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Le speranze dell’Europa di assicurarsi l’indipendenza energetica (dalla Russia) nel lungo periodo passano per le opportunità di sviluppo dei giacimenti recentemente scoperti nel Levante Mediterraneo. A cominciare da Leviathan, situato a largo delle coste israelo-libanesi. Se lo scorso anno pareva che il futuro energetico del vecchio continente dipendesse dall’Azerbaijan, oggi la chiave di volta sembra essere nei fondali dell’ex lago dell’Impero Romano.
La possibilità di importare il gas dalle acque del Mare Nostrum (via Turchia) rappresenta al momento l’alternativa ideale all’approvvigionamento dal gigante russo – costantemente in forse a causa dei capricci di Putin -, visto che l’unico altro progetto finora concepito, ossia il Nabucco, è stato di fatto affossato proprio dai russi prima attraverso la concorrenza del South Stream e poi tramite l’accaparramento di tutto il gas messo a disposizione dal fornitore prescelto da Bruxelles, ossia l’Azerbaijan.
Per evitare di perdere la propria posizione di monopolio naturale, Mosca sta ora pensando di fare la stessa cosa col gas offshore nel Mediterraneo orientale, allungando i tentacoli fin nelle nostre acque:

The Russians appear to be making a determined bid to secure a stake in the energy boom in the eastern Mediterranean despite the danger of conflict.

Only a few weeks ago, Russian energy giant Gazprom signed a preliminary deal with Israel to buy liquefied natural gas from offshore fields that are to start producing over the next 2-3 years.
Gazprom is also reportedly interested in bidding for one of 12 exploration blocks off Cyprus, 300 miles north of Israel.

In altre parole, Mosca sta cercando di opzionare il gas levantino ancora prima che le trivelle comincino a perforare il fondale. E pensare che quel gas non ha ancora nemmeno un proprietario certo, visto il conflitto che va profilandosi tra Israele, Turchia e Cipro per assicurarsene la fetta più grossa. Anzi, in questa contesa la Russia pare aver già preso posizione alle spalle del triangolo israelo-greco-cipriota contro l’(ex?) alleato turco:

Russia seems willing to put its friendship with Turkey at risk by endorsing the “triangle’s” position on zoning and exploration rights, against Turkey’s position. Moscow’s minimal objective is access to Cypriot offshore gas deposits for Gazprom and Novatek, in the framework of the Greek Cypriot government’s international tender for 12 offshore blocks (see “Exploration Intensifying for East-Mediterranean Natural Gas,” EDM, May 8).
Russia’s maximal goal is to aggregate Cypriot and Israeli offshore gas volumes for transportation and reselling via Gazprom on international markets. Toward that goal, Gazprom recently concluded a preliminary (nonbinding) agreement to purchase liquefied gas volumes from Israel’s Leviathan project. Meanwhile, Gazprom is one of the bidders for DEPA, the gas transmission pipelines in mainland Greece. If successful in that bid, Gazprom would undoubtedly strive to increase its intake of Cypriot and Israeli offshore gas, transport it (probably in liquefied form) to mainland Greece, and use DEPA pipelines to re-sell it on European markets.

Spalleggiando il governo di Tel Aviv, il Cremlino assicurerebbe un trattamento di favore a Gazprom. La quale non vede l’ora di poter vendere l’oro blu ai suoi migliori (e unici) clienti: noi europei.
Non dimentichiamo che Gazprom ha anche avanzato un’offerta per la compagnia petrolifera greca Depa, la cui privatizzazione è stata imposta dalla UE in cambio degli aiuti finanziari ad Atene e che sembra fare gola a molti, in un momento di rinnovato interesse per le potenzialità dei giacimenti offshore ellenici.

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Nel 2008 il blog di Panorama segnalava l’esistenza di prigioni segrete a Pechino – precisamente quattro – dove i cittadini dove vengono rinchiusi quei cittadini che, insoddisfatti delle autorità locali, affluiscono nella capitale per rivolgere le proprie pretese al potere centrale  in ultima istanza:

Quella delle prigioni segrete è una questione che in tanti, a Pechino, fanno finta di ignorare. Si tratta di “rifugi” gestiti da agenti di polizia inviati nella capitale dai governi delle province per tenere sotto controllo quei cittadini che, insoddisfatti del sistema giuridico locale, intendano rivolgersi a Pechino per avere giustizia.

Xu Zhiyong è stato il primo a parlare delle prigioni segrete. Il costituzionalista pechinese ne avrebbe identificate quattro: l’Ostello della gioventù di Taiping street, quello di Fenglong e gli hotel Juyuan e Jingyuan.

I carcerieri erano stati chiari: si tratta di un affare di Stato, e i civili dovrebbero starne fuori. 

In Cina le petizioni sono uno strumento antichissimo: risale all’età imperiale. Allora si implorava un gesto di clemenza del sovrano, sperando che dall’alto del suo potere, assoluto e illuminato, fosse più indulgente rispetto ai suoi funzionari, infedeli e corrotti. Negli anni Cinquanta fu Mao a rispolverare l’istituto con l’intenzione di farne uno strumento di conciliazione stragiudiziale. Tuttora è l’ultima speranza per molti contadini e in generale abitanti delle zone rurali, vessati e depredati dalle gerarchie locali. Di conseguenza, ogni giorno Pechino è meta di migliaia di cinesi che dalle province si riversano nella capitale per appellarsi al governo centrale contro abusi e ingiustizie.
Tuttavia, nei tempi antichi come in quelli moderni, la petizione è un favore che il potente può concedere, non certo un diritto che il cittadino può far valere.  Come spiegava Asianews un anno fa:

La petizione è spesso il solo modo “legale” previsto in Cina perché il cittadino possa protestare contro un’ingiustizia, rivolgendosi in via diretta alle autorità superiori e anche a Pechino. Spesso le autorità locali hanno usato mezzi illegali per impedire simili doglianze, compreso l’arresto nelle “prigioni fantasma”, luoghi segreti dove le persone “scomode” sono trattenute anche per mesi senza accusa e senza processo.
Esperti osservano che la nuova disciplina non serve a rendere più efficiente l’esame dei problemi denunciati con le petizioni, piuttosto può servire a diluirne l’impatto e a dare al cittadino la falsa impressione che il suo problema sia preso in esame, mentre si tratta di questioni che in Cina non possono essere risolte dai tribunali, che sono inseriti nella gerarchia del Partito comunista.

Di fatto, si tratta di uno strumento inutile. I dati sull’efficacia del sistema riportati in analisi su Cinseserie (che descrive l’istituto nei dettagli), sono decisamente poco confortanti:

Che le petizioni servano a poco o niente, è risaputo. Già nel 2004 alcuni specialisti dell’Accademia delle scienze sociali hanno pubblicato un’analisi spietata del sistema delle lettere e delle visite, in cui, tra l’altro, si dimostrava attraverso un campione di 632 petitioners arrivati nella capitale dalle campagne come non più del 2% delle petizioni avesse portato alla risoluzione dei relativi problemi. Quando questi dati hanno iniziato a emergere, nel mondo accademico cinese è nato un acceso dibattito sulla possibilità di abolire completamente il sistema, una possibilità che però non è mai stata realmente presa in considerazione dalle autorità, ansiose di conservare la propria immagine di onnipotenti dispensatrici di giustizia.

In compenso, rimane la questione delle detenzioni illegali:

Alcuni ritengono che la radice delle “prigioni in nero” sia riconducibile all’abolizione dei “centri di custodia e rimpatrio forzato” (shourong qiansong), avvenuta nel 2003 in seguito allo scandalo di Sun Zhigang, dal nome di un giovane laureato, pestato a morte in una di queste strutture, dove era stato rinchiuso dopo esser stato trovato momentaneamente privo di documenti di residenza. Tralasciando gli aspetti più tecnici, è sufficiente sapere che queste prigioni in nero in genere non sono altro che case private, alberghi o ostelli affittati dalle autorità locali appositamente per rinchiudervi i petitioners, in attesa di organizzare il “rientro forzato” di questi ultimi. In alcuni casi la gestione di questi centri viene affidata ad aziende specializzate, dei contractors che dietro un lauto compenso si fanno carico di ogni “incombenza” per conto dei governi locali.

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L’ondata della primavera araba ha messo in crisi non solo l’apparato politico tradizionale dell’Egitto (si veda la bagarre elettorale in corso), ma anche la sua rete di relazioni estere. A parte la rinata atmosfera di tensione con Israele, è interessante dare uno sguardo ai rapporti tra l’Egitto e l’altro peso massimo della regione mediorientale. L’Arabia Saudita.
Con la caduta i Mubarak i rapporti tra la repubblica egiziana e il regno saudita si sono incrinati. La crisi delle relazioni tra Il Cairo e Ryadh si è recentemente inasprita in seguito all’arresto dell’avvocato ed attivista per i diritti umani Ahmad Gezawi in Arabia Saudita, con l’accusa di vilipendio al re ed in seguito anche di contrabbando di stupefacenti. Le conseguenti manifestazioni di protesta di cittadini egiziani davanti all’ambasciata saudita del Cairo hanno provocato la decisione saudita di chiudere l’ambasciata.
In realtà i rapporti tra i due Paesi sono tesi fin dallo scoppio della rivoluzione egiziana. Questo articolo su al-Quds, tradotto da Medarabnews, spiega cosa c’è dietro:

La rabbia dei sauditi, data la loro avversione nei confronti dei Fratelli Musulmani, è cresciuta in seguito alla conquista, da parte degli islamisti, di 75 seggi al Consiglio del Popolo, tanto da spingere il principe Nayef  Bin Abdulaziz, attuale ministro degli interni, a definire la confraternita come  “l’origine dei flagelli della regione”.

Il problema fondamentale è che i responsabili sauditi non hanno capito che l’Egitto è cambiato, che Hosni Mubarak non tornerà a governarlo e che il suo regime è scomparso definitivamente; perciò è necessario che si adattino a questo cambiamento e che imparino a conviverci. L’arresto di egiziani o di arabi in generale, e la detenzione senza processo, come accadeva un tempo, non sono più accettabili all’epoca delle rivoluzioni arabe e della rivoluzione informatica e digitale.

La crisi Gezawi non è tra il popolo egiziano e quello saudita, bensì tra il popolo egiziano e le autorità del regno, e rappresenta un monito per tutte le altre autorità arabe che abusano  dei cittadini arabi perché i loro governi, deboli o corrotti, non difendono i propri cittadini come dovrebbero.

L’Egitto è cambiato, ed anche i popoli arabi, e ciò che si taceva prima delle rivoluzioni non verrà più nascosto dopo di esse. Riconosciamo che alcuni media egiziani hanno superato il giusto limite nella critica nei confronti della monarchia saudita, ma anche molti autori sauditi sono andati troppo oltre insultando il popolo egiziano, ed entrambe le cose non sono ammissibili.

La reazione scomposta di Ryadh è solo l’ultima dimostrazione dell’incapacità della dinastia saudita di affrontare una serie di sconvolgimenti  a cui non era preparata.
La ciliegina sulla torta delle incomprensioni politiche è rappresentata dalla riapertura dei rapporti bilaterali con l’Iran, acerrimo rivale di Ryadh. Uno smacco per la Casa di Sa’ud. Ma quest’ultima sa bene quali argomentazioni mettere sul tavolo per ricucire i rapporti con i vecchi amici. L’ottimo blog Lissnup segnala che il 10 maggio l’Arabia Saudita ha effettuato un deposito di un miliardo di dollari presso la Banca Centrale del Cairo come contributo per la ripresa dell’economia egiziana:

Saudi Arabia has made a deposit of USD 1 billion in the Central Bank of Egypt (CBE), a senior Egyptian official has said.
Egypt’s Minister of Planning and International Cooperation Fayza Abul-Naga expressed last night her country’s appreciation and gratitude to Saudi Arabia and the custodian of the two holy mosques King Abdullah bin Abdulaziz for the contribution and support, aimed at improving the condition of the Egyptian economy during its current circumstances.

The last remaining USD 500 million sum of the amount was signed in Marrakech, Morocco, by minister Abul-Naga and the Saudi Minister of Finance Dr. Ibrahim bin Abdulaziz Al-Assaff, which targets the financing of priority state development projects in Egypt.
The amount also includes USD 250 million for the purchase of petroleum products intended for the Egyptian public and a USD 200 million non-refundable grant to support small to medium-sized enterprises.

Tuttavia si tratta di briciole in confronto ai sontuosi aiuti che Ryadh aveva promesso nelle settimane successive alla defenestrazione dell’alleato Mubarak. Ciò che la Casa di Sa’ud non riesce ad accettare che ora in Egitto, oltre ad un regime, ad avere voce in capitolo ci sia anche un popolo. Soggetto col quale la casa regnante nutre una malcelata diffidenza, se non addirittura timore. All’indomani della decisione di Riyadh di chiudere l’ambasciata in Egitto, ad esempio, centinaia di blogger egiziani e sauditi hanno fraternizzato su Twitter scambiandosi messaggi di solidarietà. Episodio che ha aumentato le preoccupazioni della casa regnante circa una possibile ripresa delle manifestazioni nel cuore del regno.
Tutto ciò, sul piano concreto, si è tradotto nella riluttanza a sostenere finanziariamente la fragile economia del Cairo. Nell’attesa di conoscere il nome del successore di Mubarak alla guida del Paese.

In metà maggio il presidente del Niger Mahamadou Issoufou si è recato in Arabia Saudita accompagnato dai principali ministri del suo governo, dove ha incontrato re Abdullah, così come importanti leader religiosi, funzionari di governo e imprenditori. Scopo del viaggio è il miglioramento delle relazioni bilaterali e, in particolare, la promozione di investimenti arabi nel Paese nordafricano. Issoufou ha affermato come l’agricoltura, le risorse naturali (uranio in primis) e gli appalti per infrastrutture rappresentino le maggiori opportunità di investimento per le aziende straniere.  Opportunità di cui il Niger, attualmente uno dei Paesi più poveri del mondo, avrebbe davvero bisogno. L’unico settore dove Niamey ha finora attratto capitali esteri è quello estrattivo, complice la fame di uranio del colosso nucleare francese Areva  e la sete di petrolio di quello cinese CNOOC.
Da quando è salito al potere nell’aprile 2011, Issoufou ha cercato di impegnarsi nel ricostruire una rete di relazioni internazionali per il Niger, dopo gli anni di isolamento sotto il precedente regime di Mamadou Tandja. Ma la visita nel regno saudita ha un significato ulteriore. Affari a parte, è da rimarcare l’enfasi sui legami storici tra i due Paesi che entrambe le delegazioni hanno tenuto a sottolineare:

Earlier in his opening remarks, Al-Mobty [presidente del Consiglio delle Camere Saudite, n.d.r.] said the two countries enjoy friendly relations based on common understanding and feelings of fraternity. He recalled the historical visit of the late King Faisal, who went to open the first Arabic school in Niger in 1962. He said that the current ambassador of Niger in the Kingdom is a graduate of that school.

Se il Niger ha interesse ad attrarre capitali stranieri, è da vedere quale interesse nutrano i sauditi verso lo Stato nordafricano.
Allargando lo sguardo, scopriamo che la petromonarchia di Ryadh è molto attiva in tema di investimenti in Africa. In frebbaio la Derba group, società di proprietà di un miliardario saudita, ha concluso un accordo da 4,3 miliardi di dollari per sette progetti industriali in Etiopia. Oppure pensiamo ai 376.000 di terreno acquistati in Sudan tra il 2004 e il 2009 per coltivarvi cereali. Ed è solo la punta dell’iceberg. Anche in Argentina i sauditi hanno concluso un accordo da 83 milioni di dollari per la gestione di un terreno da 30.000 acri dove allevare animali da macello – contro il quale non sono mancate le proteste. L’Arabia Saudita è capofila nel fenomeno del land grabbing in giro per il mondo. Anzi, ne è stata l’iniziatrice. E il Niger, benché prostrato dalla crisi alimentare che sta affliggendo il Sahel, potrebbe essere la prossima tappa.


C’è anche un altro dettaglio. Abbiamo detto che il Niger è ricco di uranio, che viene estratto nella regione dell’Agadez. Nel 2006 il Paese ne è stato il quarto esportatore al mondo, con riserve accertate per 272.900 tonnellate (5% a livello mondiale). Uranio e altri minerali costituiscono il 40% dell’export del Paese. Una ricchezza che fa gola a molti: soprattutto ai francesi di Areva.
Ma anche gli arabi – sauditi in testa – sembrano interessati. In dicembre scrivevo:

Ryadh teme che entro il 2030 la sua produzione di petrolio sarà interamente destinata al consumo interno. Attualmente il regno produce quasi 9 milioni di barili al giorno, due terzi della sua capacità totale. Il programma saudita prevede un investimento di oltre 100 miliardi di euro per la realizzazione di 16 reattori entro il 2030: i primi due entreranno in funzione tra dieci anni; in seguito, ne saranno inaugurati uno o due all’anno fino al completamento del programma.
È probabile che tra le ragioni che hanno convinto Ryadh ad abbracciare la scelta nucleare ci sia anche l’intenzione di uno sviluppo per scopi militari, vista la palese incapacità dell’Occidente di arrestare l’analogo programma dell’Iran, nemico assoluto dei sauditi.

Prendiamo il caso dell’Arabia Saudita. Nel giro di vent’anni occorreranno 3 milioni b/g in più per sostenere una domanda interna che cresce al ritmo del 7% annuo, sottraendo risorse alle esportazioni – ossia all’Occidente. La Casa di Sa’ud ritiene quindi necessario assicurarsi per tempo un’alternativa per la produzione di energia elettrica di base. La dissalazione delle acque consuma 1,5 milioni b/g, pari al 40% del consumo energetico interno. Considerato che la maggior parte dell’acqua prodotta era appannaggio dell’agricoltura, due anni fa Ryadh ha scelto di ridurre la produzione alimentare interna compensandola con maggiori importazioni. E’ evidente lo scopo di preservare le riserve di greggio il più possibile.

Il nucleare consentirà di alleggerire la pressione su una ricchezza sovrasfruttata

La ragione dell’interessamento di Ryadh potrebbe essere proprio questa. Gli indizi ci sono tutti.I legami storici e religiosi con Niamey consentirebbero ai sauditi di godere di una via preferenziale nella corsa all’uranio nigerino.
Inoltre, il colosso Areva è sempre più impopolare. A fine aprile i lavoratori dell’impianto estrattivo di Imouraren, ora in costruzione, sono entrati in sciopero in segno di protesta per le condizioni disumane in cui operano a fronte di un salario misero. E i sindacati hanno minacciato di estendere la mobilitazione a tutti gli stabilimenti di Areva presenti in Niger.
Al solito l’Occidente è percepito come invasore e accaparratore di risorse (come effettivamente è). Per calmare la sollevazione, Niamey potrebbe decidere di rivedere i propri accordi con la compagnia francese a vantaggio dei sauditi. Così come potrebbe affidare il business del petrolio ai cinesi, nel caso in cui la produzione di oro nero dovesse aumentare in accordo alle previsioni del governo.
Uranio e petrolio dovrebbero garantire al Niger una crescita del 14% per il 2012. Un miracolo economico che fa gola  a molti, ma forse noi europei non saremo in prima fila.

L’Angola è il secondo produttore di petrolio d’Africa: sforna 1,8 milioni di barili al giorno, quota che il governo punta ad aumentare a 2 milioni entro il 2014. Una ricchezza che contribuisce per la metà alle entrate statali e addirittura per il 90% alle esportazioni. Il 15% di tutto l’oro nero estratto prende la via della Cina, per la quale Luanda rappresenta una delle più sicure fonti di approvvigionamento, oltre ad uno dei partner più fedeli (in Angola gli immigrati cinesi si contano a milioni). Dalla fine della guerra civile nel 2002, l’economia angolana ha fatto passi da gigante, tanto che per il 2012 dovrebbe registrare una crescita del 10%.

