Egitto, i perchè della crisi energetica

Dall’inizio dell’estate l’Egitto sta affrontando la peggiore crisi energetica degli ultimi anni, con interruzioni di corrente ormai all’ordine del giorno. I black out programmati hanno registrato tuttavia un’impennata dall’inizio di questa estate, attestandosi su una media di cinque ore al giorno. Secondo il Ministro dell’Energia Mohamed Shaker, l’Egitto abbisogna di almeno 10.000 megawatt di elettricità, che saranno gradualmente coperti entro novembre attraverso l’attivazione di quattro nuove centrali e il ripristino di altre tuttora in manutenzione, ma intanto le interruzioni aumentano e tutto ciò che il governo ha fatto finora è stato invitare la popolazione a moderare i consumi. Continua a leggere

Germania e Stati Uniti, c’eravamo tanto amati (e spiati)

È successo tutto in pochi giorni. Mercoledì 2 luglio i procuratori federali di Berlino fanno irruzione in casa di un impiegato dei servizi segreti tedeschi, che viene arrestato con l’accusa di aver passato più di 200 documenti riservati alla Cia, incluse le informazioni di una commissione di indagine parlamentare che si era occupata del caso Snowden. Cinque giorni dopo, la polizia tedesca perquisisce abitazione e ufficio di Berlino di un uomo, che secondo i media locali è un funzionario militare tedesco che – anche lui – avrebbe passato informazioni segrete agli Stati Uniti. Il gran finale arriva giovedì 10, quando la Germania annuncia l’allontanamento di un funzionario della Cia da Berlino.

Tecnicamente non è stata un’espulsione – al dirigente è stato solo consigliato di rientrare in patria e secondo la Sueddeutsche Zeitung, l’uomo in questione, accreditato come diplomatico, avrebbe lasciato il Paese in data 18 luglio – ma le conseguenza sono le stesse: siamo di fronte alla più grave crisi fra Germania e Stati Uniti dallo scontro Schröder-Bush sull’invasione in Iraq, e le ragioni sono profonde di quello che si può immaginare. Continua a leggere

ISIS, la vendetta dell’Arabia Saudita contro l’America

In Iraq, dove la democrazia è stata calata dall’alto, le brigate jihadiste dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), ora piú semplicemente Stato Islamico, stanno mettendo a rischio la stabilità del Paese tra lo stupore — e l’impotenza — della comunità internazionale. A tre anni dal ritiro delle truppe statunitensi, dunque, ci accorgiamo che a Bagdad la guerra non è mai finita: ha solo cambiato protagonisti e bersagli. Partiamo da un fatto: lo scontro civile tra le forze governative e le milizie terroriste attive nel Paese ha fatto 7.000 morti nell’ultimo anno e quasi 1.500 solo nello scorso gennaio. A una prima analisi, il collasso dello Stato iracheno sarebbe essenzialmente legato a tre concause: il conflitto in Siria, le politiche discriminatorie d’al-Maliki e il ritiro dei soldati statunitensi alla fine del 2011. Questa lettura è utile per inquadrare il contesto in cui l’ISIS sta operando; ma, per comprendere perché in Iraq le cose vadano cosí male, bisogna salire piú in alto, per osservare le dinamiche in corso nell’intera regione mediorientale.

L’ISIS è un gruppo jihadista ma non qaedista: lo scorso anno, ha rotto i rapporti con al-Zawahiri; ma è, di fatto, il nuovo punto di riferimento per i fondamentalisti del Levante. Non è nato solo per combattere, ma per vincere e restare sul territorio in modo strutturato: lo dimostra non tanto la recente proclamazione del califfato a cavallo tra Iraq e Siria, quanto l’accordo col Fronte al-Nusra (o almeno con la sua fazione attiva al confine coll’Iraq). È ancora presto per stabilire se si tratti d’un accordo destinato a durare o solo d’una mossa tattica di breve periodo; ma, se effettivamente le due formazioni avessero stretto una joint venture coll’intero gruppo al-Nusra, si potrebbe dire che l’ISIS ha sostituito (o quasi) al-Qaida come gruppo di riferimento per il fondamentalismo sunnita.

