Boko Haram, da guerriglieri a forza d’occupazione

In agosto Abukabar Shekau, leader della formazione integralista Boko Haram dato più volte per morto – l’ultima lo scorso 24 settembre, e ancor una volta non parrebbe corrispondere a verità – ha pubblicato un video in cui sembra annunciare di aver aggiunto la nascita di un “Califfato islamico” nella città di Gwoza, situata nello stato di Borno non lontano dal confine con il Camerun conquistata nei giorni precedenti. Vari esperti si sono interrogati circa l’esatto significato del messaggio riconducendolo essenzialmente a due possibilità: la proclamazione di un proprio califfato in Nigeria, o l’adesione a quello fondato da ISIS tra Iraq, Siria e Libano.

Secondo Long War Journal Shekau non parla mai di “Califfato”. Nel video il capo jihadista, esprimendosi in un misto di arabo e hausa, non utilizza affatto questo specifico termine. Egli dice che lui e i suoi seguaci appartengono allo “Stato dell’Islam” e che non riconoscono la Nigeria come uno stato-nazione, ma cita l’Iraq solo di sfuggita senza però menzionare direttamente lo Stato Islamico creato da al-Baghdadi.

La portata del videomessaggio sta nella significativa evoluzione nella strategia di Boko Haram, capace ora di prendere e controllare spazi sempre più vasti del territorio nigeriano e dei Paesi vicini, strappandoli alle forze di sicurezza regolari in operazioni di conflitto simmetrico. Continua a leggere

Qatar e Russia, nemici amici a tutto gas

In matematica, cambiando l’ordine degli addendi la somma non cambia: 2 + 2 fa sempre 4. Chiamasi proprietà commutativa. Nella geopolitica, invece, l’ordine degli elementi influisce sempre sul risultato: due o più Paesi possono essere alleati, avversari o addirittura nemici a seconda del tempo e del luogo in cui avviene la loro interazione. Si parla allora di realpolitik. E’ il caso di Qatar e Russia: nemici fino all’altro ieri per la questione siriana, i due (ex?) rivali sono adesso impegnati nella creazione di un nuovo cartello energetico capace di mettere in difficoltà l’Occidente. Continua a leggere

L’Europa della pace assediata da quattro guerre

Nell’estate che va concludendosi, l’Europa ha commemorato il centenario dello scoppio della Grande Guerra e i settant’anni dello sbarco in Normandia assistendo al divampare di quattro guerre appena fuori dai suoi confini. Alla liturgia delle celebrazioni si è sovrapposta la drammatica realtà di quattro guerre (Gaza, Iraq, Libia e Ucraina) che assediano il continente lungo quasi tutto il perimetro delle sue frontiere terrestri, dalla sponda Sud del Mediterraneo alle sconfinate pianure dell’Est. A cento anni dall’attentato di Sarajevo, l’Europa della pace si riscopre inseguita dallo spettro della guerra. Continua a leggere

Egitto, i perchè della crisi energetica

Dall’inizio dell’estate l’Egitto sta affrontando la peggiore crisi energetica degli ultimi anni, con interruzioni di corrente ormai all’ordine del giorno. I black out programmati hanno registrato tuttavia un’impennata dall’inizio di questa estate, attestandosi su una media di cinque ore al giorno. Secondo il Ministro dell’Energia Mohamed Shaker, l’Egitto abbisogna di almeno 10.000 megawatt di elettricità, che saranno gradualmente coperti entro novembre attraverso l’attivazione di quattro nuove centrali e il ripristino di altre tuttora in manutenzione, ma intanto le interruzioni aumentano e tutto ciò che il governo ha fatto finora è stato invitare la popolazione a moderare i consumi. Continua a leggere

Germania e Stati Uniti, c’eravamo tanto amati (e spiati)

È successo tutto in pochi giorni. Mercoledì 2 luglio i procuratori federali di Berlino fanno irruzione in casa di un impiegato dei servizi segreti tedeschi, che viene arrestato con l’accusa di aver passato più di 200 documenti riservati alla Cia, incluse le informazioni di una commissione di indagine parlamentare che si era occupata del caso Snowden. Cinque giorni dopo, la polizia tedesca perquisisce abitazione e ufficio di Berlino di un uomo, che secondo i media locali è un funzionario militare tedesco che – anche lui – avrebbe passato informazioni segrete agli Stati Uniti. Il gran finale arriva giovedì 10, quando la Germania annuncia l’allontanamento di un funzionario della Cia da Berlino.