Ora nel Paese si respira aria di rinnovamento, almeno all’apparenza. Le elezioni previste per il prossimo 5 settembre dovrebbero segnare la fine dell’era di Jose Eduardo dos Santos, l’uomo forte di Luanda, al potere dal 1979 – così come il suo partito, il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola, al potere dall’indipendenza e diretto da ex veterani della guerra contro il Portogallo. Negli ultimi tempi si sono succedute diverse manifestazioni popolari per chiedere a dos Santos di passare la mano, che il regime ha pensato bene di reprimere.
Bloomberg prova a descrivere le manovre in corso dietro le quinte. La lotta per il potere è tra Manuel Domingos Vicente, ex presidente della compagni petrolifera statale Sonangol, designato da dos Santos come suo successore, e Fernando da Piedade Dias dos Santos, attualmente vicepresidente del Paese e gradito agli altri dirigenti del MPLA.
Tuttavia gli angolani non sembrano avere molte speranze di assistere ad un vero cambiamento.Il MPLA è troppo radicato nella società angolana, e i suoi leader ancora troppo forti ed influenti, affinché il Paese possa inaugurare una nuova fase politica solo attraverso il voto. D’altra parte sanno di non poter aspettarsi nulla da questa classe dirigente, considerato che per tutti questi anni il MPLA ha sfruttato la rendita petrolifera a proprio esclusivo beneficio, mentre le masse non hanno visto che le briciole.

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Probabilmente la perdita riportata da JP Morgan finirà per essere molto più grande rispetto ai due miliardi dichiarati sui giornali. In ogni caso rappresenta l’ennesima prova dell’incapacità del mercato di autoregolarsi, in barba alle proprietà salvifiche della “mano invisibile” teorizzata da Adam Smith. L’ennesimo sfacelo di quella deregulation che avrebbe dovuto essere la molla dell’economia e invece si è rivelata la sua scure.
L’Huffington Post, in un articolo che analizza le (altre) perdite sui derivati riportate dall’istituto, afferma:

The U.S. can count on JPMorgan to continue both long and short market manipulation and take its winnings and losses from blind gambles. Shareholders, taxpayers, and consumers will foot the bill for any unpleasant global consequences.

Non solo. Questa analisi della Reuters osserva che il rovescio da due miliardi è  il risultato, forse inevitabile, dell’interazione delle due politiche adottate per mettere una pezza al sistema finanziario americano dopo il disastro del 2008: quella del too big to fail, da un lato; e quella del denaro alle banche  a costo zero, dall’altro:

Too big to fail, the de facto insurance provided by the U.S. to financial institutions so big their failure would be disastrous, provides JP Morgan and its peers with a material advantage in funding and as counterparties. Depositors see it as an advantage, as do bondholders and other lenders. That leaves TBTF banks flush with cash.
At the same time, ultra-low interest rates make the traditional business of banks less attractive, naturally leading to a push to make money elsewhere. With interest rates virtually nothing at the short end but not terribly higher three, five or even 10 years out, net interest margins, once the lifeblood of large money center banks, are disappointingly thin. Given that investors are rightly dubious about the quality of bank earnings, and thus unwilling to attach large equity market multiples to them, this puts even more pressure on managers to look elsewhere for profits[si veda qui]

Per avere un’idea  di JP Morgan, è bene ricordare che:

  • Ha avanzato, assieme a Goldman Sachs, una proposta di regolamentazione degli strumenti derivati, salvo poi affossare ogni concreta possibilità di riforma;
  • È stata tenuta in piedi dal sontuoso piano di salvataggio del governo USA, salvo poi utilizzare i soldi gentilmente ricevuti per investire in India e di altri progetti che ingrosserà le tasche dei suoi top manager, ma non quelle esangui dei contribuenti americani

Manca qualcosa? Ah, si. Benché sia “troppo grande”, può plausibilmente fallire.

Domenica scorsa Samira Rajab, ministro per l’informazione del Bahrein, ha rivelato l’esistenza di un progetto di fusione tra il suo Paese e l’Arabia Saudita. Formalmente, entrambi i regni manterrebbero ciascuno la propria sovranità e il proprio posto nelle Nazioni Unite, ma assumerebbero decisioni comuni in tema di politica estera e sicurezza:

Saudi Arabia and Bahrain are expected to announce closer political union at a meeting of Gulf Arab leaders on Monday, a Bahraini minister said, a move dismissed by the opposition as a ruse to avoid political reform.

Khalifa bin Salman Al Khalifa, Bahrain’s hardline prime minister, is believed to oppose concessions to the Shi’ite opposition. He backs the idea of a union.
“The great dream of the peoples of the region is to see the day when borders disappear with a union that creates one Gulf,” the official Bahrain News Agency quoted him as saying on Sunday.
Speaking after foreign ministers met in Riyadh, Khalid bin Ahmed Al Khalifa, Bahrain’s foreign minister, told Reuters on Sunday the plans for a union were ambitious.
All aspects of union are on the table, between all members,” he said.
Saudi Arabia and Bahrain are already joined at the hip, though the island’s social liberalism could come under threat if a merger took place.
Saudi Arabia allows Bahrain access to an oilfield it owns, providing 70 percent of its budget, while Saudis have traditionally flocked to Bahrain for weekend relief from Islamic restrictions on gender mixing, female driving and drinking alcohol.

L’entità che i due Paesi andrebbero a creare non è ancora chiara. Il Telegraph ipotizza un’integrazione simile all’Unione Europea. In ogni caso, il primato lo avrebbero sempre i Sa’ud: vedere i due reami in posizione di parità è semplicemente impensabile. Di fatto è un’annessione mascherata. Comunque sia è l’ultima trovata per fermare la rivolta che infiamma l’arcipelago, ancora in corso a distanza di un anno nonostante la repressione sponsorizzata dai sauditi e caratterizzata dal totale silenzio della stampa internazionale – a parte qualche titolone nella settimana del CP di Formula Uno.
OpenDemocracy, che in questa lunga analisi illustra uno scenario sottostante più complesso di quanto appaia ad un primo sguardo:

The reason it seems lies a little deeper than simply aligning forces to meet the Iranian threat. The most urgent question is to negate Shi’a political mobilisation from becoming a threat to Saudi energy security. A union with Bahrain would effectively subsume the Shi’a question, rendering moot the need for a longterm solution which gives too much ground to Shi’a interests.
Secondly, this huddling is driven by a fundamental mistrust of American intentions in the Persian Gulf. An increasing train of thought in the Gulf, to which Bahraini unionists enthusiastically subscribe, states that America is willing to enter a grand bargain with Iran to serve its long-term interests in the region. In such a future, Bahrain would simply be cast aside as inconsequential collateral in pursuit of the overarching US goal.
This thinking has also taken root in parts of the elite in Saudi Arabia, especially since America abandoned its long term ally in Hosni Mubarak in 2011, much to the horror of Saudi Arabia’s leadership. Indeed, arguably it was America’s decision to dump Mubarak which led as a direct consequence to the GCC Peninsula Shield Force ↑ ↑ entering Bahrain on March 14, 2011; and which now drives Saudi Arabia to push for a closer integrated Gulf Union, starting of course with Bahrain.
While the reaction of the other Gulf States is likely to be sceptical towards such a Union, it remains to be seen exactly how far King Abdullah can persuade his fraternal rulers to go. Therefore, it makes sense to see the push for a Gulf Union not as the first step in a regional alliance, but as the beginning of a merger between Saudi Arabia and Bahrain to fend off the chance that Shi’a political mobilisation will destroy vital Saudi interests.
Some in Bahrain are happy to embrace this path. But it is unlikely that it will herald positive changes in the Kingdom. Any merger between the nations will be likely to inflame the delicate sectarian balance in the tiny Kingdom yet further, a situation which requires genuine political reform, and not military and economic mergers.

Un anno fa, di fronte al ribollire della regione, il gigante saudita – culla dell’Islam e peso massimo della regione, nonché dell’equilibrio petrolifero mondiale -bha mostrato un atteggiamento di malcelata indifferenza, almeno all’inizio. Ma quando il vento di proteste è giunto fino in Bahrein, re Abdallah si è subito attivato affinché la (poi ribattezzata) Primavera araba si spegnesse in un fuoco di paglia. Per riuscire nell’intento, la casa regnante si è servita proprio del Consiglio di Cooperazione del Golfo (poi ribattezzato Consiglio di Contro-rivoluzione del Golfo), organismo internazionale che controllano e che riunisce tutti gli Stati della penisola arabica con la sola eccezione dello Yemen.
In concreto, l’azione delle petromonarchie capitanate da Ryadh ha seguito un piano ben preciso di Cooptazione e contenimento: dapprima hanno stretto un patto sottobanco con Washingon, assicurando il formale sostegno della Lega Araba alla crociata contro Gheddafi in cambio dell’immunità del proprio cortile; poi hanno sedato le proteste dei sudditi con una poderosa iniezione di sussidi; infine hanno aiutato il regime bahreinita inviando 1.500 soldati (1.000 sauditi, gli altri dagli EAU) a Manama.
Il tutto nella consapevole distrazione degli Stati Uniti, i quali sostennero persino di non essere stati informati dell’invasione saudita nonostante il Segretario alla Difesa Robert Gates si trovasse proprio in Bahrein appena due giorni prima dell’operazione.

L’Iran si oppone, invocando una manifestazione di protesta per venerdì. L’unione tra Bahrein e regno saudita (rectius: annessione del primo nel secondo). Albawaba riporta una panoramica delle iniziative iraniane per ostacolare l’operazione, domandandosi persino se il matrimonio saudo-bahreinita potrà, nel caso venga davvero celebrato, potrà sopravvivere alla presenza di un terzo incomodo così ingombrante.
Per Teheran, vorrebbe dire la fine delle speranze circa un cambio di regime a Manama in favore della maggioranza sciita. E’ questa la ragione per cui la sollevazione di Manama può essere definita una piccola rivolta dalle grandi conseguenze:

Per quanto anche in questo caso i manifestanti chiedano maggiore democrazia e riforme del sistema politico, nel piccolo atollo del Golfo, è centrale la questione religiosa.

In Bahrain esiste, infatti, un’incolmabile distanza tra la maggioranza sciita (circa due terzi della popolazione totale) e la minoranza sunnita, al governo da quasi tre secoli.

A un occhio disattento le rivolte del Bahrain potrebbero sembrare meno centrali nella politica internazionale rispetto ai contemporanei e terribili avvenimenti libici, ma così non è. Ciò che sfugge è la centralità geopolitica del piccolo arcipelago. Una vittoria dei rivoltosi con conseguente dipartita del sovrano porterebbe ad un totale rovesciamento dei rapporti di potere a favore della maggioranza sciita e, se questo avvenisse, le conseguenze potrebbero esseere enormi.

L’unione tra Ryadh e Manama potrebbe fare da apripista per la trasformazione del CCG in un’entità sovranazionale simile alla UE. Ma i pareri contrari non mancano neppure all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Se Arabia Saudita e Qatar che si dicono d’accordo, dall’altra parte ci sono Kuwait ed Emirati Arabi Uniti che hanno espresso riserve su alcuni punti del piano, nonché l’Oman che ha riserve sul piano in generale.
Il punto è che sessant’anni fa gli Stati europei decisero di associarsi per mettere in comune le energie con cui ripartire dopo il suicidio collettivo consumato in due sciagurate guerre mondiali. In altre parole, noi ci unimmo per andare avanti. I Paesi del Golfo, invece, vorrebbero unire le forze per spegnere le sollevazioni e garantire così la sopravvivenza dei propri regimi conservatori. In altre parole, vogliono unirsi per restare fermi, mantenendo lo status quo.
Impresa sempre più complicata. L’Arabia Saudita non ha solo una rivolta nel cortile di casa – e due guerre civili, quelle in Siria e Yemen, in corso rispettivamente a Nord e a Sud; deve anche fronteggiare una rivolta dentro casa. Quella nelle province orientali a maggioranza sciita, forziere delle riserve energetiche del Paese – e per estensione del mondo. A Qatif le manifestazioni, iniziate nel febbraio 2011, continuano ancora adesso. Segno che il tempo da solo non basta a spegnere il fuoco delle rivoluzioni.
L’unione col Bahrein potrebbe non essere sufficiente a riportare l’ordine a Manama. In compenso, potrebbe destabilizzare ulteriormente le province orientali saudite. Non sempre l’unione fa la forza. L’ancient régime è sempre in bilico.

Il Delta del Niger è un terreno insidioso, non soltanto per la presenza del MEND. Oggi il ministro delle finanze di Abuja, Ngozi Okonjo-Iweala, ha lanciato l’allarme sull’impatto che i furti di petrolio stanno causando sull’economia del Paese. Tutta colpa del “bunkering” (furto di greggio direttamente dagli oleodotti) e delle altre forme di sottrazioni. Secondo il ministro, il 17% della produzione petrolifera del mese di aprile sarebbe stato sottratto, con la riduzione di un quinto della quota di entrate statali derivanti dall’oro nero.
Secondo la Shell, la maggior oil company impegnata nel Paese, la quantità di greggio trafugata ammonta ad oltre 150.000 barili di al giorno (di cui 43.000 direttamente alla compagnia), per un controvalore di circa 2 milioni di euro.

L’aspetto inquietante è che, secondo alcuni rapporti, la polizia e il governo non sarebbero affatto immuni da colpe, da un lato perché accusati di chiudere gli occhi di fronte alle sottrazioni, dall’altro perché sospettati di essere direttamente coinvolti negli stessi.

Il Nigerian Tribune denuncia senza mezze misure la complicità degli agenti di sicurezza nelle attività illegali in cambio di laute tangenti:

These illegal bunkerers had been given assurances by senior police officers in Abuja that nothing would happen to them even if they were arrested.
It was reliably gathered that the bunkerers, who now resort to breaking pipelines, carry out their illegal activities accompanied by siren-blaring escorts thereby scaring people away and creating the impression that they were government officials on assignment.
An example was a cartel known as Tekeena Oil, that loaded two foreign ships in the Niger Delta last week at the Mobil Oil filed in Eket, Akwa Ibom State.
The illegal vessels, containing about 200,000 metric tonnes of AGO and crude oil, was loaded within 24 hours before they could sail off.
Nigerian Tribune was told exclusively that before the ships could be loaded with the crude, the sum of N50 million was paid to senior police officers to give them protection.

Non meno tenero è il giudizio espresso in questa analisi sui ministri, i funzionari, i dirigenti dell’Agenzia dello Sviluppo del Delta del Niger, accusati di non avere altro interesse che saccheggiare la regione per sé e le proprie consorterie, in totale spregio per le necessità della popolazione:

They would have handed-down the share of their godfathers, touts, and hangers-on before swallowing the rest. A governor in one of the Niger Delta states has shown anger against this attitude and caused an assessment to be done by an independent body, which found only five out of 23 to have excelled. So far, two LGA bosses have been overthrown by their people. Now that the EFCC is toothless, the politicians are simply on the rampage.

La Nigeria è un rentier state: il 95% delle entrate pubbliche deriva dalle rendite petrolifere. In soldoni, il bilancio statale del 2012 prevede una produzione di petrolio di 2,48 milioni di barili al giorno (in crescita rispetto ai 2,3 milioni nel 2011) che garantirebbe una proiezione di entrate pubbliche pari a 9.406 trilioni di dollari. Di questa somma, 3.644 trilioni di dollari sono destinati al governo federale. Numeri sufficienti a rendere l’idea sull’importanza dell’oro nero nelle sorti del Paese.
Ma qui, come in molti altri Stati del Sud del mondo, il petrolio rappresenta più un problema che un’opportunità.
Abuja vanta il secondo PIL dell’Africa sub-sahariana, ma le condizioni socioeconomiche del Paese di oggi sono peggiori di quanto non lo fossero 30 anni fa. Oggi il 70% della popolazione del Delta del Niger vive con meno di un dollaro al giorno perché il grosso della rendita petrolifera della Nigeria viene incamerato dall’1%, il quale beneficia pure di una corruzione dilagante che secondo le stime del, dal 1960 avrebbe rubato all’economia nigeriana una somma tra i 300 e i 400 miliardi di dollari.
E parliamo di un Paese multipartitico dotato di istituzioni democratiche.

Le elezioni in Algeria hanno visto la partecipazione del 42,36%degli aventi diritto. Il Fronte di Liberazione Nazionale, partito al potere dai tempi della guerra d’indipendenza contro la Francia, avrà 220 seggi. Sommati ai 68 conquistati dal Raggruppamento nazionale democratico (il partito nato da una costola del Fln) otteniamo 288 seggi su 462. Non sarà necessario, come in passato, scendere a compromessi con gli islamisti.
A questi ultimi non è riuscita la cavalcata al potere sulla falsariga di quanto abbiamo visto in Tunisia ed Egitto. L’Alleanza verde, formata dal Movimento sociale per la pace (Msp), Ennahda e Islah, ha avuto appena 48 seggi. Nemmeno l’altra lista islamista, Adala del leader radicale Djaballa, che si era staccato da Islah perché non condivideva la scelta di allearsi con il Msp, ha avuto successo, raggiungendo appena i 7 seggi. Il Fronte delle forze socialiste (Ffs), che aveva boicottato due tornate elettorali nel 2007  e2009, ha ottenuto 21 seggi. Sono state elette 144 donne, inferiori alla quota del 30% prevista, comunque superiore al 7% precedente.
Questa attenta analisi sul sito della Treccani, che rivela alcuni importanti retroscena della campagna elettorale dal punto di vista del regime, ci aiuta ad approfondire lo scenario:

Jamal Zenati, dalle pagine del quotidiano el-Watan, ci spiega in maniera piuttosto perentoria come “l’appuntamento del prossimo 10 maggio rappresenti qualcosa di più di una semplice elezione legislativa”. A seguito delle modifiche apportate al testo costituzionale nel 2008 che hanno permesso al presidente della Repubblica algerina di essere eletto per la terza volta, si è creata, secondo Zenati, una spaccatura tra un potere presidenziale sempre più autonomo, ed un parlamento sempre meno protagonista sulla scena politica. Ecco perché, continua l’autore, “le elezioni legislative non rappresentano più un momento di espressione della sovranità popolare”, ma il “preludio ad uno scrutinio presidenziale”. … Ad avvalorare questa lettura un articolo di Ghania Oukazi apparso sul Quotidien d’Oran. Oggetto dell’analisi la battaglia tutta interna all’ex-partito unico algerino, il FLN (Fronte di liberazione nazionale – Jabha al-tahrîr al-watanî), nella quale sembra evidente agli occhi di Oukazi la longa manus del Presidente Bouteflika, che è riuscito a ridefinire gli equilibri interni al proprio partito in modo da mantenerne il controllo.

L’Alleanza Verde ha subito parlato di brogli, nonostante la presenza di 500 osservatori internazionali. In effetti in Africa – e nei Paesi in via di sviluppo in generale – la denuncia di irregolarità da parte della fazione perdente è consuetudine, ma le previsioni parlavano di un testa a testa tra FLN e islamisti. E i toni entusiasti con i quali i commentatori locali hanno celebrato la partecipazione, la regolarità delle operazioni e (soprattutto) il consenso intorno al presidente Bouteflika suonano quanto meno sospetti. In ogni caso, dopo il voto si apre la sfida delle riforme - ammesso che il governo abbia davvero la volontà di attuarle.

