Gli Usa in ginocchio per le calamità naturali

di Luca Troiano

Triste compleanno per gli Stati Uniti. Il 4 luglio il Paese ha compiuto 235 anni ma da più di otto mesi sta affrontando una impressionante serie di disastri naturali senza precedenti. Tra nevicate record, tornado killer, incendi, alluvioni e straripamenti di fiumi, i danni stimati ammonterebbero a circa 300 miliardi di dollari. Tanto per fare le proporzioni, il PIL americano nel 2010 ammontava a 14.624 miliardi. Dunque, il 2% della ricchezza nazionale. E per la fine dell’anno la cifra potrebbe addirittura raddoppiare.

Si parte lo scorso dicembre con le eccezionali bufere di neve che per due mesi hanno paralizzato il Midwest. La tempesta invernale, una delle più violente dal 1950 secondo la Nasa, ha colpito un’area vasta più di 3.000 chilometri e un terzo della popolazione in una trentina di Stati. New York sepolta sotto una coltre bianca di due metri. Lasciando dietro di sé una tragica coda di decine di cadaveri, restituiti alla luce quando la neve si è sciolta.

Finito l’inverno, la primavera Usa è stata all’insegna dei tornado. Nel sudest del Paese se sono contati a centinaia, dalla Florida alla Virginia. Nei soli giorni tra il 14 e il 16 ne sono stati segnalati ben 241 in 14 Stati: il più grande focolaio mai registrato. Lo Stato più colpito è l’Alabama: 130 morti e almeno 35.000 persone senza energia elettrica. Tuttavia, l’episodio più grave si è verificato altrove: il 24 maggio a Joplin, Missouri. Un tornado da 320 km/h (con punte di 402 km/h) ha portato morte e devastazione. 142 vittime, oltre 1000 feriti, danni stimati superiori ai 2 miliardi di dollari. L’ospedale da dieci piani è stato sollevato di quattro pollici dalle fondamenta. Rarissimi gli alberi sopravvissuti. Secondo le autorità, il 75% del centro abitato è virtualmente distrutto. Si è trattato del secondo tornado per numero di morti nella storia degli Stati Uniti.
Tornado Risk Map

Passati i tornado, è il turno delle esondazioni del Mississippi e dei suoi affluenti: Missouri, Ohio e Tennessee. Soprattutto i primi due hanno allagato vaste aree in Lousiana, Alabama e negli Stati limitrofi, mettendo inoltre a serio rischio la sicurezza delle centrali nucleari di Browns Ferry (Alabama) e di Fort Calhoun (Nebraska). Due argini lungo il Missouri hanno ceduto. Obama ha dichiarato le aree interessate “zone di disastro federale”. Il genio militare lavora da settimane con tutti i mezzi possibili per rafforzare gli argini, ma i mezzi finanziari scarseggiano e le autorità si sono scoperte impreparate di fronte a questa sequenza di piene (quasi) storiche.
A fine giugno, l’esondazione del fiume Souris, nel North Dakota, nella cittadina di Minot ha portato all’evacuazione di 11.000 persone su una popolazione di 12.300.
All’azione della natura si è recentemente aggiunta l’incuria dell’uomo: pochi giorni fa, nel Montana,  una marea nera di 1000 barili di greggio si è riversata nel fiume Yellowstone. Responsabile del disastro è la Exxon Mobil.
Tornando alle esondazioni, per uno scherzo del destino a non troppa distanza dagli Stati che annegano ve ne è un altro, il Texas, che soffre della peggiore siccità della sua storia recente.
Flood Risk Map

Non è tutto. Da giugno un’ondata di incendi sta sconvolgendo l’Arizona. Favorite da una temperatura record (43°C a Phoenix), dalla bassa umidità e da venti che toccano i 60 km/h, le fiamme hanno divorato oltre 500.000 acri di boschi. 5000 uomini tra vigli del fuoco, protezione civile e guardia nazionale riescono a fare ben poco contro l’impeto del fuoco. E pensare che lo Stato aveva tagliato di oltre 225.000 dollari la quota di bilancio destinata alla prevenzione degli incendi, sulla base di previsioni che prospettavano una stagione tranquilla.
Negli ultimi giorni, la città di Phoenix è stata oltremodo interessata da una eccezionale tempesta di sabbia, estesa su un’area di decine di miglia quadrate.
Wildfire Risk Map

Coma cambiano i tempi. Una volta gli americani pianificavano colonie sulla Luna e su Marte, annunciavano studi sul moto perpetuo e l’energia infinita. Invece adesso, oltre a seppellire centinaia di morti, dovranno fare i conti con un danno economico incalcolabile. che costituirà un ostacolo difficilmente sormontabile alla rinascita In parte compensato dalla ricostruzione, la quale tuttavia richiederà un lungo periodo di tempo e un volume di risorse attualmente indisponibile. Peraltro i piani di ripresa hanno costi occulti secondo autorevoli studi economici ne annullano i benefici a lungo termine.
Debito pubblico alle stelle (100% del PIL) significa anche le dighe e le altre protezioni contro le calamità naturali non potranno essere facilmente riparate o rinnovate.
Per il momento, l’unica difesa in mano alla popolazione dell’ex unica superpotenza globale è il ritiro in luoghi più sicuri, rinunciando ad ogni proposito di piegare la natura al proprio volere.
New York Times: Where to Live to Avoid a Natural Disaster