Fin qui, le cose che sappiamo. Quelle che invece non sappiamo si riassumono in alcune domande semplici e tuttavia dalle risposte complesse. Chi ha dato ad Abu Bakr al-Baghdadi, comandante dell’ISIS, i milioni di dollari necessari per equipaggiare e armare i 10.000 uomini ai suoi ordini? Come ha fatto la sua formazione ad acquistare cosí tanto potere in cosí poco tempo? E perché proprio ora? In altre parole, quale regía si nasconde dietro gli ultimi avvenimenti in Iraq? Per rispondere, dobbiamo prima volgere uno sguardo a ciò che accade in Siria e nella complessa trama di rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita, e poi risalire indietro fino al 2003, quando l’America decise d’invadere Bagdad. Il collasso iracheno, come vedremo, è solo la punta dell’iceberg. Continua a leggere

L’Europa dopo il voto del 25 maggio

Quelle del 25 maggio non sono state elezioni europee come le altre. Quest’anno, si concludeva il processo di transizione iniziato coll’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il cui obiettivo di fondo era una maggior democratizzazione del funzionamento dell’Unione europea. Inoltre, da questo scrutinio sarebbe emerso il nome del nuovo presidente della Commissione europea. Nella visione dei firmatari di Lisbona, le elezioni di quest’anno rappresentavano perciò uno spartiacque storico nell’àmbito dell’integrazione continentale.

Ciò che a Lisbona nessuno poteva immaginare era che, dal 2009 a oggi, l’Europa sarebbe stata investita da cinque anni di crisi economica, la cui onda lunga ha lasciato profonde ferite nella realtà sociale del Vecchio Continente. E il disagio dei popoli non poteva che manifestarsi anche nelle urne. Risultato: il voto recentemente espresso avràconseguenze tanto importanti quanto insidiose sia per l’Europa sia per i singoli Stati membri.

La prima è la netta e ampiamente prevista affermazione dei movimenti euroscettici. «Per la prima volta ci sarà una vera opposizione alParlamento europeo», ha esultato il leader della Lega Matteo Salvini, il quale trascura — come molti osservatori — che quella da noi chiamata «opposizione euroscettica» è tutt’altro che un monòlito. I movimenti che la compongono sono sí uniti quando si tratta di puntar il dito contro l’Europa, a loro avviso la radice di tutti i mali, ma si dividono quando si tratta d’esporre visioni e obiettivi, in aperto contrasto fra loro. Continua a leggere

Per fermare l’ISIS, Siria e Iran bombardano l’Iraq

La mattina del 24 giugno, alcuni caccia non identificati hanno bombardato un mercato nella città islamista-detenuto di Al Qa’im nel nord-ovest dell’Iraq. Si tratta di una località prossima al confine siriano, recentemente caduta nelle mani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Data la prossimità con la Siria, si è pensato che si trattasse di velivoli dell’aviazione di Damasco, e due giorni dopo il primo ministro iracheno Nuri al-Maliki ha confermato questa voce. Il premier ha detto di non aver chiesto l’intervento dell’esercito siriano, ma di aver accolto con favore la notizia del bombardamento. “Ogni aiuto contro l’Isil è il benvenuto”, ha dichiarato.

E aiuti, a quanto pare, ne stanno arrivando. Oltre alla Siria, anche l’Iran è pienamente coinvolto nella controffensiva per arginare i jihadisti.  Secondo il New York Times, l’Iran sta fornendo armi al governo iracheno per contrastare i ribelli. Non solo. Fin dai giorni scorsi, alcuni droni iraniani decollano da un aeroporto vicino Baghdad e per sorvolare l’Iraq in missioni segrete di sorveglianza, circostanza nota anche ai funzionari della difesa statunitense. Quindi il sostegno del Paese dei mullah non si limita all’invio di consiglieri militari già annunciato nei giorni scorsi, ma si sta sviluppando in una partecipazione diretta alle sorti del conflitto. Non dimentichiamo che nei giorni scorsi l’ISIS ha preso di mira una località (Qasre Shirin) alla frontiera tra i due Paesi, uccidendo due funzionari iraniani. Continua a leggere

Argentina vicina al (settimo) default

Chissà se l’Argentina vincerà il suo terzo titolo mondiale di calcio; per saperlo dovremo attendere la finale in programma per il 13 luglio, sempre che Messi e compagni ci arrivino. Nel frattempo il Paese potrebbe centrare un altro primato, meno appetibile del primo: quello di nazione più volte “fallita” della storia. Per saperlo ci basterà aspettare il 30 giugno, termine ultimo per pagare alcune vecchie pendenze legate al default del 2001.