Per comprendere il contesto particolare in cui l’Algeria è inserita, bisogna riflettere su alcuni punti.
In generale, gli esperti hanno evidenziato come la “primavera araba” sembra aver toccato solo superficialmente l’Algeria. Per la verità qui le rivolte erano scoppiate già nel novembre 2010 (dunque oltre un mese prima dell’immolazione di Mohamed Bouazizi), nelle regioni interne del Paese, per arrivare poi ad Algeri nel gennaio successivo. La concomitanza con i moti in corso in Tunisia ha fatto sì che l’opinione pubblica internazionale aprisse gli occhi solo in quel momento. Le ragioni dell’insurrezione erano legate a questioni prettamente sociali, piuttosto che politiche: il rincaro dei beni di prima necessità – farina, riso, olio e latte – dovuto alla riduzione delle sovvenzioni statali, aveva aggravato le già difficili condizioni di vita della popolazione, ancora scottata dalla precedente ondata inflattiva del 2008 (l’anno dei 31.500 migranti a Lampedusa). Ancora oggi l’autosufficienza alimentare è un miraggio e i prodotti di consumo restano legati all’importazione, dal momento che il comparto interno non è considerato una priorità.
Oltre alla crisi alimentare, a mortificare le speranze dei giovani algerini c’è la mancanza di lavoro. Grazie alle sue notevoli riserve di idrocarburi, l’Algeria è il secondo paese più ricco d’Africa, alle spalle del Sudafrica. Una ricchezza che ha permesso al Paese di estinguere il proprio debito estero, ma non di risollevare le condizioni di vita della popolazione, posto che essa non viene ridistribuita secondo criteri di equità o di necessità. La rendita serve di fatto ad alimentare il sistema di potere, ossia Bouteflika e la sua cricca. Inoltre il settore energetico, il quale genera enormi profitti ma richiede al contempo poderosi investimenti, non garantisce ricadute altrettanto positive sul piano occupazionale. Non c’è da stupirsi che il 40% dei giovani sotto i trent’anni sia ancora disoccupato, nonostante gli ambiziosi piani di sviluppo del settore, coronati dall’annuncio di nuove raffinerie. Ciò di cui davvero il Paese necessita è un programma che punti alla crescita di un’economia diversificata.
Eppure l’abbozzo di “primavera sociale” del 2010-2011 non si è tradotto in rivoluzione, come è invece avvenuto in Egitto e nella vicina Tunisia. È come se gli algerini abbiano preferito non alzare il livello dello scontro, lasciando che la protesta si spegnesse.
L’Algeria ha un background politica distinto rispetto, ad esempio, a quello dell’Egitto. Un aspetto a volte sottovalutato nelle analisi che leggiamo sul tema e che include gli incipit di rivolta del 1988 e del 1992, per proseguire con la drammatica guerra civile degli anni Novanta.  Linkiesta ripercorre queste fasi:

Il 5 ottobre 1988 è la data da cui partire per comprendere il passato, il presente ma soprattutto il futuro dell’Algeria … Quell’ottobre di 24 anni fa, il Paese nord africano conobbe una Primavera araba “ante litteram” quando migliaia di giovani ma non solo, stanchi di un trentennio di partito unico caratterizzato inizialmente da una sbornia socialista e da una mala gestione e corruzione in seguito, scesero in strada assaltando uffici e ministeri, dando alle fiamme i simboli dello stato. La risposta non si fece attendere: l’esercito uscì dalle caserme e aprì il fuoco contro i dimostranti, uccidendone almeno 169 e ferendone migliaia (qualcuno avanza il numero di 500 morti). Il regime algerino (contrariamente a quanto accaduto lo scorso anno in molti Paesi arabi) aveva subito intuito che in uno scontro sarebbe stato spazzato via. Così nel febbraio del 1989 offrì molte concessioni, con l’abrogazione della costituzione, l’instaurazione del multipartitismo, la nascita della prima stampa araba indipendente, ma soprattutto l’apertura all’economia di mercato.
Il sogno di una profonda riforma democratica del sistema svanì però in meno di 4 anni. Dopo aver stravinto le elezioni Locali del giugno 1990 (prime elezioni libere nel Paese) il Fronte islamico della salvezza, guidato da Abbas Madani e Ali Belhaj, si ripete nel dicembre del 1991 vincendo nel primo turno delle legislative l’82% dei seggi.
Ed eccoci alla seconda data che sarà fatale per l’apertura democratica ma non solo. Sarà il bivio che stravolgerà per 17 anni la storia recente dell’Algeria. L’11 gennaio del 1992 l’esercito costringe l’allora Presidente Chadli Benjadid a dimettersi interrompendo il processo elettorale. Le assemblee comunali dove ha vinto il Fis vengono sciolte, gli eletti e i militanti arrestati e spediti nei campi allestiti nel deserto del Sahara. Qui inizia l’incubo algerino, un bagno di sangue collettivo (la tragedia nazionale) costato la vita ad oltre 250mila persone con migliaia di dispersi, da cui la società fatica ancora a riprendersi.

Gran parte delle narrazioni sugli eventi che hanno avuto luogo nel mondo arabo si concentrano su elementi simbolici come la folla di Tahrir, il martellamento dei social network, Il sacrificio di Mohamed Bouazizi. Tutti fattori che hanno rivestito un ruolo fondamentale nel successo delle rivoluzioni in Tunisia ed Egitto in virtù del proprio richiamo all’aggregazione e alla partecipazione popolare, che hanno costretto i regimi a reagire e poi a mollare. In Algeria tutto questo non c’è stato, complici un’opposizione miseramente frammentata, in cui gli islamisti non sono una forza preponderante, e un regime costituito da strateghi politici molto furbi e tattici. In compenso c’è una memoria collettiva ancora profondamente segnata dalla guerra civile.
Emblematica questa (amara) conclusione su In 30 secondi, al termine di un’esauriente disamina sul risultato elettorale:

Qualcuno penserà che dobbiamo accontentarci. Gli “islamisti” hanno perso e tutto sommato le elezioni sono regolari.
Ci sono donne in parlamento, almeno.
Ma, appunto, è una vera mascherata che accontenta tutti tranne la stragrande maggioranza degli algerini, che rimangono lì, relegati sullo sfondo, come i selvaggi in un quadro orientalista, mentre all’unanimità il mondo plaude al regime mafioso e sanguinario di Bouteflika.
Il mondo sta dicendo loro che la cosiddetta “primavera araba” è stata un incidente, non un complotto.

Dopo mesi di trattative sottobanco (ma ben note ai meglio informati), nell’anniversario della morte di bin Laden i presidenti Obama e Karzai hanno sottoscritto un accordo in base al quale l’impegno militare degli Stati Uniti si estende fino al 2024.
A parte l’iniziale cortocircuito comunicativo dello staff della Casa Bianca – che prima nega e poi ammette l’arrivo di Obama a Kabul, senza spiegare il perché della bugia -, nel merito l’accordo offre più domande che risposte.
Se da un lato gli USA forniranno un sostegno allo sviluppo delle forze di sicurezza afghane, dall’altro non c’è nessun aiuto finanziario concreto per il bilancio della difesa di Kabul. Ancora, si dice che l’Afghanistan si impegna a fornire accesso alle proprie basi oltre il 2014, ma non è chiaro se gli americani manterranno delle basi permanenti nel Paese – un’ambiguità non certo casuale: benché i funzionari USA insistano che il ritiro definitivo sarà completato entro il 2014, la realtà sul campo dice gli americani resteranno ben oltre tale data.
Un anno fa scrivevo che per l’America il ritiro dall’Afghanistan comporterà solo un riposizionamento delle truppe nel cuore dell’Asia Centrale:

Contrariamente a quanto sostenuto da Obama, secondo Mosca gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di ritirarsi dall’Asia centrale. Anzi, la Casa Bianca starebbe cercando di rinforzare la propria presenza nella regione trasferendovi parte delle strutture militari ora d’istanza a Kabul.
La presunta trattativa con le maggiori fazioni dei taliban volta a negoziare la fine del conflitto, in linea con la strategia del Grande Medio Oriente voluta dagli Usa, comporterà un profondo riassestamento dentro e fuori i confini del Paese. Nel primo caso, si va verso una ripartizione di fatto dell’Afghanistan sulla base di principi etnici; nel secondo, gli americani manterranno la propria influenza in loco da una nuova posizione, proprio dirimpetto ai giganti Russia e Cina.
L’offerta alle repubbliche ex sovietiche di un ruolo di sostegno alla coalizione in Afghanistan non sarebbe che il primo passo verso il collocamento di contingenti supplementari proprio nel cuore della regione. Un progetto noto fin dal settembre del 2009 e confermato da una successione di elementi circostanziali, di cui il potenziamento delle rotte verso Kabul è solo il più recente.

Insomma la longa manus del Pentagono non lascerà la regione.  C’è chi parla dell’Afghanistan come di una nuova OkinawaCome mai per l’America è così importante rimanere in Afghanistan? Per rispondere a questa domanda è necessario indagare sul campo. Intendo dire, su ciò che sta realmente accadendo sul campo, oltre le considerazioni di carattere strategico segnalate su tutti i siti e blog che si occupano di geopolitica.
Al di là della selva di incertezze e supposizioni, c’è qualcuno che le idee sul perché gli americani sono – e resteranno – a Kabul le ha ben chiare: è il sito Peacereporter (ora confluito in quello di E-Mensile, la rivista di Emergency), che nella pagina esplicativa sul conflitto afghano (corredata dalle relative fonti), dopo aver confermato che l’intervento militare Usa in Afghanistan era stato pianificato mesi prima degli attacchi a New York e Washington, rivela:

Un’altra interpretazione, meno nota ma degna di approfondimento, spiega la decisione Usa di occupare l’Afghanistan con la necessità di riavviare la produzione di oppio che nel luglio del 2000 il Mullah Omar aveva vietato nella speranza di guadagnarsi il riconoscimento internazionale.
L’unica vera ricchezza dell’Afghanistan (povero di risorse naturali, petrolio e gas, e tagliato fuori dalle rotte dei gasdotti proprio a causa della sua instabilità – il progetto Unocal della pipeline transafgana è stato abbandonato a favore della più sicura rotta caucasica: quella della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan) è infatti l’oppio, fonte del 90 per cento dell’eroina smerciata nel mondo e di un giro d’affari annuo da centinaia di miliardi di dollari l’anno.

La coltivazione su vasta scala di papaveri da oppio in Afghanistan era iniziata negli anni ’80 nei territori controllati dai mujaheddin antisovietici armati dalla Cia, raggiungendo livelli altissimi negli anni ’90 sotto il regime talebano sostenuto da Usa e Pakistan e rimpiazzando le piantagioni del Triangolo d’Oro in Indocina (sviluppatesi sotto controllo Cia negli anni ’70 durante la guerra in Vietnam).
Dopo l’invasione del 2001 la produzione e lo smercio di oppio afgano (e dell’eroina) sono ripresi a livelli mai visti, polverizzando in pochi anni i record dell’epoca talebana. Le truppe Usa e Nato si sono sempre rifiutate di impegnarsi nella lotta al narcotraffico, continuando a sostenere noti signori della droga, tra cui il fratello di Karzai, Ahmed Wali, risultato poi essere sul libro paga della Cia. L’agenzia d’intelligence americana avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato’ guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all’estero su cargo militari Usa diretti nelle basi americane in Kirghizistan, Turchia e Kosovo (6, 7), salvo appaltarlo a contractors privati.
Che la Cia abbia sempre promosso la produzione e il traffico di droga nelle aree in cui operava è un dato storico acquisito, per quanto poco ricordato.
Quello che non si sapeva, e che svela forse la vera ragione della guerra in Afghanistan, è che gli enormi capitali derivanti dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico costituiscono la linfa vitale che garantisce la sopravvivenza del sistema economico americano e occidentale in momenti di crisi, come spiegato dal direttore generale dell’Ufficio Onu per la droga e la criminalità (Unodc), Antonio Maria Costa

Fantascienza? No, se pensiamo che l’America, sia pur indirettamente, sta ricoprendo un ruolo tutt’altro che secondario nella narcoguerra in Messico. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato che agenti della Dea americana (Drug Enforcement Administration) e forze dell’ordine messicane hanno aiutato i cartelli della droga messicani a riciclare denaro proveniente dal traffico di droga, nel tentativo di infiltrarsi nel cartello. Denaro riciclato anche grazie alla compiacenza delle banche USA.
Ancora. Contrariamente da quanto affermato in questa ricostruzione, in Afghanistan alcune risorse naturali ci sono eccome. Come scrivevo mesi orsono, secondo alcune ricerche della US Geological Survey il Paese costituisce forse la regione mineraria più ricca della Terra:

Fino al 2006 tali risorse erano relativamente inesplorate e non esistevano dati certi al riguardo (benché la US Geological Survey avesse stilato un rapporto già nel 2001). La cronica instabilità del Paese, la conformazione geomorfologia del territorio, le elevate distanze coperte da una rete di trasporti carente, il sistema infrastrutturale inadeguato hanno a lungo ostacolato ogni attività di ricerca.
Poi nel 2010 una squadra di geologi americani, assistita da funzionari del Pentagono, ha annunciato la scoperta di una serie di giacimenti ancora intatti per un controvalore di mille miliardi di dollari, sufficienti a cambiare radicalmente volto all’economia afghana. Secondo altre stime, il valore sarebbe addirittura triplo. I dati odierni parlano di 89 campi minerari immediatamente sfruttabili, la maggior parte dei quali inalterata.
Nel dettaglio, l’Afghanistan ospita miniere di rame, ferro, cobalto, piombo, zinco, litio, bario, cromo, oro e metalli preziosi, minerali ferrosi, terre rare, rubini, lapislazzuli nonché altre pietre preziose e semipreziose. Se prendiamo il litio, ad esempio, si stima che l’Afghanistan ne contenga il più vasto giacimento al mondo, al punto che il presidente Karzai ha affermato che “Se l’Arabia Saudita è la capitale mondiale del petrolio, l’Afghanistan sarà la capitale del litio”. All’appello delle ricchezze non mancano gas e petrolio, ovviamente [per tutti i dati si rinvia al rapporto della USGS e a quello dell'Isitituto di Sicurezza e Diplomazia Ambientale della Vermont University].

Nel sottosuolo afghano c’è praticamente di tutto. Mancherebbe solo il petrolio. Sorpresa: c’è anche quello!
La presenza di oro nero nel Paese è stata accertata fin dal 1959, come spiegato dalla US Geological Survey in questa pagina - visibile solo tramite Wayback Machine, perché l’originale è stata rimossa. Che motivo c’era di occultarla?
Il governo Karzai ha concesso le prime licenze d’esplorazione già nel 2010 (interessante questa analisi della Reuters). I giacimenti di oro nero hanno una consistenza stimata di circa 1,6 miliardi di barili: non è molto, ma abbastanza per promuovere dei progetti di estrazione.
Paresntesi. Fino ad oggi l’importanza dell’Afghanistan sotto il punto di vista energetico era nota come luogo di transito per oleodotti o gasdotti. Progetti come la Trans-Afghanistan Pipeline e Afghanistan Oil Pipeline che vedevano coinvolta la compagnia UNOCAL, di cui l’attuale presidente afghano Karzai era stato consulente e collaboratore. Il triangolo Bush-Karzai-UNOCAL è illustrato su Globalresearch, dove si spiega che la scelta di Karzai alla guida del Paese era stata dettata proprio dai suoi trascorsi nella compagnia.
Meno note, per l’appunto, sono le potenzialità del Paese come produttore di idrocarburi. Ragione alla base della frenetica attività diplomatica per dare stabilità alla neonata democrazia afghana, secondo questa analisi pubblicata dieci anni fa – in tempi non sospetti:

As the war in Afghanistan unfolds, there is frantic diplomatic activity to ensure that any post-Taliban government will be both democratic and pro-West. Hidden in this explosive geo-political equation is the sensitive issue of securing control and export of the region’s vast oil and gas reserves. The Soviets estimated Afghanistan’s proven and probable natural gas reserves at 5 trillion cubic feet – enough for the United Kingdom’s requirement for two years – but this remains largely untapped because of the country’s civil war and poor pipeline infrastructure.
More importantly, according to the U.S. government, “Afghanistan’s significance from an energy standpoint stems from its geographical position as a potential transit route for oil and natural gas exports from central Asia to the Arabian Sea.”
To the north of Afghanistan lies the Caspian and central Asian region, one of the world’s last great frontiers for the oil industry due to its tremendous untapped reserves. The U.S. government believes that total oil reserves could be 270 billion barrels. Total gas reserves could be 576 trillion cubic feet.

Il paradigma è sempre lo stesso. Esportiamo la “democrazia”, in cambio di gas e petrolio.
Gli USA hanno fretta che questa “democratizzazione” dia i suoi frutti perché non sono gli unici ad essere a conoscenza del petrolio afghano. Lo scorso dicembre la Cina National Petroleum Corporation è diventata la prima azienda straniera ad ottenere una concessione per l’estrazione di petrolio e gas in Afghanistan. I funzionari stimano che l’accordo potrebbe essere un valore di oltre 700 milioni di dollari (dieci volte tanto, secondo altre stime).
Non c’è da stupirsi come mai gli americani puntino a rimanere inchiodati a Kabul il più a lungo possibile.

La scorsa settimana un rapporto del Department of Homeland Security americano ha rivelato che diverse società di gestione della rete gas sono state colpite da attacchi informatici:

A campaign of cyber attacks has been targeting US natural gas pipeline operators, officials acknowledged Tuesday, raising security concerns about vulnerabilities in key infrastructure.
The Department of Homeland Security “has been working since March 2012 with critical infrastructure owners and operators in the oil and natural gas sector to address a series of cyber intrusions targeting natural gas pipeline companies,” DHS spokesman Peter Boogaard said in an email to AFP.
He said the attack “involves sophisticated spear-phishing activities targeting personnel within the private companies” and added that the FBI and other federal agencies are assisting in the probe.
Spear-phishing is a technique used to target a specific company or organization by sending fake emails    designed to get employees to divulge passwords or other security information.

Il servizio ICS-CERT (Industrial Control Systems Cyber Emergency Response Team) del Dipartimento di Siurezza ha lavorato dal marzo 2012 con i gestori delle infrastrutture sensibili e gli operatori del settore energetico per affrontare una serie di intrusioni informatiche volte a carpire informazioni riservate tramite attraverso sofisticate attività di phishingChristian Science Monitor, che della vicenda offre un ampio resoconto, segnala che gli attacchi sono iniziati iniziati lo scorso dicembre.
Il timore è che sia stato possibile ingannare qualcuno all’interno di una società del gas per depositare qualche trojan o malware nell’archivio informatico della stessa, capace di rubare files o di sabotare l’operatività della gestione. Un pò come ha fatto il virus Stuxnet con l’impianto nucleare di Bushehr, in Iran.
Quello della sicurezza informatica è un problema comune un pò a tutte le aziende: attraverso le reti pubbliche o sfruttando canali non protetti, l’attacco è sempre possibile. Vulnerabilità nei sistemi di controllo sono state rinvenute nella rete elettrica, in quella idrici nonché in altre società di servizi e public utilities. Rimane da capire come mai tali attacchi abbiamo finora colpito soltanto i gestori di gasdotti. Perché questi episodi stanno interessando la maggior parte delle infrastrutture gassifere degli Stati Uniti. Al momento non si sa neppure se il bersaglio delle incursioni siano i sistemi informatici in sé o addirittura le tubazioni. In altre parole, gli esperti conoscono la natura della minaccia, ma non l’intento.

La domanda su chi si nasconda dietro gli attentati potrebbe avere già trovato una risposta. Sempre Christian Science Monitor rivela in esclusiva che, analizzando le tracce lasciate dai tentativi d’intrusione, gli inquirenti hanno trovato interessanti somiglianze con un attacco ad una società di sicurezza informatica avvenuto un anno fa. Un episodio per il quale un funzionario del governo degli Stati Uniti aveva apertamente accusato la Cina:

Investigators hot on the trail of cyberspies trying to infiltrate the computer networks of US natural-gas pipeline companies say that the same spies were very likely involved in a major cyberespionage attack a year ago on RSA Inc., a cybersecurity company. And the RSA attack, testified the chief of the National Security Agency (NSA) before Congress recently, is tied to one nation: China.