Come mai tante sciagure? Secondo gli esperti è frutto dell’infelice combinazione di due concause. La prima è che l’acqua nel Golfo del Messico è più calda rispetto allo scorso anno. Questo significa che vi è molta umidità che fornisce il “combustibile” per il maltempo. La seconda è che quest’anno il fenomeno de La Nina è tra i più forti a memoria d’uomo.
La Nina e Edl Nino influenzano il bilancio energetico dell’atmosfera perché determinano la temperatura nonché la posizione dell’acqua calda nel Pacifico, che a sua volta determina la formazione dei temporali tropicali. Queste tempeste sono la principale fonte di energia che dai tropici influenza le correnti a getto su larga scala che scorrono attraverso gli Stati Uniti.
Stavolta, però, le conseguenze sono ben oltre le previsioni.

La piena del Mississippi non porterà solo allagamenti. Uno studio redatto dall’Università del Mare della Louisiana in collaborazione con l’Università di Stato del Michigan prevede che, a causa delle inondazioni, quest’anno si registrerà la più grande “zona ipossica” (cioè priva di ossigeno) di sempre nel Golfo del Messico.
Il fenomeno è dovuto alle quantità di nitriti e nitrati trasportati dalle correnti del fiume. Il plancton li consuma consumando l’ossigeno presente nell’acqua. Di conseguenza i pesci e le altre forme di vita muoiono asfissiati. Secondo le stime, nel maggio 2011 il Mississippi ha trasportato oltre 164.000 tonnellate di azoto sotto forma di composti, il 35% in più rispetto alla media mensile degli ultimi 32 anni.
Gli scienziati prevedono che l’area misurerà tra le 8.500 e le 9.421 miglia quadrate, più o meno le dimensioni del New Hampshire. Anche se non raggiungesse tali proporzioni, sarebbe comunque la più grande da quando sono iniziate le rilevazioni della “zona morta” nel 1985. La più grande finora misurata si è verificata nel 2002 e comprendeva oltre 8.400 miglia quadrate.
L’obiettivo ideale di 1900 miglia quadrate, fissato dalla Mississippi River Watershed Task Force, che si occupa di monitorare la situazione, è pura utopia. Negli ultimi cinque anni non si è mai scesi sotto quota 6.000.
L’industria locale della pesca, già prostrata dall’incidente della piattaforma Deepwater Horizon dello scorso anno, è ora al collasso.

Una sequenza di avvenimenti in concomitanza con la pubblicazione di uno studio, condotto dal National Center for Atmospheric Research (NCAR), che dimostra come ogni settore dell’economia sia sensibile agli impatti del clima. Se ogni cosa ha il suo prezzo, il tempo atmosferico non fa eccezione. E tale prezzo, secondo lo studio, ammonterebbe a 485 miliardi di dollari l’anno, pari al 3,4% del PIL.
Lo studio dimostra che anche gli eventi di routine come piogge o grandini possono avere conseguenze notevoli sull’economia statunitense. Inoltre, non è solo l’agricoltura ad esserne colpita: anche comparti “insospettabili” come la finanza sono in realtà suscettibili ai capricci del tempo, subendone influenze complesse e talvolta con processi di parziale compensazione per l’economia in generale.
Una tempesta di neve, ad esempio, può interrompere i viaggi aerei e far salire i costi per il riscaldamento, ma nel contempo aumenta le frequentazioni nelle stazioni sciistiche. Una prolungata siccità può danneggiare le coltivazioni, ma consente alle imprese edili di ultimare le costruzioni nei tempi previsti.
Nell’ordine, le condizioni meteo influenzano il settore minerario per il 14% del suo fatturato e quello agricolo per il 12%. Seguono poi quello manifatturiero e quello finanziario-assicurativo (8%), le utilities (7%). Al contrario, il settore dei servizi (3%), il commercio all’ingrosso (2,5%) e quello al dettaglio (2%) sono i meno influenzati.
Lo Stato più sensibile è quello di New York (13,5% del PIL); quello meno esposto è il Tennesse (2,5%).

Ad ogni modo, il bilancio per il sistema produttivo è negativo, e per cifre da capogiro. 485 miliardi di dollari in potenziali impatti economici sono pari al 3,4% del PIL. Che sommati all’ulteriore 2% (forse 4%) perduto a causa dei disastri degli ultimi mesi ammontano al 5,4% (forse 7,4%). E pensare che nel 2009, in seguito al crollo di Wall Street, il PIL aveva perduto appena il 2,60%.

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