Il 16 giugno scorso la Corte suprema di Washington ha respinto l’appello presentato dal governo di Buenos Aires contro una sentenza di Thomas Poole Griesa, giudice federale di New York che nel 2012 aveva avallato le richieste di alcuni fondi (tra i quali Elliott Management Corp.’s NML Capital Ltd. & Aurelius Capital Management LP., pari al 7,6% dei creditori totali) che dopo aver fatto incetta di bond argentini, svalutati per via delle ristrutturazioni del 2001, ne avevano chiesto il rimborso integrale. L’Argentina era così stata condannata a risarcire 1,33 miliardi di dollari ai richiedenti. La decisione prevedeva che il Paese non potesse ripagare i suoi debiti ristrutturati a meno di stanziare nuovi fondi per i creditori che non avevano accettato il default.

Ultima chiamata: 30 giugno Continua a leggere

Per la Spagna è la fine di un’era

È un tipico esercizio della stampa, quello di mettere in relazione eventi superficialmente simili, ancorché distinti e privi di qualunque nesso funzionale, per renderli meglio fruibili al grande pubblico. Non ha fatto eccezione la recente doppia “abdicazione” spagnola, ossia quella di re Juan Carlos ha cui ha fatto seguito l’uscita di scena della Nazionale di calcio dai Mondiali in Brasile. Al di là della scontata, e se vogliamo ingenua tendenza dei cronisti a cedere alla seduzione di certe analogie, i due eventi testimoniano un cambiamento di portata molto più ampia di quanto immaginiamo. Non si tratta solo del fatto che adesso la Spagna abbia un nuovo re e non sia più Campione del mondo; la vera notizia è che essa non sarà più come l’abbiamo conosciuta fino oggi.

Juan Carlos aveva molte buone ragioni per abdicare: al peso degli anni si era aggiunto quello, meno sopportabile, degli scandali; negli ultimi tempi la caduta di consensi era stata inversamente proporzionale al numero degli acciacchi fisici. Nel suo ultimo discorso, il monarca ha parlato della necessità di lasciare spazio alla generazione giovane «che merita di andare avanti», indicando nel figlio Felipe la figura migliore per affrontare le sfide del presente. Ad esempio la crisi economica, oppure – ma questo il re non poteva dirlo – la conservazione stessa della monarchia. Al di là delle spinte indipendentiste della Catalogna, infatti, molti osservatori non nascondono che in Spagna più che la monarchia fosse popolare Juan Carlos e ora mettono in dubbio che l’istituzione possa sopravvivere all’uscita di scena di quello che era stato ribattezzato “il re repubblicano”. La Spagna si scopre dunque un Paese diviso tra regioni che vogliono andarsene e altre che invece dettano le proprie condizioni per restare; tra chi acclama il nuovo re e chi aspira invece ad eleggere un presidente.

Passando dal trono ai campi da gioco, perfino gli analisti allergici al pallone concordano come lo spirito della Spagna si rifletta appieno nel suo calcio. Fino al trionfo negli Europei del 2008, la Nazionale iberica ha sempre presentato una singolare contraddizione. Da una parte vantava alcuni tra i più forti giocatori nel panorama calcistico internazionale ed era solita i gironi di qualificazione per Europei/Mondiali a pieni punti segnando sempre valanghe di gol; dall’altra, nelle fasi finali delle grandi competizioni steccava sempre. La ragione, spiegavano gli esperti, rispecchiava un carattere di fondo dell’intera società spagnola: la divisione tra diverse anime al suo interno. Perché se la Spagna è politicamente unita fin dal matrimonio di Ferdinando e Isabella, rispettivamente sovrani d’Aragona e di Castiglia, gli spagnoli sono invece sempre stati divisi. Ci accorgiamo allora che, metafore a parte, un filo sottile lega l’uscita di scena del re a quella delle Furie rosse. Continua a leggere