Along with the alerts, DHS supplied the pipeline industry and its security experts with digital signatures, or “indicators of compromise” (IOCs). Those indicators included computer file names, computer IP addresses, domain names, and other key information associated with the cyberspies, which companies could use to check their networks for signs they’ve been infiltrated.
Two independent analyses have found that the IOCs identified by DHS are identical to many IOCs in the attack on RSA, the Monitor has learned. RSA is the computer security division of EMC, aHopkinton, Mass., data storage company.

Discovery of the apparent link between the gas-pipeline and RSA hackers was first made last month by Critical Intelligence, a cybersecurity firm in Idaho Falls, Idaho. The unpublished findings were separately confirmed this week by Red Tiger Security, based in Houston. Both companies specialize in securing computerized industrial control systems used to throw switches, close valves, and operate factory machinery.
“The indicators DHS provided to hunt for the gas-pipeline attackers included several that, when we checked them, turned out to be related to those used by the perpetrators of the RSA attack,” says Robert Huber, co-founder of Critical Intelligence. “While this isn’t conclusive proof of a connection, it makes it highly likely that the same actor was involved in both intrusions.”

Gen. Keith Alexander, chief of US Cyber Command, who also heads the NSA, told a Senate committee in March that China was to blame for the RSA hack in March 2011.

Le potenzialità del Dragone in campo informatico sono note da tempo. L’8 aprile 2010 il 15% di tutto il traffico internet statunitense è stato dirottato in Cina per 18 minuti. Tempo sufficiente per registrare e poi decriptare la massa di informazioni trasmesse, comprese quelle, da e verso siti del Pentagono, del Senato, della Nasa o dei servizi di intelligenze.
Si sa anche che in Cina alcune società private e gruppi di hacker hanno promosso diverse operazioni con lo scopo di acquisire informazioni sensibili su progetti tecnologici stranieri, vere e proprie campagne di spionaggio informatico contro le aziende ed i governi di altre nazioni.
Secondo la Reuters, la guerra informatica cinese costituirebbe un rischio reale per l’esercito americano in un eventuale conflitto. Ipotesi tutt’altro che fantascientifica viste le crescenti tensioni nel Mar Cinese Meridionale e lungo il confine tra le due Coree. Senza contare Taiwan, che Pechino sogna di riportare sotto il proprio controllo.
Non a caso, anche il Segretario di Stato Hillary Clinton, nel corso dell’annuale Dialogo Strategico ed Economico con i leader cinesi ha sottolineato che Pechino e Washington devono sviluppare norme comuni sulle questioni informatiche. Una sorta di mutua deterrenza sul piano cibernetico.

Non possiamo ancora sapere se dietro gli attacchi ci sia davvero la mano di Pechino. In ogni caso il pericolo dall’etere esiste. Nell’ultimo quaderno speciale di Limes intitolato “Media come armi” si affronta anche il tema della guerra informatica. Scott Borg, in un articolo dal titolo “Logica della guerra cibernetica”, chiarisce che gli attacchi informatici riguardano principalmente non le reti di comunicazione, bensì i software dei sistemi di controllo. Se, come detto in precedenza, quasi tutti i processi produttivi sono regolati e coordinati tramite computer che eseguono istruzini, vi è la possibilità che i sistemi possano essere alterati da agenti nocivi in grado di manipolarli. Cosiderato che gli attacchi informatici possono aggirare tutte le difese militari convenzionali, i danni materiali potrebbero essere incalcolabili. E non vi sarebbe alcun modo per risalire con certezza all’autore o al Paese di provenienza.
Il Pentagono considera il cyberspazio il quinto dominio operativo dopo la terra, il mare, il cielo e lo spazio, ma si tratta di un’interpretazione fuorviante. L’Information Technology non è che una nuova modalità che si inserisce nelle operazioni militari tradizionali, non una tipologia di operazione. Un caso di guerra informatica lo abbiamo avuto quattro anni fa, nella guerra russo-georgiana: il 7 agosto 2008, giorno precedente all’attacco, i siti governativi di Tbilisi furono resi inaccessibili probabilmente da un gruppo di hacker russi, paralizzando le capacità di reazione dei georgiani.

Oggigiorno quasi tutti i processi industriali si basano sui computer, per cui assumendo il controllo remoto di una centrale diventa possibile gestire lo snodo del gas attraverso le condutture, arrivando persino a sabotarne il trasporto. Teoricamente, sarebbe possibile arrestarne il flusso, lasciando intere città a secco.
Negli Stati Uniti la rete gas si estende lungo 200.000 chilometri di tubature, che forniscono al Paese un quarto dell’energia che ogni giorno consuma. E’ facile intuire come l’integrità e il corretto funzionamento dei gasdotti costituiscano una questione di sicurezza nazionale.

Genericamente, il termine Europa può significare tante cose. I confini del Vecchio continente sono infatti suscettibili di allargarsi o restringersi a molla a seconda dell’ambito nel quale facciamo riferimento: l’Unione Europea, il Consiglio d’Europa, l’Europa di Schengen, l’Eurozona e la Uefa sono esempi della geometria variale in cui la sponda nord del Mediterraneo si dipana.
Parlando di “Europa”, dunque, più che un soggetto dall’identità ben definita invochiamo una moltitudine di espressioni. Ma l’Europa intesa come Unione di Stati ha una data di nascita ben precisa.
Il 9 maggio 1950, l’allora ministro degli esteri francese Robert Schuman rendeva pubblica una dichiarazione con la quale proponeva di: “mettere l’intera produzione francese e tedesca del carbone e dell’acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri Stati europei.
Lo sfruttamento dei ricchi giacimenti della Renania e della Saar era stato spesso il motivo scatenante di guerre tra Parigi e Berlino. Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Europa occidentale perseguiva due scopi: da un lato, evitare un nuovo isolamento dei tedeschi – i quali stavano già rimettendo in piedi la propria economia ad appena cinque anni da una sconfitta che l’aveva ridotta in macerie –, favorendone la riabilitazione agli occhi della comunità internazionale; dall’altro, contrastare l’affermarsi del blocco sovietico nell’Europa centro-orientale.
L’esperienza proposta nella Dichiarazione Schuman era del tutto originale perché, a differenza delle altre organizzazioni, in questo caso ogni Stato accettava di cedere una parte della propria sovranità ad un altro organismo, che avrebbe gestito in modo autonomo la politica comune del settore. Il successo dell’iniziativa incoraggiò gli Stati aderenti a promuovere nuove forme di integrazione.
Con la Dichiarazione Schuman l’Europa emise il suo primo vagito.

L’Europa – meglio: l’integrazione europea – fu dunque la risposta diplomatica – della Francia – alla necessità di contenere l’inarrestabile ascesa di una Germania piegata dalla guerra ma subito capace di rialzarsi, evitando che la teutonica araba fenice spiccasse nuovamente il volo come aveva fatto vent’anni prima.
Parigi si incaricò di tenere per mano Bonn verso la riabilitazione dinanzi alla comunità internazionale – beninteso, sotto l’influenza delle potenze vincitrici. L’idea di fondo del Trattato di Roma del 1957 fu quella di non ripetere l’errore commesso a Versailles quarant’anni prima: quello di umiliare la potenza tedesca, la cui mortificazione fu il germe di quel sentimento pangermanista poi alla base del nazionalsocialismo. Ai tedeschi questo stato di cose andava bene. Per oltre mezzo secolo, sull’impulso di Konrad Adenauer, la Germania di Bonn ha coltivato il sogno europeista – probabilmente come emancipazione all’incubo nazista.
Tuttavia, se da un lato la Francia ebbe il lodevole merito di assumere l’iniziativa della riconciliazione, dall’altro finì per stabilire con l’ex nemico un legame imperfetto, per cui Parigi e Bonn avrebbero camminato insieme lungo il sentiero indicato dall’ultimo conflitto mondiale, ma con l’Eliseo sempre un passo avanti e dotato di adeguati strumenti di pressione (come le armi nucleari) per avere l’ultima parola nel dialogo con l’alleato.
Ma l’Europa non è stata solo Francia più Germania. Nelle intenzioni dei suoi padri fondatori – Schuman, Adenauer e De Gasperi, tutti e tre cattolici e germanofoni – doveva essere qualcosa di più di una semplice esternalizzazione del rapporto franco-tedesco. Per loro, l’Europa rappresentava un pensiero ideale che tentava di sovrapporsi sul luogo reale dove avrebbe messo le radici. L’Unione Europea, così come configurata, sarebbe stata una formazione originale, che sfugge ad ogni tentativo di classificazione. Ben oltre un semplice partenariato tra Stati, seppur ben al di qua di una confederazione. L’integrazione doveva essere un cammino verso l’orizzonte: una marcia fiduciosa verso un traguardo che si spostava sempre in avanti. Il foro comune a cui sottoporre la propria idea di futuro.
È bene ricordare tutte queste cose, oggi che i tedeschi (e non soltanto loro), nel sogno europeo, sembrano non crederci più. Non solo per l’incapacità di Bruxelles di forgiare un’identità collettiva tra i popoli che ha preteso di unire.

Le ragioni per cui tale progetto è entrato in crisi sono diverse.
Innanzitutto, la Germania di oggi non è più quella di allora. Non soltanto perché adesso il suo confine orientale è segnato dall’Oder e non più dal Reno. Per decenni l’impegno all’integrazione europea ha preso il posto della coscienza nazionale tedesca, ma in seguito alla riunificazione è divenuta un Paese in continuo divenire, ricco di sfaccettature ma al contempo insicuro e senza bussola. Ci si è accorti che l’idea di Europa era frutto di una sopravvalutazione storica, un tempo necessaria ma adesso non più sostenibile. La politica estera non ha abdicato al posto d’onore nel dibattito interno, sostituito da un nazionalismo economico che la crisi greca (complice l’irresponsabile gestione del cancelliere Merkel) ha contributo a cementare. Così l’Unione Europea, un tempo tabù, è divenuta una palla al piede dalla quale i tedeschi vorrebbero volentieri liberarsi, per affrancarsi dai vincoli incondizionati che essa impone.
In secondo luogo, cambiata la Germania è cambiato il suo rapporto con la Francia. Se fino al 1989 la simbiosi tra Parigi e Berlino è stata alla base della normalità europea, con la Caduta del Muro le posizioni dei rispettivi governi hanno conosciuto non pochi strappi. Diverse erano le idee sulla Politica europea di difesa e sicurezza, così come sul maxiallargamento ad Est del 2004 o sulla Costituzione europea – che il no francese nel referendum in merito contribuì ad affossare. L’ascesa dei Paesi emergenti, dal punto di vista occidentale pericolosi concorrenti commerciali, ma allo stesso tempo giganteschi mercati da conquistare, ha infine inaugurato una potenziale concorrenza tra i due partner.
Ma non è solo questo. È l’equilibrio di potere ad essere mutato: oggi la Francia non ha più la forza politica di imporre la proprie idee alla Germania. E la necessità di mantenere buoni rapporti ha indotto i due Paesi a stringere i propri accordi prescindendo da cosa ne pensa il resto d’Europa – ogni riferimento al (defunto) duo Merkozy (non) è puramente casuale.
Nell’eurodeclino anche l’Italia ha le sue colpe. Per decenni, come è stato per i tedeschi, l’impegno europeista ci aveva esonerato dal compito di elaborare una coscienza nazionale. Ma finita la stagione in cui il nostro Paese si faceva promotore delle grandi battaglie verso l’integrazione, abbiamo ripensato l’Europa come un tutore al quale fare appello per far rendere “vendibile” agli elettori i provvedimenti più impopolari. “Ce lo chiede l’Europa” è diventato l’alibi con cui la nostra debole classe politica ci ha fatto ingoiare le pillole più amare senza correre il rischio di prendere sonore batoste alle successive elezioni.
Inoltre, va detto che se l’asse franco-tedesco è stato il pilastro dell’integrazione europea, è anche vero che è stato l’asse italo-tedesco a farla camminare. Ma da qualche anno i due Paesi hanno smesso di dialogare, non soltanto per la malcelata ripugnanza personale che Angela Merkel nutriva verso Silvio Berlusconi. Negli ultimi anni il Belpaese è di fatto è scomparso dagli schermi radar del resto del mondo, troppo indaffarato a bisticciare sui conflitti d’interessi (e cronache boccaccesche) del suo primo ministro e su poco altro.
Ma la ragione principale del deragliamento europeo sono stati i rapidi cambiamenti intervenuti ad Est, al di là del Muro di Berlino, e culminati nella Caduta dello stesso. L’Europa non più minacciata dalla scomparsa Unione Sovietica aveva bisogno di nuove basi sulle quali fondare la propria idea di integrazione. Nacque il Trattato di Maastricht. Ancora una volta, la strategia francese puntava a diluire la futura superpotenza tedesca in una cornice istituzionale di tipo federale. Invece, nel corso dei negoziati le autorità tedesche – governo e Bundesbank – la spuntarono sulla questione essenziale: l’integrazione europea (di cui la moneta unica rappresenta l’estrema evoluzione, ma ne riparleremo) sarebbe stata perfezionata applicando rigorosamente il modello economico della Germania. Il trionfo del modello germanico è scritto a chiare lettere nei famosi cinque parametri di convergenza, che impongono politiche deflazionistiche; nell’articolo 105, secondo cui “l’obiettivo principale” della politica monetaria europea “è la stabilità dei prezzi”; nello statuto della BCE, che ha ereditato dalla Bundesbank la forte ispirazione monetarista. È stato il prezzo necessario per strappare l’ok di Berlino. Ma l’economia è un gioco a somma zero: per qualcuno che guadagna, qualcun altro deve perdere. Se la Germania registra surplus commerciali da record, è perché i tanto vituperati PIGS hanno progressivamente accumulato deficit. Non tutti possiamo chiudere in attivo. Ma questo Berlino non lo capirà mai.

Oggi l’integrazione europea appare serenamente avviata allo sfascio, schiacciata sotto il peso dei debiti sovrani. Nel 2010 il sessantesimo anniversario della Dichiarazione Schuman è conciso con il divampare dell’incendio greco, peraltro non ancora spento. Atene ha di colpo scoperchiato il vaso di Pandora dentro il quale le lacune e le contraddizioni dell’europrogetto erano state frettolosamente confinate. Se negli anni Cinquanta l’Europa rappresentò la soluzione ai problemi dei singoli Stati, oggi invece è percepita come la causa.
Le questioni materiali si sovrappongono più ideali di un’identità collettiva mai veramente forgiata. “Unità nella diversità”, il motto ufficiale della UE, più che una dichiarazione programmatica fondata sulla ricchezza culturale che ciascun Paese membro esprime sembra come un alzare le braccia di fronte allo sciame di particolarismi che aleggia sui Paesi membri, peraltro alimentato da quanti (come la Lega qui in Italia) speculano sulla scarsa coesione di questi. E che ronza nelle orecchie anche di chi ingenuamente intravedeva all’orizzonte gli Stati Uniti d’Europa, mera trasposizione del melting pot americano al di qua dell’oceano.
Eppure l’Europa non è da buttare. I negoziati necessari per costruire questa delicata impalcatura sono stati lunghi e complessi, ma hanno avuto il merito di obbligare gli Stati a discutere alla luce del sole, ascoltando l’opinione di tutti. Che senso avrebbe vanificare tanti sforzi? Ma non si tratta solo di questo. Le ragioni di Schuman, Adenauer e De Gasperi sono tuttora valide, specialmente da quando l’integrazione ha (formalmente) ampliato i propri scopi dalla mera cooperazione economica alla tutela dei diritti umani.
La riconciliazione tra Francia e Germania dopo mille anni di guerre è di per sé sufficiente ad affermare che l’Europa non è stata un fallimento. E un’altra riconciliazione, quella tra Est e Ovest con i paesi dell’ex blocco sovietico, potrà realizzarsi attraverso la partecipazione ad un comune progetto di integrazione. Progetto che per mezzo del mercato unico ha garantito prosperità e benessere a quasi quattrocento milioni di persone. L’impiego delle risorse nel mercato comune anziché nella guerra, la convergenza degli sforzi diplomatici sulla promozione della democrazia, dei diritti umani e degli ideali dello stato di diritto, anziché nei ricatti e nelle minacce ottocenteschi, hanno permesso a tutti i Paesi che hanno condiviso l’esperienza europea un salto di qualità che le sole proprie forze non avrebbero mai reso realizzabile.
Per tutte queste ragioni, l’anniversario del 9 maggio conserva ancora un senso. A prescindere dall’opportunità di festeggiarlo o meno.
Sarebbe un peccato se tutto questo fosse polverizzato dal tritacarne della crisi, complici una classe di politicanti che, parafrasando De Gasperi, si mostrano interessati più alle prossime elezioni che alle future generazioni – ogni riferimento al (defunto) duo Merkozy (non) è puramente casuale.

In Occidente l’opinione pubblicato ha sviluppato due immagini della rivoluzione egiziana e, più in generale, della primavera araba. Una è quella dei giovani di Piazza Tahrir, riuniti dal martellante passaparola sui social media. L’altra è quella degli islamisti dalle lunghe barbe che approfittano di uno dei rari momenti di (semi)democrazia al Cairo per tentare l’ascesa al potere.
Come spesso accade, le nostre ricostruzioni contengono un fondo di verità innaffiato da un insieme di luoghi comuni. Ad ogni modo, la condizione di rivoluzione incompiuta che caratterizza l’Egitto di oggi – ben messa in risalto dagli scontri in Piazza Tahrir, iniziati in dicembre e rinfiammati in questi giorni – è principalmente conseguenza di due fattori.

In primo luogo, i problemi socioeconomici del Paese, rimasti irrisolti e senza un barlume di prospettive ad un anno dalla defenestrazione di Mubarak.
Si, perché al di là della visione romanzata dei giovani che chiedevano a gran voce rappresentaza e democrazia, i motivi per cui la gente è scesa in strada sono molto più materiali: povertà diffusa, diseguaglianze economiche, disoccupazione, giovanile, deficit alimentare, infrastrutturale e scolastico. Tutto questo nonostante una crescita che nei trent’anni targati Mubarak ha viaggiato a ritmi del 5% annuo, con punte del 7% nel 2007 e 2008, forte anche degli investimenti esteri che dal 2004 al 2010 hanno sfiorato quota 50 miliardi di dollari.
Se andiamo a vedere, non c’è da stupirsi che le statistiche sul PIL non si siano tradotte in maggior benessere per la popolazione. I due terzi delle entrate di valuta estera del Paese derivano da rendite energetiche, turismo, diritti di transito lungo il Canale di Suez e rimesse degli emigrati. Le riforme intervenute negli ultimi anni hanno riguardato settori a limitato impatto occupazionale, senza quasi sfiorare i settori chiave. L’esplosione demografica, il decremento della produzione agricola (ormai l’Egitto importa la metà dei suoi alimenti base) e le scarse politiche di sostegno dell’ex presidente hanno fatto il resto. Con il paradossale effetto che, mentre in trent’anni il PIL egiziano è letteralmente volato, oggi gli egiziani sono molto più poveri rispetto a cento anni fa.

