Putin: il ritorno dell’uomo che non se ne è mai andato

1. Quelli che tutti supponevano ha avuto conferma ufficiale ieri: il prossimo anno Vladimir Putin sarà il “nuovo” presidente della Russia. E potrebbe restarlo fino al 2024.
La notizia l’ha data proprio colui che doveva essere il suo concorrente, l’attuale numero uno del Cremlino Dimitry Medvedev. Trova dunque una risposta quella che molti avevano dipinto come la domanda del secolo nella storia politica russa. Perché l’avvicendamento tra Medvedev e il suo “fratello maggiore” a zar di tutte le Russie, al netto delle speculazioni dei media, non è mai stato veramente in discussione. Le elezioni del prossimo marzo formalizzeranno il cambio della guardia.
L’occasione per l’annuncio è stato il congresso di Russia Unita, il partito dei due diarchi di Mosca. Medvedev ha dichiarato di voler appoggiare la candidatura del suo predecessore; Putin lo ha ringraziato aggiungendo che per lui sarebbe stato un “grande onore”. Tutto secondo copione.
Il ritorno dell’ex ufficiale del KGB al Cremlino si concretizzerà in marzo. Medvedev sarà probabilmente a capo della Duma, la camera bassa del parlamento russo. Uno swap che i due stanno cercando di far passare come un trionfo della democrazia.

2. Per mesi è sembrato come se la domanda su chi sarebbe stato il prossimo presidente russo fosse la più importante (ed incerta) nella storia del Paese. A onor del vero, i realisti avevano pochi dubbi sul fatto che Putin si sarebbe ripreso quella poltrona che Medvedev ha avuto il compito di tenergli in caldo. Va comunque detto che nei (quasi) quattro anni in cui la Russia è stata sorretta da questa ambigua diarchia non sono mancate occasioni in cui il presidente, ex pupillo del premier, è sembrato smarcarsi sempre di più dal suo mentore, dando l’idea di voler puntare alla rielezione nel 2012. La lista di episodi in cui i due uomini del Cremlino si sono trovati su posizioni contrastanti è piuttosto nutrita.
Nel 2008 Medveedev definì l’economia russa come primitiva poiché troppo dipendente dall’esportazione di materie prime ed inadeguata ad offrire servizi alle persone; al contrario Putin replicò che l’economia russa era sulla giusta strada e la crisi ne aveva solo rallentato la marcia.
Nel 2009 condannò la corruzione cronica che affligge il Paese, a cominciare da quella che intacca la burocrazia statale. Una posizione ribadita da Putin, il quale però si affrettò ad aggiungere che si trattava di un problema presente un po’ in tutti gli Stati e che in fin dei conti era un fenomeno fisiologico, perciò difficilmente eliminabile.
A un anno dalla guerra russo-georgiana, palesemente voluta da Putin, Medvedev definì il Caucaso come il problema politico interno più serio della Russia, criticando indirettamente il modo in cui era stato gestito fino a quel momento. Putin, dal canto suo, fece orecchie da mercante, affermando che i continui attentati che infiammano l’area non sono frutto opera del terrorismo bensì una mera lotta tra clan per la redistribuzione delle proprietà.
Nell’aprile 2010, quando Russia e Ucraina rinnovarono l’accordo per la concessione alla flotta di Mosca della base di Sebastopoli fino al 2042 (in cambio di uno sconto sul prezzo del gas), mentre Putin definì il prezzo “esorbitante”, Medvedev stupì tutti dichiarando che la somma pattuita era “enorme ma giusta”.
Nell’estate dello stesso anno, Medvedev ha bloccato il progetto di costruzione dell’autostrada Mosca-San Pietroburgo, sponsorizzato dall’onnipotente sindaco della capitale Jurij Luzhkov, noto sostenitore di Putin. Luzhkov è stato poi sollevato dall’incarico dal presidente poiché ritenuto responsabile della disastrosa gestione dell’emergenza incendi.
C’è poi stato, in ottobre, il veto presidenziale alle modifiche apportate alla legge sulle manifestazioni di piazza, che avrebbero introdotto regole molto più restrittive. In un primo tempo approvate dalla Duma, il presidente le ha ritenute contrarie ai principi costituzionali che tuetelano la libertà di espressione. Medvedev ha condannato l’arbitrarietà del potere che mina le libertà civili dei cittadini russi, incoraggiando l’edificazione di una cultura della libertà e di uno spirito critico nelle persone. Putin, per tutta risposta, ha dichiarato in un’intervista che chi protesta malgrado il divieto di manifestazioni pubbliche in Piazza del Trionfo a Mosca deve aspettarsi una manganellata in testa da parte della polizia.
Anche sul controverso processo Khodorkovskij, Medvedev ha voluto prendere le distanze da Putin: se durante il dibattimento in aula il premier aveva definito l’ex patron della Yukos “un ladro che deve stare in galera”, il presidente aveva precisato come nessun funzionario dello Stato potesse esprimere giudizi in grado di condizionare il potere giudiziario.
Per finire, la Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza Onu, che ha aperto la strada all’intervento militare in Libia. Il ministro degli esteri Lavrov ha seguito alla lettera le istruzioni di Medvedev (secondo la costituzione è il presidente, e non il primo ministro, ad avere responsabilità sulla politica estera), il quale ha aggiunto che “la Russia non ha esercitato il potere di veto per una semplice ragione: non considero questa risoluzione sbagliata”. Secondo la Reuters, Mosca avrebbe accettato di astenersi soprattutto su pressione americana. Washington avrebbe considerato il sostegno del Cremlino come un grande passo avanti nel miglioramento delle relazioni tra i due Paesi. Sul quale Putin, da par suo, nutriva qualche dubbio.