Tecnicamente non è stata un’espulsione – al dirigente è stato solo consigliato di rientrare in patria e secondo la Sueddeutsche Zeitung, l’uomo in questione, accreditato come diplomatico, avrebbe lasciato il Paese in data 18 luglio – ma le conseguenza sono le stesse: siamo di fronte alla più grave crisi fra Germania e Stati Uniti dallo scontro Schröder-Bush sull’invasione in Iraq, e le ragioni sono profonde di quello che si può immaginare. Continua a leggere

ISIS, la vendetta dell’Arabia Saudita contro l’America

In Iraq, dove la democrazia è stata calata dall’alto, le brigate jihadiste dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), ora piú semplicemente Stato Islamico, stanno mettendo a rischio la stabilità del Paese tra lo stupore — e l’impotenza — della comunità internazionale. A tre anni dal ritiro delle truppe statunitensi, dunque, ci accorgiamo che a Bagdad la guerra non è mai finita: ha solo cambiato protagonisti e bersagli. Partiamo da un fatto: lo scontro civile tra le forze governative e le milizie terroriste attive nel Paese ha fatto 7.000 morti nell’ultimo anno e quasi 1.500 solo nello scorso gennaio. A una prima analisi, il collasso dello Stato iracheno sarebbe essenzialmente legato a tre concause: il conflitto in Siria, le politiche discriminatorie d’al-Maliki e il ritiro dei soldati statunitensi alla fine del 2011. Questa lettura è utile per inquadrare il contesto in cui l’ISIS sta operando; ma, per comprendere perché in Iraq le cose vadano cosí male, bisogna salire piú in alto, per osservare le dinamiche in corso nell’intera regione mediorientale.

L’ISIS è un gruppo jihadista ma non qaedista: lo scorso anno, ha rotto i rapporti con al-Zawahiri; ma è, di fatto, il nuovo punto di riferimento per i fondamentalisti del Levante. Non è nato solo per combattere, ma per vincere e restare sul territorio in modo strutturato: lo dimostra non tanto la recente proclamazione del califfato a cavallo tra Iraq e Siria, quanto l’accordo col Fronte al-Nusra (o almeno con la sua fazione attiva al confine coll’Iraq). È ancora presto per stabilire se si tratti d’un accordo destinato a durare o solo d’una mossa tattica di breve periodo; ma, se effettivamente le due formazioni avessero stretto una joint venture coll’intero gruppo al-Nusra, si potrebbe dire che l’ISIS ha sostituito (o quasi) al-Qaida come gruppo di riferimento per il fondamentalismo sunnita.

Fin qui, le cose che sappiamo. Quelle che invece non sappiamo si riassumono in alcune domande semplici e tuttavia dalle risposte complesse. Chi ha dato ad Abu Bakr al-Baghdadi, comandante dell’ISIS, i milioni di dollari necessari per equipaggiare e armare i 10.000 uomini ai suoi ordini? Come ha fatto la sua formazione ad acquistare cosí tanto potere in cosí poco tempo? E perché proprio ora? In altre parole, quale regía si nasconde dietro gli ultimi avvenimenti in Iraq? Per rispondere, dobbiamo prima volgere uno sguardo a ciò che accade in Siria e nella complessa trama di rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita, e poi risalire indietro fino al 2003, quando l’America decise d’invadere Bagdad. Il collasso iracheno, come vedremo, è solo la punta dell’iceberg. Continua a leggere

L’Europa dopo il voto del 25 maggio

Quelle del 25 maggio non sono state elezioni europee come le altre. Quest’anno, si concludeva il processo di transizione iniziato coll’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il cui obiettivo di fondo era una maggior democratizzazione del funzionamento dell’Unione europea. Inoltre, da questo scrutinio sarebbe emerso il nome del nuovo presidente della Commissione europea. Nella visione dei firmatari di Lisbona, le elezioni di quest’anno rappresentavano perciò uno spartiacque storico nell’àmbito dell’integrazione continentale.

Ciò che a Lisbona nessuno poteva immaginare era che, dal 2009 a oggi, l’Europa sarebbe stata investita da cinque anni di crisi economica, la cui onda lunga ha lasciato profonde ferite nella realtà sociale del Vecchio Continente. E il disagio dei popoli non poteva che manifestarsi anche nelle urne. Risultato: il voto recentemente espresso avràconseguenze tanto importanti quanto insidiose sia per l’Europa sia per i singoli Stati membri.

La prima è la netta e ampiamente prevista affermazione dei movimenti euroscettici. «Per la prima volta ci sarà una vera opposizione alParlamento europeo», ha esultato il leader della Lega Matteo Salvini, il quale trascura — come molti osservatori — che quella da noi chiamata «opposizione euroscettica» è tutt’altro che un monòlito. I movimenti che la compongono sono sí uniti quando si tratta di puntar il dito contro l’Europa, a loro avviso la radice di tutti i mali, ma si dividono quando si tratta d’esporre visioni e obiettivi, in aperto contrasto fra loro. Continua a leggere