In secondo luogo, la presenza dei militari al potere, ormai (ufficialmente) diventati il vero ostacolo alla libertà. In Egitto le forze armate non sono i garanti della laicità, come in Turchia. Di fatto sono – e si concepiscono – come uno Stato nello Stato. Lo Stato, quello vero, lo comandano da sessant’anni: tutti e tre i presidenti del Paese – Nasser, Sadat e Mubarak – sono stati ufficiali nell’esercito. Un’istituzione che ha sempre goduto del rispetto e della stima del popolo. Ma da quando nel 1977 Sadat firmò gli accordi di Camp David con Israele e USA, l’esercito è stato progressivamente emarginato, messo in condizione di non poter più combattere. In cambio, il regime ha foraggiato i generali di aiuti economici e affidato loro la gestione di investimenti ed attività economiche. Oggi i militari costruiscono infrastrutture e centri commerciali, gestiscono alberghi e villaggi turistici, così come ospedali e media, producono e commercializzano pane, latte e acqua minerale. Si stima che il 40% dell’economia del Paese sia in mano all’esercito. Non a caso le riforme a cui accennavo più sopra non hanno minimamente incoraggiato l’iniziativa privata, salvaguardando le rendite di posizione dei militari da quel fenomeno che noi chiamiamo concorrenza.
Non è un caso che oggi si sita cominciando a riflettere sulla natura pilotata della sollevazione popolare. Un anno fa scrivevo:

Piazza Tahrir è stata lo sfondo, e non la protagonista, del rovesciamento del regime.
L’idea che una manovra per rovesciare Mubarak fosse in atto ben prima che la folla riempisse piazza Tahrir non è del tutto peregrina. Agevolare l’uscita di scena dell’ottuagenario presidente aveva l’obiettivo di garantire una successione ordinata nel governo del Paese. In tal modo sarebbe stato possibile sfruttare le prossime elezioni presidenziali per far emergere una nuova figura, espressione degli alti comandi militari, in linea con la tradizione degli ultimi decenni. Una figura che non sarebbe stata quella di Gamal Mubark [figlio di Hosni, n.d.r.].
C’è una fondamentale differenza tra il regime così come Nasser lo aveva creato e la dittatura di Hosni Mubarak. Il regime consisteva – e consiste – in un complesso istituzionale e burocratico incentrato sulle gerarchie militari, che coinvolgesse ogni aspetto della società egiziana. Mubarak, al contrario, è venuto a distinguere i suoi interessi da quelli dell’esercito, a chiaro vantaggio dei primi. Era logico che i militari vedessero nell’anziano presidente una minaccia per l’establishment consolidato.
I manifestanti non hanno mai chiesto la caduta del regime, ma solo quella del ra’is. Un dettaglio che nei convulsi giorni della rivolta è sfuggito a molti. Ai militari di sicuro non piaceva lo spettacolo delle folle in strada, ma la crisi politica seguita all’insorgere delle manifestazioni ha offerto loro l’opportunità di pensionare il presidente e di salvare il regime. E con esso, anche i propri interessi.
Dall’inizio delle manifestazioni, l’attività dell’esercito si è mostrata opaca. Il consiglio militare ha abolito la costituzione e sciolto il parlamento, ufficialmente per promuovere il cambiamento politico ma di fatto togliendo di mezzo le restanti istituzioni del Paese. Tutto il potere è caduto in mano ai militari. Nessuno dei rappresentati di piazza Tahrir è mai stato chiamato al loro tavolo.
Questo è il punto. A piazza Tahrir non c’è stata una rivoluzione. Non sono stati i manifestanti a rovesciare Mubarak, ma di fatto un colpo di stato militare celato dietro la maschera di una protesta per la democrazia. Quando fu chiaro che Mubarak non avrebbe volontariamente rassegnato le dimissioni, i militari hanno preso in mano il potere attraverso la creazione di un consiglio militare, lasciando che l’indignazione della folla fornisse una visione edulcorata dei fatti ad uso e consumo del romanticismo occidentale. Dall’11 febbraio i militari hanno il pieno controllo del Paese.
 …
Pertanto, la realtà che abbiamo di fronte è molto diversa da quella che l’entusiasmo di piazza Tahrir ci aveva fatto vedere.  Non è che non in Egitto non sia successo niente, ma ciò che è successo non è una copia fedele di quello che i media hanno ritratto. A parte lo spettacolo offerto dalla folla, il regime è rimasto esattamente dove era. Con l’aggravante di godere del favore dell’opinione pubblica sia interna che esterna al Paese. L’esaltazione di quei giorni di gennaio è andata spegnendosi in una sconfortante conferma della morale gattopardiana: in Egitto è cambiato tutto affinché non cambiasse nulla.

Le forze armate concentrano su di sé il potere politico e quello economico. Logico che abbiano tutto l’interesse a mantenere lo status quo.

Nei giorni tra il 7 e l’11 aprile il Sultano del Brunei Hassanal Bolkiah si è recato in visita in Turchia, dove ha incontrato il premier Recep Tayyip Erdogan, in procinto di partire per la Cina. Si è trattata della prima visita di alto livello tra i due Paesi dall’inizio delle loro relazioni bilaterali nel febbraio del 1985.
Tra le altre cose, i due governi hanno annunciato l’apertura di ambasciate nelle rispettive capitali (fino ad ora quella turca in Brunei era accreditata a Kuala Lumpur), l’abolizione dei visti d’ingresso e la cooperazione in futuri programmi di difesa, oltre a numerosi accordi commerciali.
Oggi l’interscambio commerciale tra i due Paesi ammonta a 7 milioni di euro, in continua crescita. Il Brunei è uno dei pochi Stati in tutta l’Asia con i quali Ankara ha un saldo commerciale attivo, ed è ricco di risorse energetiche – esporta 180.000 barili di petrolio al giorno ed è il terzo produttore di gnl in Asia.

Di per sé, questa notizia non ha molto peso. Se tuttavia la inquadriamo nella più generale visione delle relazioni internazionali di Ankaka, notiamo risvolti molto significativi.
Per anni il mantra della politica estera turca è stato “zero problemi coi vicini”. Invece, problemi coi vicini la Turchia sembra averne tanti, a cominciare dalla crisi sirianache sta creando sempre più grattacapi ad Ankara. Poi c’è Israele, con il quale i rapporti sembrano ormai compromessi, almeno fintantoché Erdogan e Netanyahu occuperanno i rispettivi scranni. Le relazioni con la UE si sono raffreddate, ora che Ankara pare non più interessata ad entrare nel club – ammesso che lo sia mai veramente stata. Cipro è sempre più spaccata in due. Anche con Russia e Iran, partner strategici sul piano della politica energetica, i rapporti non più così solidi a causa delle rispettive posizioni sulla Siria. Inoltre, contrariamente a quanto era stato pronosticato un anno fa, la Turchia non è riuscita ad avvantaggiarsi dalla primavera araba - nonostante le roboanti dichiarazioni del ministro degli esteri Davutouglu in proposito -, smentendo quanti la accreditavano come nuovo faro del mondo islamico. Era accaduta la stessa cosa vent’anni fa, all’indomani della dissoluzione dell’URSS. La nascita delle repubbliche turcofone dell’Asia Centrale offr’ ad Ankara l’opportunità di recitare un ruolo di primo piano sulla scena internazionale – l’allora presidente Turgut Özal aveva parlato del XXI secolo come il possibile “secolo dei turchi“. La storia preso un’altra strada.
Il declino in politica estera rappresenta il primo scricchiolio nel sontuoso edificio messo in piedi da Ergodan nel suo decennio di governo. Il doppio gioco di cui si è reso protagonista in questi anni ha assicurato prosperità economica e influenza internazionale al prezzo di minori libertà per i cittadini e di un pericoloso islamismo strisciante, ma si trattava di un castello di carta. Peraltro, ora anche gli indicatori economici iniziano a girare in senso contrario.

Per risollevarsi da questa situazione, negli ultimi tempi la Turchia ha rivolto lo sguardo verso orizzonti più lontani. Come la Somalia, dove Erdogan si è recato lo scorso agosto con la promessa di lauti aiuti, poi ribadita nel febbraio di quest’anno. Evidente tentativo di avvantaggiarsi rispetto all’Unione Europea, interessata al destino di Mogadisho soltanto per garantirsi un posto al sole nei giacimenti petroliferi del Puntland.
Il Sudest asiatico rappresenta un’altra interessante frontiera per Ankara. Nel luglio 2010, Davutoğlu ha partecipato alla 43° riunione dei ministri degli esteri dell’ASEAN ad Hanoi, dove ha firmato un accordo per l’amicizia e la cooperazione  con l’associazione; partnership che ora la Turchia punta a rafforzare. E qui entra in gioco il Brunei. Anche se si tratta di un Paese piccolo, il sultanato gioca un ruolo molto attivo nell’organizzazione (un pò  il Qatar in Medio Oriente), di cui occuperà il turno di presidenza per il prossimo anno. Di conseguenza, stringere una più stretta collaborazione col Brunei è per la Turchia un ottimo trampolino di lancio per sviluppare le sue relazioni con la regione.
Morale della favola: quando si hanno molti problemi coi vicini, tanto vale andare a cercare amici lontani. Meglio ancora se ricchi e influenti.

“Le relazioni sino-americane valgono più di un avvocato autodidatta. Anche se cieco.”

Si conclude così questo post sul sito del Fatto quotidiano che riassume la vicenda umana di Chen Guangcheng, simbolo vivente delle libertà negate nell’ex Terra di Mezzo, e  Non potrebbe esserci sintesi migliore, visti gli sviluppi.
Oggi molte delle assicurazioni ricevute dall’ambasciata americana sono state smentite dai fatti. Ad esempio, a Chen era stato detto che la sua permanenza in ospedale sarebbe stata garantita dalla presenza di personalità diplomatiche degli USA. Invece oggi accanto a lui non c’è nessuno, a parte i poliziotti cinesi che sorvegliano il reparto in cui l’attivista si trova ricoverato. Il governo degli Stati Uniti è responsabile per una promessa di protezione che non può più rispettare.
Come nota Lucia Annunziata:

In verità, dubbi sulla soluzione trovata erano filtrati fin dall’inizio. Ci si chiedeva soprattutto come fosse stato possibile che la Cina lasciasse a un dissidente libertà di azione nel Paese. E ci si chiedeva come potessero gli americani farsi garanti di diritti su cui chiaramente non avrebbero avuto nessun controllo.

Appare chiaro che il destino di Chen e della sua famiglia (anche qui, la cui salvaguardia era stata assicurata dagli americani) sono ormai nelle mani del governo cinese, che ieri ha formalmente chiesto le scuse degli Stati Uniti per aver permesso al dissidente di rifugiarsi nella propria ambasciata. Senza mezzi termini, Pechino ha accusato Washington di “interferire negli affari interni della Cina”.
Al riguardo, scorrendo le varie opinioni sul web – una cui sintesi è riportata dal Guardian - salta subito all’occhio questa riflessione di Duncan Hewitt sul Daily Beast:

It remains to be seen how the Chen case will affect relations between China and the U.S.: with China in the midst of the sensitive run-up to a leadership transition this fall, Beijing clearly did not want the ongoing humiliation of a high profile citizen remaining under U.S. diplomatic protection on its own territory. With Chen now out of the U.S. embassy, it’s not clear how serious the Chinese demands for an apology are—after a U.S. spy-plane crash landed at a Chinese airfield in 2001, the U.S. made a statement expressing regret, which China translated as a formal apology, though the U.S. said that was not exactly the case. And one Chinese newspaper said today, before news of Chen’s departure, that the incident “will not affect Sino-U.S. relations.”

Bastano questi spunti per capire come mai la vicenda Chen stia causando un incidente diplomatico tra le due (future) colonne portanti dell’ordine mondiale. Soprattutto se consideriamo che il 2012 sarà un anno delicato per entrambi i giganti.
Al momento la posizione americana è molto impacciata. In queste circostanze è facile tacciare lo zio Sam di ipocrisia, senza considerare che anche la dottrina del “double standard” ha i suoi perché.  Hillary Clinton ha invitato la Cina al rispetto dei diritti umani senza mai nemmeno nominare Chen, chiaro esempio di come gli USA si stiano barcamenando in un complicato gioco d’equilibrio per mantenere delle buone relazioni con il proprio maggior creditore senza perdere la faccia davanti all’opinione pubblica, sia interna che estera. Inoltre non dimentichiamo che il caso Chen irrompe proprio a pochi mesi dalle elezioni di novembre.
Quello che si può rimproverare all’America, in questo momento, è la mancanza di una strategia comunicativa precisa e coerente, come dimostra l’esistenza di ben tre versioni fornite su caso nel giro di 24 ore: quella americana, che parla di un lieto fine in cui l’America facilita la permanenza di Chen in Cina; quella degli attivisti, secondo cui Chen e la sua famiglia sarebbero stati minacciati; quella dello stesso Chen, deciso a lasciare la Cina con destinazione Stati Uniti. Così si scade nel ridicolo.

D’altra parte anche la Cina è impegnata nella transizione di potere al vertice. Reuters traccia un’analisi sul tema mettendo in relazione la vicenda Chen, il siluramento di BO Xilai avvenuto poche settimane fa e la probabile nomina del vicepresidente Xi Jinping come successore di Hu Jintao. Vicende strettamente legate tra loro.
Globalproject riassume lo scenario complessivo:

La situazione è complicata anche per Obama che da un lato – nel caso di richiesta di asilo politico negli Usa da parte di Chen – avrebbe difficoltà a dire di no, perché un “gran rifiuto” (il presidente e Hillary Clinton in passato hanno difeso pubblicamente Chen) regalerebbe una carta in più alla campagna elettorale dei repubblicani. Mitt Romney, il probabile sfidante di Obama al voto di novembre, domenica ha dichiarato: «Il nostro paese deve pretendere in maniera decisa le riforme in Cina e sostenere chi sta combattendo per quelle stesse libertà di cui noi già godiamo».
D’altro canto Washington in questo momento ha bisogno dell’appoggio di Pechino su una serie di dossier internazionali (Siria, Iran, Corea del nord) e vuole che la Cina apra sempre di più i suoi mercati alle aziende a stelle e strisce.
Il caso di Fang Lizhi, il fisico che dopo la repressione della rivolta di piazza Tiananmen, dal 5 luglio 1989 passò oltre un anno nell’ambasciata Usa di Pechino, si sbloccò dopo un compesso accordo tra Kissinger e Deng Xiaoping: a Fang fu permesso di scappare negli Usa.
Per Chen gli americani dovranno trovare il punto di equilibrio tra realpolitik e difesa dei diritti dell’uomo. I cinesi sembrano interessati soprattutto a minimizzare le possibili conseguenze di questo incidente sullo scontro di potere interno al Pcc. Anche questa volta il compromesso non si annuncia facile.

Per il momento, tra tante ipotesi, è questa l’unica certezza.

La dichiarazione di una moratoria sui test missilistici da parte della Corea del Nord aveva illuso la comunità internazionale che la questione del nucleare di Pyongyang fosse ormai una pratica archiviata. Al contrario, appena una settimana dopo gli accordi bilaterali con gli USA, il regime nordcoreano ha annunciato il lancio di un satellite per le celebrazioni del centenario della nascita del Grande Leader Kim Il-Sung.
Pyongyang sostiene che il lancio di missili a lungo raggio in virtù di test balistici e quello effettuato per mandare satelliti in orbita non sono la stessa cosa. Datemi un microscopio e forse noterò la differenza. In ogni caso le risoluzioni 1718 e 1874 del Consiglio di Sicurezza ONU avevano vietato “qualsiasi attività missilistica” alla Corea del Nord, tra cui “ogni lancio attraverso la tecnologia dei missili balistici”.
A conferma degli scopi militari del lancio ci sono poi le stesse dichiarazioni ufficiali del regime. Durante il sontuoso corteo del 15, in occasione del centesimo anniversario della nascita di suo nonno, il nuovo leader Kim Jong-un ha dichiarato che la superiorità della tecnologia militare è stato “non sarebbe più stata un monopolio degli imperialisti”. Più di così…

C’è da chiedersi quale sia il fine della Corea del Nord. Finora l’unico risultato di questa prodezza è sia stato la revoca degli aiuti alimentari promessi dagli USA, che avrebbero consentito al regime di alleviare le sofferenze di un popolo allo stremo per qualche tempo. Washington si è peraltro affrettata a ribadire che gli aiuti erano dettati da esigenze meramente umanitarie e non condizionati alla moratoria.
Il voltafaccia del regime nordcoreano può avere molte spiegazioni. L’annuncio del lancio del satellite potrebbe riflettere una lotta di potere in atto all’interno del regime, o meglio all’interno della famiglia (de facto) regnante, dove la leadership di Kim Jong-Un non è pienamente condivisa. Potrebbe altrimenti essere un piano studiato a tavolino fin dall’inizio per creare divisioni all’interno dei suoi principali interlocutori, Corea del Sud e Stati Uniti, il primo ansioso di disinnescare la minaccia del Nord e i secondi che preferirebbero pensare solo alle questioni interne a pochi mesi dall’appuntamento elettorale. Oppure potrebbe essere un mero tentativo di attirare l’attenzione: Pyongyang può accettare il disprezzo, ma non l’indifferenza.

Nel 2009, quando il regime annunciò per la prima volta l’intenzione di lanciare un satellite, USA, Corea del Sud, Giappone e molti altri Paesi fecero presente a Pyongyang che ciò avrebbe costituito una violazione delle risoluzioni ONU in tema. Cina e Russia assunsero inizialmente una postura meno rigida. Ma quando il test fu effettuato anche Pechino e Mosca si mossero affinché la Corea del Nord fosse indotta a più miti consigli.
Oggi la musica è cambiata. La Russia ha già espresso gravi preoccupazioni, ponendosi dalla parte della comunità internazionale. La Cina, al contrario, si è limitata a “prendere atto” dell’annuncio di Pyongyang, augurandosi che “le parti possano agire in modo costruttivo”. E tutti sappiamo quanto la protezione diplomatica di Pechino sia fondamentale per la sopravvivenza del regime nordcoreano.

C’è un altro aspetto su cui riflettere. Per più di tre decenni la Corea del Nord ha sviluppato una vasta gamma di missili balistici per colmare il divario con le capacità militari convenzionali, qualitativamente più avanzate, di USA e Corea del Sud. I primi vagiti di tali programmi risalgono agli inizi degli anni Ottanta, quando Pyongyang acquistò dall’Egitto alcuni missili Scud-B a corto raggio di fabbricazione sovietica. Ma il (fallito) tentativo di lancio del satellite ha acceso un ampio dibattito tra gli esperti sulla vitalità, il carattere e la reale consistenza dei progetti nordcoreani di oggi.
Alcuni pensano che il lancio del satellite sia stata tutta una bufala e che i missili mostrati dalla tv di Stato non non fossero altro che prototipi di compensato. In particolare, le tonalità di colore e le caratteristiche di design risultano quanto meno sospette sotto uno sguardo tecnico. Altri si domandano come abbia fatto la Corea del Nord a sviluppare il know how necessario, sollevando qualche domanda circa l’assistenza segreta esterna, sia tecnica che finanziaria, di cui il regime di Pyongyang può aver beneficiato.
Foto satellitari segnalano ulteriori preparativi presso il sito di svolgimento dei test nucleari, senza però fornire indicazioni sulla tempistica di eventuali nuovi tentativi di lancio.

Entrambe le riflessioni ci portano a Pechino. Quello di Pyongyang non è solo un regime satellite del Dragone; è anche – e soprattutto – una spina nel fianco dei competitor regionali (Corea del Sud e Giappone) e globali (USA) di quest’ultimo. Garantirne la stabilità è quindi funzionale ai propri interessi. Certo, la Corea rappresenta un quadro geopolitico complesso la cui risoluzione non è riconducibile alla mera potestà della Cina, ma l’effetto delle pressioni che la comunità internazionale può esercitare su Pyongyang non è neppure paragonabile a quello conseguente all’influenza di Pechino. Tuttavia, il doppio gioco in cui essa si diletta con eccessiva disinvoltura non fa che aumentare i rischi per l’equilibrio regionale, poiché neppure l’ex Terra di Mezzo sembra in grado di fare molto per arrestare il progressivo deterioramento in cui la Corea del Nord versa attualmente.
Con tutto il carico di conseguenze che l’implosione del regime (rectius: della famiglia Kim) al potere potrebbe comportare.

