di territorio all’anno, di cui la metà coperta da vegetazione spontanea, dunque sottratta alla natura.
Nella sola Lombardia è come se ogni giorno sparisse una superficie equivalente a due aziende agricole (tanto che un quarto del terreno arabile è già stato cancellato); in Veneto il 22% del territorio è già stato cementificato; in Alto Adige il 28% di quello insediabile. Ma il fenomeno procede anche nelle regioni del Centro, per non parlare di quelle del Sud, dove il connubio tra politica, edilizia e criminalità ha prodotto un abusivismo dagli effetti devastanti.
Sebbene il boom edilizio sia collocabile tra gli anni Settanta e Ottanta, di fatto la cementificazione non ha mai registrato flessioni. Negli ultimi 20 anni il consumo del suolo è proseguito in modo abnorme e incontrollato, al punto che la quantità di cemento “pro capite” nello stesso periodo ammonterebbe a 14 tonnellate, il doppio della media mondiale. Non pochi dati evidenziano tutte le conseguenze connesse alla insostenibilità di questa urbanizzazione scriteriata.

La ragione del fenomeno va ricercata nel patto tra edilizia e politica che nel nostro Paese affonda le sue radici fin dal secondo dopoguerra. Concessioni in cambio di voti. Case per le famiglie, sviluppo per il Paese. Uno schema che andava bene a tutti. Tanto che l’edilizia fu il vero motore del miracolo economico postbellico.
L’andazzo però non poteva durare in eterno; non in una penisola dove l’ambiente non è sempre in grado di sostenere gli insediamenti umani. Perché l’attuale grado di sovrasviluppo urbanistico è incompatibile con la geomorfologia del nostro territorio. Eppure l’espansione edilizia non si è mai fermata. Non c’è da stupirsi che il Bel Paese stia franando. Oltre i due terzi dei comuni (per la precisione 5,708, 70,5% del totale) sono a rischio idrogeologico, con Liguria, Campania, Lombardia, Toscana, Sicilia e Calabria fra le regioni più colpite. Solo nello scorso anno si sono verificati 88 eventi franosi principali, con un bilancio complessivo di 17 vittime, 44 feriti e oltre 4.431 persone evacuate. A riprova della fragilità del suolo italico, il World Landslides Forum, tenuto il mese scorso a Roma presso la sede della Fao, ha certificato che oltre 486.000 delle 712.000 frane registrate dall’Unione Europea si sono verificate in Italia, per danni economici che ammontano a oltre un miliardo di euro l’anno.

A lungo andare, l’urbanizzazione selvaggia non ha giovato neppure ai costruttori. Paradossalmente, il settore edile (e il connesso mercato immobiliare) attraversano una fase di profonda e perdurante crisi, proprio perché si è costruito troppo. Nelle città si contano oltre cinque milioni di unità immobiliari vuote, eppure i prezzi non si abbassano a causa della speculazione. A soffrire è soprattutto il mercato residenziale: nel 2010 si è registrato un calo delle transazioni del 4,1%, il livello più basso degli ultimi sette anni.
Non potendo più contare sulle ricche rendite di un tempo provenienti dall’edilizia abitativa, negli ultimi l’affarismo si è spostato sulle grandi opere pubbliche, di cui la TAV è solo la punta dell’iceberg.
In tutto questo la politica resta complice o quanto meno connivente. E dire che abbiamo la normativa edilizia più severa al mondo, e che basterebbe sovrapporre le foto satellitari alle mappe catastali per individuare con precisione gli immobili abusivi, soprattutto nelle aree a rischio calamità. A norma di legge, gli immobili non accatastati sono di proprietà di nessuno; i beni immobili che non sono in proprietà di alcuno spettano al patrimonio dello Stato (art. 827 cod. civ.). Inoltre, mentre altri Paesi promuovono norme a tutela dell’ambiente con severi limiti alla crescita urbana, da noi si fa esattamente il contrario. Si è visto nell’ultimo decreto milleproroghe, per non parlare della querelle sulla proposta di un nuovo condono edilizio: si, ma anche no, ma anche forse.
In pratica, un’alzata di mani: ammettendo la propria incapacità di far rispettare le regole, la politica si vede costretta a scendere a patti con chi le infrange. Riversandone i costi sulla collettività nell’illusione di un effimero introito.

Viviamo in un Paese che per secoli ha ispirato miriadi di scrittori, poeti e artisti con la meraviglia dei suoi paesaggi, ma in cui la bellezza della Natura nasconde anche molte insidie. Questo imporrebbe un’oculata gestione in sede di pianificazione urbanistica, affinché le popolazioni e le attività umane siano esposte il meno possibile alla furia degli elementi. Perché se non è possibile prevedere un’alluvione o un terremoto è sempre in nostro potere prepararci a tali eventi.
Invece ad ogni cambio di stagione c’è un’area del Bel Paese che soccombe alla Natura. Perché non erano state prese le misure più idonee alla messa in sicurezza. O perché si è fatto l’esatto opposto, costruendo laddove non si doveva, in nome del mal affare e degli interessi di pochi a danno del benessere di tutti.
E questo, più di altra cosa, ci ricorda che il progresso morale di una società non sempre viaggia sui stessi binari di quello materiale. Che lo sviluppo, quello vero, si costruisce con la legalità e il rispetto delle regole, non alzando nuove Torri di Babele che poi gli elementi spazzeranno via. Come gli scrupoli di chi le aveva erette.

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