3. Il tema sul quale lo scontro di personalità tra i due uomini forti si è fatto più acceso è comunque il reset nelle relazioni con Washington. Fin dall’inizio e complice l’avvento del suo omologo Obama, Medvedev ha puntato molto sulla rinascita del rapporto strategico con l’America e da ciò ne è scaturito il nuovo accordo START, siglato lo scorso aprile. Putin, al contrario, ha detto che vorrebbe tanto credere nella buona volontà degli Usa ma il riarmo della Georgia da parte degli USA e il progetto di scudo antimissile da posizionare nell’Europa dell’Est offrono argomenti in senso contrario.
Aldilà della sintesi sulle vicende interne al Cremlino, non è un mistero che il Dipartimento di Stato Usa abbia sempre nutrito qualche perplessità sulla “strana coppia” che regge le sorti di Mosca. Tra le migliaia di documenti pubblicati nei mesi scorsi da Wikileaks, infatti, ha destato una certa ilarità quello con cui l’ambasciata americana a Mosca paragonava Putin e Medvedev a Batman e Robin. Una similitudine che la dice lunga su chi comanda davvero a Mosca. D’altro canto, durante la presidenza Putin nessuno in Occidente sapeva chi fosse Medvedev, mentre ora che Medvedev è il presidente tutti sanno che il primo ministro è Putin. Qualcosa vorrà pur dire.

4. La diarchia in Russia è stata un’anomalia funzionale volta a mantenere la disparità tra le due più alte cariche dello Stato a favore del premier, determinando un cambiamento della gerarchia dei poteri pur mantenendo inalterato l’ordine costituzionale.
Quando tre anni fa il 70% dei russi seguì le indicazioni di Putin votando il giovane Medvedev al soglio della presidenza, fu chiaro a tutti che quest’ultimo ascese al potere solo per decisione dell’esperto e navigato mentore che, non potendo ricandidarsi per un terzo mandato, aveva di fatto “parcheggiato” alla presidenza un suo fedelissimo in attesa di candidarsi nuovamente nel 2012.
La nomina di Putin alla carica di primo ministro intendeva ridurre, se non proprio invertire, la supremazia del presidente sul premier, segnando così la prosecuzione della linea politica tracciata da questi negli otto anni sul trono del Cremlino.
Medvedev ha deluso quanti (ingenuamente) ritenevano che avrebbe potuto essere il portabandiera di una nuova Russia, indipendente e più aperta alla cooperazione con l’Europa e il mondo. Il suo futuro a capo della Duma illuderà i sognatori sulla prosecuzione della sua campagna di modernizzazione, ma di fatto lo restituirà all’anonimato internazionale dal quale era emerso per volontà di Putin. Questi, al contrario, è sempre rimasto il politico più noto, popolare e influente del Paese, e il ritorno venturo a quella presidenza che aveva (temporanemente) lasciato non farà altro che adeguare lo stato di diritto alla realtà dei fatti.

5. La vera domanda per la Russia non è chi o come occuperà la presidenza, bensì come il futuro presidente affronterà i veri problemi che affliggono il Paese: un’economia stagnante e troppo legata alle materie prime, una corruzione dilagante (che lui stesso ha indirettamente favorito), una frustrazione crescente tra le classi medie, un clima di guerra permanente nel Caucaso settentrionale.
Putin è un uomo senza convinzioni ideologiche, compensate da ben chiare strategie geopolitiche. Una volta tornato alla presidenza, starà a lui decidere se diversificare l’economia rendendola meno dipendente dalle attività estrattive, se porre un freno alla corruzione e allo strapotere degli oligarchi, se adottare una nuova politica nel Caucaso, se tendere la mano all’Occidente. A differenza l’annuncio di Medvedev sulla ricandidatura del suo predecessore, questa si che sarebbe una vera notizia.
Ma più probabilmente Putin deciderà di lasciare tutto così com’è, per assicurare la massima continuità al suo potere. Aprendo per la Russia un capitolo (lungo 12 anni) tra i più pericolosi della sua storia.

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