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Dopo alcuni mesi di relativa calma, i taliban hanno alzato di nuovo la testa. In una serie di attacchi a Kabul e in alcune province dell’est (Logar, Paktia e Nangarhar), i ribelli hanno nuovamente dimostrato la propria capacità di infiammare l’Afghanistan anche in quelle zone che fino a due settimane fa sembravano apparentemente sicure, come il centro della capitale.
Una sintesi dei fatti si trova su Slate. Qui una cronologia.
Anche se il numero di morti complessivo è stato relativamente contenuto - solo un civile ucciso a Kabul, ma 11 in totale di cui la metà bambini – si tratta in ogni caso di un episodio inquietante. Gli attacchi di per sé sono degni di nota, ma la natura tempestiva e coordinata dell’assalto testimonia che la capacità bellica degli insorti non è ancora stata smorzata. Ad aver mostrato una defaillance, se mai, è il sistema di sicurezza delle forze afghane. Una combinazione di eventi che solleva seri dubbi circa le prospettive di pace per il dopo 2014, quando le forze occidentali si saranno ritirate.
Dubbi palesati anche dal New York Times:

For the Haqqani network, a family of border criminals and smugglers that has gained an astonishing notoriety in recent years as a leading killer of allied troops in Afghanistan, the attacks on Sunday represented more than just the ability to paralyze the mostly tightly secured districts of Kabul for hours. They were proof that the Taliban offshoot could create the vast network of logistical support and planning needed to mount terrorist attacks without anything leaking to the intelligence groups so tightly focused on it.

Si sa per certo che la rete di Haqqani gode di rifugi sicuri nel Nord Waziristan, dove nonostante i droni sparino addosso a tutto ciò che abbia la barba la minaccia dell’insorgenza non è mai stata debellata.
Sventato l’attacco, i funzionari americani hanno fatto di tutto per sottolineare che l’offensiva non avrebbe comunque modificato la strategia degli Stati Uniti a Kabul. Una frase già sentita altre volte, come da copione. Chi invece ha rilasciato una dichiarazione concreta è l’Australia, che ha annunciato il ritiro delle proprie truppe con un anno d’anticipo.
BBC commenta i fatti ponendo alcune domande, ancora senza risposta:

  • Come mai ribelli sono riusciti a stoccare grandi quantità di armi e munizioni all’interno dell’edificio usato per lanciare gli attacchi;
  • Come mai un così gran numero di miliziani sono riusciti a penetrare nel cuore della città, sulla falsariga di un’operazione che deve aver richiesto mesi di pianificazione;
  • Se gli insorti hanno comunicato tra loro durante l’attacco.

I taliban hanno agito nel cuore della capitale afghana nonostante la presenza dei militari e dell’intelligence occidentale. La possibilità di ottenere armi ed esplosivi in questa zona non sarebbe stato possibile senza l’aiuto del personale di sicurezza afghano. Ipotesi più che probabile, considerate la corruzione diffusa e le infiltrazioni di insorti all’interno delle forze armate regolari.
Significativo che l’attacco sia arrivato un mese dopo l’annuncio dei taliban di sospendere le trattative di pace, e appena un giorno dopo la nomina di Salahuddin Rabbani a capo del Consiglio per la pace in Afghanistan. Rabbani, che ha il compito di cercare di trovare un terreno per la riconciliazione, è il figlio dell’ex presidente afghano e Presidente del Consiglio di pace afghano Burhanuddin Rabbani, ucciso l’anno scorso.
Probabilmente l’operazione intendeva infliggere all’Occidente un colpo psicologico, più che fisico, minando gli sforzi negoziali degli USA per raggiungere un accordo entro il 2014.
Al 2014 mancano meno di due anni. Ma ogni giorno che passa l’Afghanistan scivola sempre di più in un abisso di incertezza, e sempre e più velocemente.

Le acque (finora) incontaminate dell’Artico hanno da tempo attirato l’attenzione degli Stati – e delle compagnie petrolifere. Adesso anche la Cina, geograficamente fuori dalla regione, si è messa in corsa per accaparrarsi una fetta del profondo Nord. E la sua immensa capacità di investimento assicura che sarà un giocatore chiave nella partita.
Pochi giorni fa il governo cinese  e quello islandese hanno raggiunto un accordo per lo sviluppo in comune di attività di ricerca, esplorazione ed estrazione nell’Artico:

The Arctic’s oil reserves were high on the agenda for energy-hungry China during the high-powered delegation’s visit to Iceland – though Sigurdardottir [il premieri islandese, n.d.r] touted the Arctic deal as a research collaboration.
“These agreements will provide various opportunities for increased cooperation on research between Icelandic and Chinese scientists in this area,” her office said on its website.
Iceland’s strategic location near the Arctic has not gone unnoticed in China, the world’s biggest energy consumer: the shrinking of the polar ice cap is making the region’s mineral resources more accessible.

Attività che vedono altresì il supporto del governo svedese.
Si tratta del secondo tentativo di Pechino di guadagnarsi un posto al sole sulle coste islandesi, dopo che lo scorso ottobre il governo di Reykjavík aveva respinto un’offerta di acquisto di un grosso appezzamento di terra (pari allo 0,£% dell’isola) da parte del milionario cinese Huang Nubo.

La strategia di Pechino per l’Artico è illustrata in questa ottima analisi su Diplomat:

The United States is shifting its focus from the Atlantic across to the Pacific. However, if an Arctic century is on the horizon, then China is at the forefront of it. While Washington enhances its relationships across the Asia-Pacific basin, Beijing is busy engaging Arctic Ocean coastal states en masse. The Middle Kingdom is apparently interested in the commercial viability of new shipping lanes and developing the resources that lie underneath and along the Arctic seabed. Ostensibly to achieve its objectives, China is engaging the region at an unprecedented pace. Beijing’s comprehensive engagement of Arctic states demonstrates that China’s ambition isn’t just to be a Pacific power, but a global one. Questions that remain are: what is Beijing’s intention in the Arctic, and by extension what type of global power will China be?

China has been in the Arctic since the early 1990s, but only recently began seeking to enhance its engagement there as a permanent observer in the Arctic Council.  [...] China’s accession would serve more as a symbolic gesture than one that grants China tangible authority.

Così, mentre gli Stati Uniti ci concentrano sull’oceano Pacifico, orientandosi verso una inevitabile regionalizzazione della politica estera, la Cina – che peraltro nel Pacifico è già ampiamente presente – volge il suo sguardo verso l’Artico alla ricerca di spazi vuoti da colmare.
Il più ghiotto di questi è la Groenlandia, in vista di ingenti ricchezze minerarie in procinto di essere rese accessibili dallo scioglimento dei ghiacci:

Copenhagen and Beijing elevated their relationship to that of a “strategic partnership” in 2008 to include cooperation in technology, science, and trade. Denmark made the tactical decision to prioritize its economic relationship with China while turning a blind eye to issues such as human rights. To be sure, this burgeoning bilateral relationship holds enormous economic benefits, not only for Denmark, but also for Greenland, which remains under Denmark’s jurisdiction.
Greenland is endowed with substantial deposits of minerals including rare earths, uranium, iron ore, lead, zinc, petroleum, and gemstones. Currently, 80 percent of Greenland is covered by an ice sheet. However rising temperatures have exposed numerous mineral belts. One such area, the Kvanefjeld deposit, is estimated to produce 20 percent of the global rare earth supply, making it the world’s second-largest deposit of rare earths.
[il primo è proprio la Cina, n.d.r.]
With limited fiscal resources, Greenland depends on outside investment to develop its mineral reserves.

Non passerà molto prima che la Cina arrivi a considerare la Groenlandia come un’area di propria pertinenza, al pari di Angola, Sudan o Mozambico.
Che l’ex Impero di Mezzo voglia sbarcare qui per rimanerci è testimoniato dal programma della Chinese’s Arctic and Antarctic Administration che prevede tre spedizioni nell’Artico e altre cinque in Antartide entro il 2015, oltre alla realizzazione di una nuova nave rompighiaccio che farebbe il paio con la Xue Long, operativa dal 2003.

Nella partita al polo Pechino vuole giocare d’anticipo perché il suo principale competitor, nel frattempo, sta per muoversi verso lo stesso obiettivo. Si tratta non degli Stati Uniti, bensì dell’India, le cui attuali risorse finanziarie e scientifiche non consentono una completa esplorazione dell’Artico, ma che qui sta varando un complesso programma di rafforzamento della propria presenza.
Se quella tra Cina e India sarà la partita del futuro, lo scioglimento dei ghiacci aprirà un nuovo terreno di confronto anche qui.

In dicembre ha fatto scalpore la notizia della cattura di un drone americano da parte dell’Iran (qui il presunto video), ultimo e forse più eclatante episodio della guerra silenziosa tra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica.
Ora pare che gli ingegneri di Teheran siano riusciti a decrittare i segreti del velivolo, modello Sentinel Rq-170, primo passo verso la realizzazione di una “copia” dell’originale.

Dal 2009 la CIa usa i droni per spiare gli sviluppi del programma nucleare iraniano. Tra le varie tipologie di UAV, il Sentinel è il modello più adatto per questo genere di operazioni perché le sue sofisticate strumentazioni consentono la raccolta di informazioni di terreno dettagliate, essenziali per scoprire l’eventuale trasferimento degli impianti di arricchimento dell’uranio verso basi sotterranee.
Il Sentinel, estremamente efficace nei meccanismi di rilevamento, presenta tuttavia notevoli difetti nei sistemi di sicurezza: è molto vulnerabile alle incursioni pirata volte ad interrompere il comando remoto a distanza tra base e velivolo. In altre parole, è possibile interferire nelle comunicazioni con il drone per alterarne la rotta ed impartirgli nuove istruzioni. Curioso è che tale lacuna fosse nota agli ingegneri americani fin dal 2003, i quali però giudicavano la tecnologia a disposizione dell’Iran insufficiente per consentire il dirottamento o la cattura di un Sentinel.

La caccia ai droni è ufficialmente iniziata nell’ottobre 2001, quando la Russia annuncia di aver fornito all’Iran alcuni modelli Avtobaza IL-22, apparecchiature di intelligence elettronica mobili su veicoli in grado di interferire nelle comunicazioni a distanza. Il sospetto che queste strumentazioni abbiano ricoperto un ruolo nell’affaire Sentinel si fa subito strada.
Tecnicamente, gli Avtobaza consentono di effettuare attacchi jamming e spoofing: operazione combinata che prima interrompe la comunicazioni tra base e velivolo inviando segnali radio che occupano le frequenze radio, e in seguito stabilisce un collegamento diretto con il drone fornendo false coordinate al suo ricevitore GPS. In caso di interruzione del controllo remoto, infatti, il drone si collega direttamente col sistema GPS per tornare alla base. Ma nel caso del Sentinel i potenti segnali inviati dall’Avtobaza hanno coperto quelli del satellite, così il drone invece di rientrare a Kandahar è stato fatto atterrare su una pista militare iraniana.

Nei primi giorni non era chiaro se il drone fosse stato catturato oppure semplicemente abbattuto. BBC ha sottolineato come non si trattasse di una questione di poco conto:

If, as was originally thought, the Sentinel had been shot down then there would have been little to put on display but a pile of twisted wreckage.
Instead, what was on show on Iranian TV was an immaculate gleaming white drone that looked straight off the production line.
Which tends to back up the claim by Iran that its forces brought down the drone through electronic warfare, in other words that it electronically hijacked the plane and steered it to the ground.

Avere tra le mai un mucchio di lamiere o un drone tutto intero non è la stessa cosa.
Foreign Plicy ha cercato di ridimensionare l’episodio: quando l’Iran sarà in grado di “replicare” il drone catturato, sostiene la rivista, l’America avrà nel frattempo  ideato nuovi modelli più sicuri e sofisticati, mantenendo inalterato il gap tecnologico tra i due contendenti:

the Sentinel’s downing will only be a temporary setback. As Aviation Week reported, the Sentinel’s sensor package considered “so invaluable when it debuted in Afghanistan about two years ago is considered outdated.” The hyper-spectral sensor capabilities mounted on future stealth drones will make the RQ-170 Sentinel seem quaint. When those future drones also unfortunately fall onto the territory of Iran or other adversaries, people will be surprised and unnecessarily alarmed then, too.

Il New York Times non è stato altrettanto ottimista:

the centerpiece of what had been a covert program is now in the hands of Iranian forces, which may share the captured technology with other countries.

Timore più che fondato, visto che già in dicembre una fonte iraniana aveva rivelato che funzionari russi e cinesi avevano chiesto il permesso di ispezionare il drone allo scopo di studiarne il funzionamento. Peraltro, è stato proprio lo studio condotto sui droni abbattuti e recuperati in Iraq a svelare agli scienziati iraniani – e russi, interessati a carpire i segreti della tecnologia militare USA - le caratteristiche di base di tali velivoli. Il che ha lanciato l’allarme sul supporto logistico e materiale che l’Iran riceve dall’esterno per sviluppare una capacità di intelligence in campo elettronico che Pentagono e CIA neppure sospettavano:

Iran is busy acquiring the technical know-how to launch a potentially crippling cyber-attack on the United States and its allies

“Over the past three years, the Iranian regime has invested heavily in both defensive and offensive capabilities in cyberspace,”

“Equally significant, its leaders now increasingly appear to view cyber-warfare as a potential avenue of action against the United States

Finora l’Occidente ha sottovalutato i progressi compiuti da Teheran in questo come in altri campi (leggi: il programma nucleare), nonostante il lungo elenco di scienziati e militari uccisi, feriti o scomparsi in circostanze non chiarite. La vicenda del Sentinel dovrebbe riflettere. Forse non muterà l’equilibrio della guerra (invisibile) tra USA e Iran, almeno sul piano delle capacità militari. Ma in termini psicologici, certamente si.

A due anni esatti dal disastro della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, l’industria petrolifera registra un nuovo incidente nel corso di attività offshore:

An oil spill in the Russian Arctic affected an area of up to 8,000 square meters after workers tried to open an old well, causing oil to gush uncontrollably for 37 hours, officials said Monday.
The spill at the Trebs field started on Friday and continued through the weekend, spurting out up to 500 tonnes of oil per day, the Nenets autonomous district administration said on its website Monday.
The government of the Nenets autonomous district estimated the area of the oil spill at more than 5,000 square metres (53,000 square feet), while the Russian natural resources ministry said 8,000 square metres (86,000 square feet) of land had been affected.

La fuoriuscita è avvenuta nel giacimento Trebs, situato nel Distretto Autonomo dei Nenet, nordovest della Russia, dove si stima siano contenuti 153 milioni di barili di petrolio. Qui le attività petrolifere, iniziate intorno al 1960, sono condotte da una joint venutre tra le compagnie Lukoil e Bashneft. Non è tanto la quantità di petrolio sversata in mare a doverci preoccupare, quanto l’ubicazione. Siamo in piena regione artica.
Come ho già spiegato in gennaio, l’Artico possiede le maggiori riserve mondiali di idrocarburi non ancora sfruttate, tanto che l’industria petrolifera considera la regione come l’ultima frontiera per la ricerca e l’estrazione di oro nero. Una percentuale significativa di tali ricchezze si trova in mare aperto, in fondali poco profondi e biologicamente produttivi. Ma le operazioni necessarie per lo sviluppo dei giacimenti presentano difficoltà e rischi di cui le compagnie non sembrano tenere conto.
Peraltro, non è la prima volta che gli ambientalisti denunciano la possibilità di disastri ecologici a causa delle attività offshore nella Siberia occidentale. Questa esauriente analisi sul sito di Greenpeace illustra le ragioni per cui gli sversamenti nell’Artico sono più probabili  - e potenzialmente più dannosi – che nelle altre latitudini:

The Arctic’s extreme weather and freezing temperatures, its remote location and the presence of moving sea ice severely increase the risks of oil drillingcomplicate logistics and present unparalleled difficulties for any clean-up operation. Its fragile ecosystem is particularly vulnerable to an oil spill and the consequences of an accident would have a profound effect on the environment and local fisheries.

In the Arctic´s freezing conditions, oil is known to behave very differently than in lower latitudes. It takes much longer to disperse in cold water and experts suggest that there is no way to contain or clean-up oil trapped underneath large bodies of ice. Toxic traces would linger for a longer period, affecting local wildlife for longer, be transported large distances by ice floes and leave a lasting stain on this pristine environment.

The oil industry has demonstrated time and time again that it is simply not prepared to deal with the risks and consequences of drilling in the Arctic

Le condizioni estreme della regione determinano un pericoloso mix di maggiori rischi e minori possibilità di quantificarli e contenerli rispetto alle operazioni di esplorazioni in aree più esotiche. Rischi che le compagnie non sono adeguatamente preparate (e disposte) ad affrontare.
La drammatica conclusione è che:

The oil industry cannot guarantee the safety of Arctic drilling and is recklessly putting profit before the environment. As Cairn’s recent operations prove, the immense technical, economic and environmental risks of drilling in the Arctic just aren’t worth it.

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Grafico tratto dall'Economist

E’ ancora presto per proclamare Francois Hollande come nuovo presidente di Francia. In attesa del 6 maggio, quando si conoscerà il nome del prossimo inquilino dell’Eliseo, adesso le luci della ribalta sono tutte per Marine Le Pen, elevata dai media  a vincitrice morale delle elezioni.
A conti fatti, la vittoria di Hollande era prevedibile. Una così ampia affermazione dell’estrema destra, no.
Ciò su cui gli analisti farebbero meglio ad interrogarsi non è tanto verso quale candidato deciderà di indirizzare il proprio bacino di voti (qui un sondaggio presso i suoi elettori: 40% Sarkozy, 27% Hollande e 33% astenuti), quanto piuttosto come mai così tanti francesi abbiano scelto di votare per lei. Il 17,9% dei voti per Le Pen in Francia, assieme alla caduta del governo in Olanda (dove il partito antiislamista di Geert Wilders vanta 24 seggi su 150 in parlamento) rappresentano l’ultimo capitolo di una crescita progressiva e inarrestabile delle forze politiche di destra xenofobe e in molti casi apertamente antieuropeiste.
Anche se può apparire semplicistico, il legame tra la risposta europea alla crisi – caratterizzata da un’eccessiva austerità che sta spingendo il continente verso la recessione – e l’ascesa dei populismi di destra è più che tangibile. Dal 2008 i governi europei hanno mostrato attenzione più per le banche, principali responsabili della crisi, che per i popoli, principali vittime. Normale, dunque, che la gente sia diventata più sensibile ai messaggi semplici e di primo acchito maggiormente vicini ai loro desideri: no austerity, no euro, no immigrazione. Come se la ricetta magica per la ripresa fosse tutta lì. Non è un caso che il 30% dei voti degli operai sia andato alla bionda avvocatessa del Fronte Nationale, mentre solo il 12% ha votato per il candidato dell’estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon. Le classi povere sono sempre più povere, quelle più ricche sempre più ricche e quella media si sta assottigliando sempre di più, trascinando verso il basso chi finora si era sentito al sicuro. Normale  - e preoccupante – assistere al riemergere dei nazionalismi. Fenomeno sul quale diversi studi avevano già lanciato l’allarme.

Passando a Sarkozy, probabilmente, diventerà il secondo presidente  in 50 anni di storia della Quinta Repubblica francese (dopo Valéry Giscard d’Estaing nel 1981) a non essere rieletto per un secondo mandato. Non tanto a causa delle sue gaffes imbarazzanti. Ad alienargli le simpatie di quello stesso elettorato che lo aveva acclamato nel 2007 è stato il suo stile, impetuoso, autoritario e irascibile, messo in risalto dagli scarsi risultati ottenuti nel quinquennio del suo mandato. Più volte ha annunciato grandi provvedimenti (talvolta senza neppure consultare il governo) per poi rimangiarsi tutto il giorno dopo. E’ stato invischiato in situazioni inopportune (come la tentata nomina di un figlio alla presidenza di un’agenzia pubblica) se non addirittura gravi e compromettenti (come la vicenda dei finanziamenti occulti alla sua campagna). Aveva sobillato il popolo dietro lo slogan lavorare di più per guadagnare di più. Invece ha tagliato le tasse ai ricchi, ha aumentato l’età pensionabile e non è riuscito a contenere un tasso di disoccupazione ormai al 10%, più alto che nelle altre economie più avanzate dell’Eurozona. Dimenticato qualcosa^ Ah, già: la tripla A persa in estate. In politica estera è stato il principale artefice di quella guerra in Libia le cui ripercussioni stanno mettendo a rischio la stabilità dell’intera regione sahariana.

Probabilmente gli elettori hanno votato Hollande più per punire il presidente in carica che per premiare il candidato socialista (qui un profilo su IlSole24ore). E l’evidente frammentazione delle intenzioni di voto - il centrista Bayrou, solo quinto classificato, ha preso ben il 9% – testimonia il clima di incertezza che domina la politica (non solo francese) in questo periodo.
Sullo sfondo ci sono i mercati, ai quali la designazione di Hollande (il quale è favorevole alla riforma del Fiscal Compact)  pare proprio non essere piaciuta.

Il 20 aprile ricorreva il secondo anniversario della peggiore catastrofe ambientale nella storia degli Stati Uniti, nonché una delle peggiori di sempre. Purtroppo, la maggior parte delle persone, e soprattutto i politici americani, molti giornalisti e i dirigenti della British Petroleum responsabile del disastro, paiono affetti da una sorta amnesia collettiva. Sembrano cioè non ricordare quel tragico evento che che è costato undici vite, ha distrutto migliaia di posti di lavoro e ha inquinato migliaia di chilometri quadrati del Golfo del Messico per un tempo indefinito, così danneggiando un intero ecosistema. Oltre all’economia di cinque Stati.
Avrebbero tutti bisogno di dare un’occhiata alla realtà di fatti per rendersi conto della gravità dei danni prodotti dall’esplosione della Deepwater Horizon.

Per cominciare, è ormai acclarato che i vertici di BP sapessero che qualcosa sarebbe potuto succedere. nel giugno 2010, a pochi mesi dal fatto, Bloomberg segnalava che le fuoriuscite di greggio dal pozzo erano iniziate già nel mese di febbraio. Il giorno 13 i tecnici della BP hanno cercato di sigillare una fessura di 64 km apertasi slungo la costa della Lousiana, secondo i documenti di perforazione esaminati. Non è ancora chiaro se tali fessure abbiamo giocato un ruolo nel disastro.
Inoltre le mogli dei lavoratori della piattaforma petrolifera periti nell’esplosione hanno raccontato dell’esistenza di problemi nel controllo della pressione del pozzo alcune settimane prima dell’esplosione, come riferito dai loro mariti. Secondo il Los Angeles Times, anche i dirigenti della compagnia erano a conoscenza di alcuni difetti nei fondamentali dispositivi di sicurezza dell’impianto. BP ha perfino omesso di eseguire i test critici poche ore prima dell’esplosione, ignorando tutti i segnali di un possibile incidente. In altre parole, avrebbe deliberatamente scelto il rischio. Nel business dell’esplorazione offshore la negligenza pare essere di casa.
Per avere un’idea dei danni causati da tale menefreghismo, basta dare uno sguardo alle seguenti evidenze raccolte nel corso di questo biennio:

  • I delfini del Golfo esposti al petrolio olio risultano essersi gravemente ammalati;
  • Si registra scarsità di gamberi nella stagione di pesca;
  • Sono stati rinvenuti gamberetti privi di occhi;
  • La mare nera ha alterato le funzioni cellulari dei pesci, soprattutto di alcune specie indispensabili per la catena alimentare; inoltre tantissimi pesci sono risultati affetti da malattie e/o piaghe sulla pelle. Si veda anche qui;
  • Secondo uno studio il petrolio è entrato nella stessa catena alimentare;
  • Gli equipaggi d’istanza nel Golfo soffrono di diverse (e misteriose) patologie;
  • Nel Golfo sta proliferando il Vibrio vulnificus, una specie di batterio letale;
  • La marea nera ha decimato il corallo d’altura, così come le tartarughe marine e in generale la flora e la fauna sul fondale marino.

Se ciò ancora non bastasse a rendere l’idea della devastazione prodotta dall’incidente, sarebbe il caso di ascoltare attentamente cosa dice il dottor Andrew Whitehead, professore associato di biologia alla Louisiana State University in questo servizio su al-Jazeera:

Whitehead is predicting that there could be reproductive impacts on the fish, and since the killifish is a “keystone” species in the food web of the marsh, “Impacts on those species are more than likely going to propagate out and effect other species. What this shows is a very direct link from exposure to DWH oil and a clear biological effect. And a clear biological effect that could translate to population level long-term consequences.”

“I’m worried about the entire seafood industry of the Gulf being on the way out,” he added grimly

In altre parole, il ciclo riproduttivo dei pesci – e di conseguenza l’intera industria ittica del Golfo – potrebbero essere compromessi.
Prroccupante ciò che si legge sul blog di Stuart Smith, avvocato statunitense celebre per aver vinto una miliardaria causa ambientale contro ExxonMobil:

New sampling data from the nonprofit Louisiana Environmental Action Network (LEAN) provide confirmation that not only is BP’s oil still very much present in the water in Bayou La Batre, but that it still exists in a highly toxic state nearly two years after the spill.

The lab-certified test results are in (see full lab report at bottom), and they are startling in that they suggest that oil is still leaking from the Macondo reservoir  – most likely from cracks and fissures in the seafloor around the plugged wellhead. Scientists believe the cracks were caused by BP’s heavy-handed “kill” efforts. 

Non solo il petrolio è ancora altamente presente nelle acque del Golfo, ma starebbe ancora fuoriuscendo dalle fratture nel fondale intorno al pozzo. Leggi l’articolo completo »

Clandestine drones: Obama administration’s critical tool

Un’interessante analisi su FPIF illustra per sommi le linee guida della pianificazione militare americana. Dopo aver esordito affermando che:

“Despite the talk of massive cuts, the U.S. military will continue to be the profligate, inefficient, and remarkably ineffective institution we’ve come to know and squander our treasure on”;

il testo si concentra sul concetto di guerra offshore:

“Even if the U.S. military is dragging its old habits, weaponry, and global-basing ideas behind it, it’s still heading offshore.  There will be no more land wars on the Eurasian continent.  Instead, greater emphasis will be placed on the Navy, the Air Force, and a policy “pivot” to face China in southern Asia where the American military position can bestrengthened without more giant bases or monster embassies.

For Washington, “offshore” means the world’s boundary-less waters and skies, but also, more metaphorically, it means being repositioned off the coast of national sovereignty and all its knotty problems.  This change, on its way for years, will officially rebrand the planet as an American free-fire zoneunchaining Washington from the limits that national borders once imposed. “

L’archetipo delle operazioni militari del futuro lo abbiamo già visto lo scorso anno, ed è stato il blitz che ha portato all’uccisione di bin Laden:

“the raid that killed Osama bin Laden as a harbinger of and model for what’s to come.  It was an operation enveloped in a cloak of secrecy.  There was no consultation with the “ally” on whose territory the raid was to occur.  It involved combat by an elite special operations unit backed by drones and other high-tech weaponry and supported by the CIA.  A national boundary was crossed without either permission or any declaration of hostilities.”

Ecco il punto. CIA e Pentagono stanno progettando un futuro in cui le operazioni segrete sul campo e i droni dall’alto giocheranno un ruolo sempre più importante nelle operazioni di guerra e antiterrorismo:

“Since November 2002, when a Hellfire missile from a CIA-operated Predator drone turned a car with six alleged al-Qaeda operatives in Yemen into ash, robotic aircraft have led the way in this border-crossing, air-space penetrating assault. The U.S. now has drone bases across the planet, 60 at last count.  Increasingly, the long-range reach of its drone program means that those robotic planes can penetrate just about any nation’s air space.

War has always been the most human 
and inhuman of activities.  Now, it seems, its inhuman aspect is quite literally on the rise.”

A corollario di quanto detto, va sottolineato che molte delle 60 basi in questione risultano peraltro clandestine.
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La notizia della nazionalizzazione di YPF da parte del governo argentino ha fatto destato molto scalpore. Possiamo analizzarla sotto sue aspetti: uno politico e l’altro economico, peraltro strettamente connessi.
Se esaminiamo gli ultimi sviluppi della politica estera di Buenos Aires, salta all’occhio come, dal giorno della sua rielezione, Cristina Kirchner abbia fatto poco per guadagnarsi amici fuori dalle mura di casa.
Prima l’annuncio di future restrizioni alle importazioni per tutelare il mercato interno, rivolte anche agli altri Paesi dell’America Latina e che secondo gli analisti segneranno l’inizio della fine del Mercosur. Poi la pretesa di riaprire la discussione sulla sovranità delle Falkland, nonostante una guerra persa trent’anni fa e il fatto che gli abitanti delle isole si considerino britannici. Poi lo spocchioso abbandono del summit delle Americhe di pochi giorni fa a causa del mancato sostegno dell’America Latina  a tale richiesta. Infine la vicenda YPF, di fatto espropriata alla compagnia spagnola Repsol a cui era stata (s)venduta all’inizio degli anni Novanta.
Complice una situazione economica meno rosea di quanto appaia, con una crescita prevista al 4,2% ma con un’inflazione 9,9% a cui il suo governo non appare in grado di porre un freno (se non manipolandola, secondo l’accusa di alcuni economisti), Cristina Kirchner è sempre più alla ricerca di consensi. Che per il momento sono arrivati: applausi ed acclamazioni hanno salutato la decisione di riprendersi YPF. Ma al contempo ha gettato il discredito internazionale sul Paese. Il governo Rajoy ha detto che l’amicizia tra Spagna e Argentina può considerarsi rotta. Il FMI ha criticato duramente la decisione della Kirchner. L’Unione Europea, che in questa storia non può incidere molto, si è limitata a sospendere l’incontro bilaterale in programma il 19 e 20 aprile, mentre gli USA, per adesso,  mantengono un profilo neutrale. In ogni caso l’Argentina è finita sotto il fuoco della stampa estera.

Yacimientos Petrolíferos Fiscales venne fondata nel 1922 con l’intento di sfruttare il petrolio il Paese. Nel 1993 la quota di maggioranza è stata ceduta a Repsol per 3 miliardi di dollari in contanti e 2 miliardi in debito. Nel 1999 il governo ha ceduto il resto, dando la possibilità alla famiglia Eskenazi (proprietaria della compagnia Petersen) e ai piccoli investitori di entrare nell’azienda. Fino ad oggi il capitale sociale era così ripartito: 57,4% a Repsol; 25,5% appartenente a Petersen (di proprietà della famiglia Eskenazi); 0,02% al governo argentino e il 17% di flottante.
Adesso il progetto di nazionalizzazione prevede che il governo rilevi il 51% delle azioni di YPF sottraendole a quelle degli spagnoli, Repsol resterà al 6,4%, mentre Petersen manterrà la sua quota e il restante 17% rimarrà sul mercato.
Secondo il governo, il petrolio è una questione di interesse pubblico, posto che l’economia cresce e il suo fabbisogno di energia aumenta di conseguenza. I consumi di petrolio e gas sono aumentati rispettivamente del 38% e del 25% dal 2003 al 2010, ma la produzione è calata del 12% e del 2,3%. Di conseguenza l’Argentina è diventata importatore netto di prodotti petroliferi, per l’equivalente di 10 miliardi di dollari solo nello scorso anno. Tutto ciò a causa di Repsol, che in virtù dell’accordo di vendita ai tempi di Menem ha il diritto di incassare il 90% dei dividendi di YPF senza reinvestirli in ricerca e produzione sul territorio. Circostanza confermata dall’IEA. Nelle scorse settimane, quando la prospettiva della nazionalizzazione iniziava a farsi strada sui media, Buenos Aires aveva accusato Repsol di occultare parte degli utili di YPF per non reimpiegarli in progetti di esplorazione ed estrazione. Repsol, dal canto suo, aveva allora tentato di vendere segretamente le proprie partecipazioni in YPF alla cinese Sinopec, ma il decreto di espropriazione l’ha battuta sul tempo.

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Nella civiltà dell’immagine, chi controlla i media è re. Meglio ancora: è demiurgo, poiché crea la realtà che afferma.
A nessuno è sfuggito il decisivo ruolo di al-Jazeera nel corso della primavera araba, dove si è distinta per attenzione e professionalità attraverso le dirette non stop da piazza Tahrir o da Tripoli assediata sotto le bombe. Tanto da meritarsi il Peabody award 2011 per la copertura full time nei giorni più caldi delle rivolte.
Quello che in pochi si sono chiesti è quale interesse abbia l’emiro del Qatar, proprietario di fatto dell’emittente, a dare voce alle richieste di libertà e diritti umani per altri popoli, al contrario negati in casa propria. Il Qatar e le aziende che ne fanno capo sono di fatto poco più di un patrimonio personale in mano alla sua famiglia. Come può parlare di democrazia proprio lui che è forse il sovrano più autocratico al mondo?
Al-Jazeera ha 65 uffici con 3.000 dipendenti e 400 giornalisti sparsi per il mondo, frutto di un bilancio da 100 milioni di dollari interamente finanziato dall’emiro. Con la sua reputazione e con questo capitale di avviamento, è sempre stata in grado di orientare l’opinione pubblica. Tra le iniziative promosse dal Qatar, è quella in cui maggiormente affiora la volontà di potenza del piccolo e ricchissimo Stato del Golfo: tutte le altre – diplomatiche, economiche e militari – non sarebbero state neppure immaginabili senza l’influenza di al-Jazeera. Si veda questa analisi.
Facile immaginare che un così ampio attivismo potesse condurre ad una ridefinizione degli equilibri geopolitici nel Golfo.

Il peso massimo della regione, com’è ovvio, è l’Arabia Saudita. Gli altri Stati sono più o meno satelliti di Ryadh, con la sola eccezione del Qatar.
Negli ultimi anni la casa di Sa’ud ha mostrato sempre più insofferenza verso il populismo di al-Jazeera, al punto da vietare ai propri cittadini di apparire sull’emittente – unico “trasgressore”, Osama bin Laden.
Poi sono arrivate le rivolte arabe a rivoluzionare tutto. La rimozione di Ben Alì e Mubarak, vista all’inizio come una minaccia per la stabilità della regione, si è poi dimostrata un’occasione per sostituire – democraticamente – due regimi laici con governanti nuovi di zecca espressione dei Fratelli musulmani e della costellazione salafita. Entrambi lautamente finanziati proprio dal Qatar e dall’Arabia Saudita. Un primo passo per la restaurazione de facto dell’islamismo nelle terre che furono parte del califfato medioevale.
Il comune interesse pilotare il corso della primavera araba ha portato ad un riavvicinamento tra i due Paesi.
Prova ne è la brusca virata nella linea editoriale di al-Jazeera Quando i movimenti di protesta hanno raggiunto gli Stati del Golfo – in particolare il Bahrain, per non parlare delle province orientali dell’ Arabia Saudita -, la copertura di Al Jazeera è stata inspiegabilmente addomesticata rispetto alle dirette fiume dei giorni di Tahrir. Il direttore generale della rete, Wadah Khanfar, che nel corso della sua direzione aveva stretto un buon rapporto con i governanti del Qatar e l’influente religioso Yousef al-Qaradawi, è stato costretto a dimettersi (benché insista che sia stata una sua scelta). Un doppio standard che non è sfuggito agli spettatori.

Per due rivali che tornano ad essere amici, ci sono due amici che rischiano di diventare rivali. Negli anni il Qatar ha instaurato una proficua relazione con l’Iran, non soltanto perché condividono il più grande giacimento di gas del mondo (North Field/South Pars). Doha si è attivamente impegnata in tutti i dossier più caldi che coinvolgono la diplomazia iraniana (non ultimo, il programma nucleare di Teheran), diventandone di fatto il volto presentabile. Sempre a Doha, ad esempio, sono in corso i negoziati per la risoluzione della controversia su Abu Musa e altre due isole di fronte allo Stretto di Hormuz occupate dall’Iran e rivendicate dagli EAU con l’appoggio degli altri Paesi del Golfo.
A guastare le relazioni c’è ora la crisi siriana, dove i due Paesi sono schierati su fronti opposti: Teheran è la prima sostenitrice di Assad, mentre Doha sta facendo di tutto per farlo cadere. Una divergenza che traspare sempre di più a livello mediatico.
Si veda questa intervista a Jihad Ballout, ex Media Relations Manager di al-Jazeera, sul canale satellitare iraniano Press Tv. Egli accusa l’emiro del Qatar di pilotare la linea editoriale dell’emittente, ricordando la raffica di dimissioni di dipendenti, soprattutto in Libano, in segno di protesta per la manipolazione delle informazioni sulla Siria.
Press Tv è prona agli interessi della Guida Suprema Ali Khamenei tanto quanto al-Jazeera lo è a quelli dell’emiro al-Thani. Non a caso apre ogni notiziario con le ultime dal Bahrein e da Qatif (dove la gente chiede la testa di re Abdullah), per poi dare ampio spazio alle manifestazioni di sostegno ad Assad.
Le schermaglie tra i contendenti sono appena iniziate.

Nella Guinea-Bissau l’instabilità politica è un fatto comune. Il colpo di Stato in corso è l’ultimo capitolo di una storia fatta di violenza e insicurezza. Eppure nelle periferie della capitale la vita scorre come sempre, tra indifferenza e rassegnazione. La gente è troppo impegnata ad affrontare la povertà per preoccuparsi della politica.
Ma quali sono le ragioni del golpe? Ufficialmente, i militari affermano di proteggere il paese da una “forza militare straniera” – riferimento ad un piccolo contingente angolano stanziato nel Paese -, precisando di non voler comunque assumere il potere. Ufficialmente

La Guinea-Bissau è solo la punta di un arco di instabilità che attraversa tutta l’Africa occidentale, regione interessata da frequenti rovesciamenti politici. Ad aggravare un quadro già precario c’è il traffico di droga, le cui rotte in partenza dall’America Latina attraversano l’ex colonia portoghese per poi approdare in Europa.
Negli ultimi anni la Guinea-Bissau ha attirato l’attenzione della comunità internazionale perché ritenuta uno dei principali hub del narcotraffico mondiale. Le Nazioni Unite stimano che il 60% di tutta la cocaina consumata sul mercato europeo transita da qui – e poi in altri Paesi, come il Mali, dove i proventi dei traffici avranno sovvenzionato non poco la ribellione dei Tuareg -, per un controvalore di 18 miliardi di dollari. Non a torto, questa piccola nazione è descritta come il primo narcostato d’Africa.

Come spiegato in un rapporto di Peacebuilding, una ong norvegese, la Guinea-Bissau è una base naturale per i trafficanti a causa della sua instabilità politica, della corruzione, dei suoi confini porosi e delle sue numerose isole disabitate dove gli aerei possono atterrare senza dare nell’occhio. Secondo stime ONU, in media 2.200 kg di cocaina approdano per via aerea ogni notte. Quantità anche maggiori arrivano via mare. Circa 50 signori della droga colombiani hanno stabilito il proprio quartier generale nel Paese.
Nel calderone delle cause troviamo anche due odiosi aspetti. Il primo è la questione gli aiuti umanitari. Il Paese ne è talmente dipendente che le autorità si servono della minaccia del narcotraffico per ottenere sempre più sovvenzioni dall’esterno. Un po’ come faceva Saleh in Yemen per arginare i jihadisti o Gheddafi in Libia per fare il cane da guardia all’immigrazione clandestina.
Il secondo riguarda proprio le autorità guineane, sia civili che militari, le quali risultano sempre più coinvolte nel business del contrabbando. La corruzione endemica è infatti un altro dei grandi mali del piccolo Paese. Sorge allora una domanda: se il narcotraffico è un’immensa torta, il golpe non sarà mica un’alzata di voce dei militari per reclamarne una fetta più grande?

File:Pacific Ring of Fire.svg

A differenza del 26 dicembre 2004, stavolta l’onda anomala non c’è stata. L’Indonesia, e il mondo intero, hanno tirato un sospiro di sollievo.
Tuttavia, mentre l’attenzione globale era concentrata sul terremoto di magnitudo 8,6, a largo di Sumatra, e sulle sue potenziali catastrofiche conseguenze, è sfuggito a tutti che non si è trattato dell’unico sisma di una certa grandezza intervenuto in quelle 24 ore.
Nell’arco di un giorno se ne sono registrati almeno altri quattro:
- Messico, stato di Michoacan 7,0, terzo in ordine di intensità solo nell’ultimo mese;
- sempre in Messico, Golfo della California, 6,9;
- costa dell’Oregon, 5,9, nessun danno segnalato;
- costa di Honshu, Giappone, 5,6, non lontano da Fukushima;

Cosa hanno in comune tutti questi eventi, all’apparenza lontani tra loro? Sono tutti localizzati lungo il cosiddetto Ring of Fire dell’oceano Pacifico. Nome macabro e poetico allo stesso tempo, e in effetti un po’ entrambe le cose. Una regione del mondo dal perimetro di oltre 40.000 km, che va dal Cile per proseguire lungo tutto la costa ovest del continente americano e poi in quella orientale del contiente asiatico, comprendendo Giappone, Filippine, Indonesia per poi toccare anche Australia e Nuova Zelanda. Qui si sono verificati l’81% dei maggiori terremoti e il 90% di quelli totali censiti dove sono seduti, e dove si trova il 90% dei 1500 vulcani attivi al mondo.
In quest’area, diretto risultato del continuo movimento piastre litosferiche, le attività geologiche sono così intense da essere state identificate e descritte ben prima che la stessa teoria delle tettonica delle placche fosse formulata.
Qui sono avvenuti alcuni dei più grandi sismi – i cosiddetti megathrust earthquakes – che gli esperti ricordino, come quello di Valdivia del 1960 (magnitudo 9,5; provocò 5000 vittime). Qui hanno avuto luogo anche le eruzioni più disastrose: quelle dei vulcani Tambora (1815), Krakatoa (1883) e soprattutto Toba (ca. 70.000 a.c.), che secondo un’accreditata teoria avrebbe portato l’umanità ad un passo dall’estinzione.

Secondo i dati del National Geophysical Data Center, il trend dei terremoti nella regione di magnitudo 6,0 o superiore è aumentato del 50% negli ultimi 110 anni.
Siamo dunque vicini al Big One, tema ricorrente del catastrofismo hollywoodiano? Secondo l’US Geological Survey, si direbbe di no. L’istituto riconosce che l’aumento statistico del numero di terremoti negli ultimi anni è (almeno in parte) dovuto all’ausilio di migliori rilevazioni. Prima molti fenomeni non erano rilevati perché colpivano zone remote o che comunque sfuggivano ad una adeguata misurazione: pensiamo ad esempio ai terremoti sottomarini. Il miglioramento dei sistemi di monitoraggio e prevenzione dopo il maremoto del 2004 ha permesso di tracciare un quadro più fedele delle attività geologiche in corso. In altre parole, con l’aumento e la migliore distribuzione dei sismografi, è statisticamente aumentato il numero dei terremoti.
Resta il fatto che i Paesi affiancati o attraverati da questa linea così turbolenta corrono rischi molto seri. Gli effetti dei cataclismi in Indonesia nel 2004 e in Giappone nello scorso anno sono ancora ben impressi nella nostra memoria, ma soprattutto in quella di coloro che li hanno subiti. Considerato che le calamità naturali non si possono evitare né prevedere, a fare la differenza tra una piccola e una grande tragedia è soprattutto la nostra capacità di prevenzione. E nonostante questo l’impatto degli eventi, in ogni caso, può sempre superare qualsiasi diligenza o cautela (Fukushima docet), fino a vanificarle.
La domanda non è se o quando, ma come.

È opinione generalmente condivisa che i due grandi oceani orientali, l’Indiano e il Pacifico, siano dal punto di vista geografico il cuore dell’economia mondiale. E che ciascun oceano sia un immenso tavolo del nuovo Grande Gioco  tra la (ex) unica superpotenza, gli USA, e quelle (ri)emergenti, Cina e India.

Partiamo dall’Indiano. Abbiamo già visto come il Mar Arabico sia diventato il terreno di sfida tra Cina e India, le due maggiori – e più energivore – tra le economie emergenti.
Nonostante un ambizioso piano di diversificazione energetica (che comprende nucleare e rinnovabili) in corso d’opera da anni, Pechino è, e rimane, dipendente dal greggio mediorientale. È notizia di questi giorni che l’export di petrolio saudita verso Pechino ha superato quello verso Washington. L’India, per non essere da meno, importa grandi quantità dall’Iran – avvalendosi di mezzi creativi di pagamento (come l’oro) per aggirare le sanzioni finanziarie imposte a Teheran.
Pochi giorni fa, Obama ha rimarcato che è proprio la crescita economica di Cina e India a contribuire all’ascesa delle quotazioni del greggio. Scoprendo l’acqua calda.

Al centro dell’attenzione c’è anche l’Africa. Con la sue vaste ricchezze minerarie, il Continente nero sta diventando strategicamente importante per alimentare la crescita dei due giganti asiatici.
Lì la Cina è il primo investitore. Sono cinque le destinazioni principali dell’immenso flusso di capitali sinici: Angola, Nigeria, Sudan, Mauritania e Botswana; ma anche Etiopia, Zambia  e Mozambico rivestono un ruolo sempre più importante nelle strategie dell’ex (e futuro?) Impero di mezzo.
Non c’è da stupirsi, di conseguenza, che dal 2008 la flotta navale di Pechino sia sempre più presente nell’Oceano Indiano, ufficialmente per fronteggiare la minaccia dei pirati. Si era anche parlato di costruire basi di rifornimento nell’Oceano Indiano, come nelle Seychelles – che già ospitano una base di droni USA. La progressione bellica della Cina è stata talmente rapida ed imponente che persino gli USA ne hanno finora sottostimato l’effettiva entità.
Tanto attivismo non piace agli indiani, preoccupati di vedere ridimensionata la propria influenza in un’area che, per storia, tradizione e contiguità geografica, considerano di propria esclusiva pertinenza. Il SIPRI di Stoccolma segnala che l’India ha acquisito il 10% delle importazioni totali di armi nel periodo 2007-2011. Punta di diamante di questo programma di militarizzazione, manco a dirlo, sarà la flotta navale. Nel mese di gennaio l’India ha acquistato un sottomarino nucleare da 8140 tonnellate di fabbricazione russa
Tuttavia, al momento l’India non è ancora in grado di bilanciare i progressi della Cina, così Delhi necessita della sempre utile collaborazione con Washington, anch’essa interessata a contenere l’influenza della Cina nella regione.
Si crede che ci vorrà almeno un altro decennio prima che le marine militari indiani e cinesi siano in grado di operare a pieno regime, ma entrambi i Paesi sono determinati a stabilire già da ora una posizione dominante nell’oceano Indiano, dalla costa orientale dell’Africa allo Stretto di Malacca.

Già, lo Stretto di Malacca. Ovvero, l’altra porta dell’oceano. Quella da cui passa il 40% del commercio mondiale (5.500 mld di dollari) e che gli Stati Uniti considerano indispensabile per mantenere saldo il passaggio da e per il Medio Oriente, ossia la giugulare del greggio.
La Cina è consapevole che la sua forte dipendenza dallo Stretto della Malacca (il petrolio che importa dal Medio Oriente passa da lì) di fatto rappresenta una vulnerabilità strategica. Per tenere ben salde le mani su questo braccio di mare sta attuando la cosiddetta strategia del “filo di perle”, che consiste nello stabilire basi militari navali lungo le rotte da salvaguardare. Qui le partite in corso sono addirittura due.
La prima è con le nazioni dell‘Indocina. Pechino sta cercando di stabilire il proprio controllo su tutti i giacimenti petroliferi offshore compresi tra le contestate acque del Mar Meridionale Cinese. L’ultimo vertice dell’ASEAN, che riunisce praticamente tutti i Paesi coinvolti, non è riuscito ad assumere una posizione ferma e condivisa al riguardo, paralizzato dalla necessità dei singoli di non mettere a rischio le pur irrinunciabili relazioni con il loro Grande vicino.
L’India è presente anche qui, con evidente interesse per l’esplorazione dei giacimenti offshore del Vietnam. Ma Pechino ha avvertito Delhi di astenersi dal proseguire le operazioni. E’ evidente come i cinesi, che con molta disinvoltura mettono il naso nello spazio vitale degli indiani, non intendono concedere a questi di fare altrettanto a parti invertite.
La seconda, e ovviamente più importante, è con gli Stati Uniti. La centralità del Pacifico nel quadro della futura politica estera americana era stata annunciata già in novembre. Ma la Casa Bianca è consapevole che il riorientamento il proprio focus strategico dal Medio Oriente al più grande tra gli oceani porterà inevitabilmente ad un confronto diretto con la Cina, la quale ormai considera il Pacifico una sorta di Mare Nostrum.
Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, l’attenzione degli esperti di sicurezza passò dal dominio della terra a quello delle acque, ma la Guerra del Golfo nel 1991e le campagne mediorientali post 11 settembre avrebbero posticipato l’evoluzione strategica della talassocrazia americana di almeno un ventennio. Ora, completato il ritiro dall’Iraq e in vista del prossimo disimpegno dall’Afghanistan, gli USA hanno l’opportunità di concentrarsi su ciò che c’è al di là della West Coast. Forse è un po’ tardi, e non è detto che il containment inaugurato da Obama riuscirà a arginare la volontà di potenza sinica, ma è ancora presto per ritenere che l’oceano Pacifico sia destinato a diventare il Grande lago cinese.

Nel 1904 Sir Halford Mackinder chiamò Heartland la zona centrale del continente Eurasia, corrispondente all’incirca alla Russia e alle province limitrofe,  ”cuore” pulsante di tutte le civiltà di terra e inavvicinabile per via marittima. “Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo [Africa-Europa-Asia]: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo”. Allora quelle terre erano controllate dell’Impero Russo, impegnato con Londra in quella sfida geopolitica passata alla storia come il “Grande Gioco”. Cento anni dopo, il Cuore si è trasferito dai deserti dell’Asia centrale alle acque dell’Indio-Pacifico. Un’immensa area blu che un giorno, forse, qualcuno chiamerà Heartsea.
Un gioco, due tavoli, tre giocatori. Premio in palio, la supremazia globale. La partita è iniziata.

Quello che i media non dicono sul Mali

Carta di Laura Canali per Limes 3/2011 "(Contro)Rivoluzioni in corso"

In Mali è accaduto tutto nel giro di due settimane: prima il colpo di Stato che ha deposto il presidente Amadou Toumani Touré, poi la ribellione dei Tuareg nel Nord, infine la proclamazione unilaterale dell’indipendenza dell’Azawad.
La sollevazione era iniziata già in gennaio, ma non vi è dubbio che nel volgere di pochi giorni sia stata agevolata dalla confusione scoppiata a Bamako a partire dal 22 marzo. E pensare che gli uomini di Sanogo avevano pensato bene di rovesciare il presidente perché accusato di inettitudine nella gestione della rivolta – qui un’analisi delle dinamiche che hanno portato dall’ammutinamento al colpo di Stato.
In pochi giorni il Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA) ha raggiunto i propri obiettivi militari, ossia le città capoluogo di Kidal, Gao, Timbuktu, annunciando così la fine delle operazioni e poi la creazione di un proprio Stato. L’offerta di negoziati da parte di Sanogo ha tutta l’aria di una resa di fronte all’avanzata nemica. Ad ogni modo, la richiesta di riconoscimento del nuovo Stato è stata rifiutata da Parigi (che secondo una voce sarebbe dietro il golpe a Bamako) così come dall’Unione Africana e dal resto della comunità internazionale. Risposta ovvia. D’altra parte nessuno vuole creare un precedente che alimenti ulteriori spinte centrifughe da parte di ogni popolo, tribù o clan che rivendichi dei diritti sul territorio che abita – soprattutto in Africa, dove le nazioni sono state create con compasso e righello senza tenere conto degli areali di ciascuna etnia.

Benché al momento la vita a Bamako pare già essersi normalizzata, nel resto del Mali si segnalano già 200.000 persone in fuga, e lo scenario futuro si prospetta oscuro. L’Ecowas deciderà possibili sanzioni; il resto della comuità internazionale minaccia di sospendere i programmi di aiuto umanitario – proprio nel momento in cui il Sahel si trova nel bel mezzo di una crisi alimentare tanto grave quanto pericolosa. E si tratta solo della punta dell’iceberg dei problemi.
Il rischio principale è la possibile somalizzazione dell’Azawad e del Sahel in generale. È opportuno precisare che il MNLA è solo la maggiore fazione in cui i ribelli Tuareg sono raggruppati, ma non l’unica. In particolare, sulla scena c’è anche Ansar Dine (in arabo: “I sostenitori/difensori della fede”), che dichiara di voler imporre la shari’a in Mali e i cui rapporti con il MNLA pare fossero già incrinati prima del colpo di Stato a Bamako. Ansar Dine afferma di controllare un territorio a nordest del Paese, a riprova della spaccatura in corso. Un’approfondita analisi, tra le altre cose, delle relazioni tra i vari gruppi, si trova qui.
L’altro pericolo è che AQMI (al-Qa’ida nel Maghreb Islamico) approfitti della situazione per estendere la propria presenza nella regione. Secondo Le Monde, qa’idisti e Tuareg sarebbero divenuti avversari, ma non va dimenticato che sono pur sempre stati gli uni a trasformare gli altri da nomadi del deserto a mercenari e contrabbandieri.
Infine, c’è da chiedersi se lo Stato a cui i Tuareg aspirano si limiterà all’interno del Mali o se tenteranno di integrare anche i territori da essi popolati in Niger, Algeria, Mauritania, Burkina Faso e Libia.

Ciò che sta avvenendo nell’Azawad è frutto dell’effetto domino generato dalla caduta di Gheddafi in Libia. Mentre da noi Maroni parlava di fantomatiche invasioni di profughi che avrebbero invaso il Belpaese, sono gli Stati africani confinanti ad aver subito in pieno l’onda d’urto dei civili (e non solo) in fuga dalla Libia in fiamme: 900.000 persone, secondo stime ONU. E ciò in un periodo (giugno-novembre) coincidente con l’insorgere della crisi alimentare nel Sahel.
Tra le migliaia di persone che giunsero in Mali, vi era anche un considerevole numero di miliziani tuareg (dai 2.000 ai 4.000) che avevano combattuto dalla parte di Gheddafi, portando con sé buona parte della cornucopia di armi trafugate dagli arsenali sguarniti. Circostanza che ha dato nuovo impulso al movimento secessionista in Mali, ad appena due anni dalla fine dell’ultima rivolta.
Allora a guidare i ribelli era stato Ibrahim ag Bahanga, morto lo scorso 26 agosto al suo rientro in Mali dopo due anni di esilio in Libia, sospettato di pianificare una nuova sollevazione (ossia quella tuttora in corso). La figura di ag Bahanga e le dinamiche politiche dei Tuareg dopo la fine di Gheddafi sono ricostruite qui e qui.

Nota a margine. Al di là della voce riportata all’inizio, la Francia è la grande sconfitta dagli eventi in corso, poiché sta vedendo sfuggirsi di mano un’intera regione che considera di propria pertinenza. Era stata Parigi ad organizzare il (fallito) colpo di Stato da cui sarebbe scaturita la rivolta libica. Nei piani dell’Eliseo, rovesciare Gheddafi per rimpiazzarlo con un governo amico avrebbe consentito di ristabilire un controllo più diretto sulle ex colonie nel Sahara. Invece è accaduto esattamente il contrario.

Da anni gli scienziati ci mettono in guardia sui pericoli del riscaldamento globale, sollevando il cupo spettro di intere città inghiottite dall’innalzamento del livello dei mari in un futuro non troppo lontano. Un futuro che invece sembrerebbe molto vicino per Kiribati, arcipelago del Pacifico in procinto di essere sommerso a causa dei cambiamenti climatici. A preoccupare gli abitanti c’è anche l’inclusione dell’acqua salmastra all’interno degli atolli, che minaccia di esaurire rapidamente le riserve d’acqua dolce.

Per salvare Kiribati da tale destino, il presidente Anote Tong ha paventato la possibilità di abbandonare le isole per trasferire tutta la popolazione altrove. Atong ha intavolato una lunga trattativa con le Fiji per l’acquisto di circa seimila acri di terreno fertile a Vaua, la maggiore isola dell’arcipelago, per trasferirvi l’inetera popolazione di Kiribati (113.000 persone). Il terreno costa 10 milioni di dollari e appartiene ad unorganizzazione religiosa con la quale c’è già un accordo. Il denaro proverrebbe dal  Revenue Equalization Reserve Fund (RERF), il fondo sovrano istituito nel 1956 e alimentato dalle royalties ricavate dall’estrazione dei fosfati. Nel 2009 la sua consistenza ammontava a 570,5 mln di dollari.

L’ambizioso progetto, secondo Tong, richiede una lenta migrazione del suo popolo sul nuovo territorio per ridurre al minimo l’impatto dell’integrazione sulla popolazione delle Fiji, che di abitanti ne hanno appena 860.000 ed economicamente non sono molto più ricchi dei futuri vicini (il reddito pro capite di Kiribati è di 1600 dollari l’anno). All’inizio partirà solo personale qualificato, gradualmente seguiranno anche gli altri. Inoltre, per preservare ciò che resta della sovranità nazionale (conquistata solo nel 1979) e fare in modo che Kiribati non si estingua come entità statuale, il governo pensa di investire per rinforzare un’unica isola dell’atollo, che rimarrebbe così l’ultimo baluardo dell’identità del Paese, consentendogli di rimanere Stato tra gli Stati. In pratica, un investimento per le future generazioni.

Fin qui, la notizia; ora qualche riflessione. Innanzitutto, Kiribati sta affondando davvero? Ecco la madre di tutte le domande, alla quale gli articoli allarmistici sul tema non rispondono. La risposta è no, e già in passato uno studio che aveva smentito tale catastrofica eventualità. Qualunque oceanografo o biologo marino sa che un atollo (e Kiribati ne conta ben 32) non può affondare. Anzi, più il livello del mare sale, più l’atollo s’innalza di conseguenza. Inoltre, l’aumento del livello del mare non ha nulla a che fare con il depauperamento delle riserve di acqua dolce, le quali sono preservate all’interno della cd. “lente“, ossia una formazione di acque sotterranee alimentate dalla precipitazioni e separata dall’acqua marina. Per approfondire si veda questo post su What’up with that, uno dei più frequentati (e attendibili) siti dedicati ai cambiamenti climatici in circolazione. Kiribati non sta affondando, né tanto meno rischia di trovarsi senz’acqua potabile. Due anni fa un pericolo analogo era stato prospettato anche per Vanuatu, poi rientrato. Se mai, ad avere problemi seri in questo momento sono proprio le Fiji, in questi giorni colpite da una violenta inondazione.

In realtà, la più grande minaccia per gli atolli come Kiribati è la pesca eccessiva poiché compromette il ciclo riproduttivo dei pesci, i quali permettono l’accumulo di sabbia di cui gli atolli stessi sono costituiti. Senza i pesci, in altre parole, l’atollo non sta in piedi. Siamo di fronte ad una nazione insulare sovrappopolata che ha bisogno di far emigrare una porzione dei abitanti affinché la formazione di terra emersa su cui essi vivono non sia minacciata dall’eccessivo sfruttamento delle risorse marittime. I proclami apocalittici del presidente Atong servono ad atirare capitali dall’estero per finanziare l’acquisto dei terreni nelle Fiji. La vecchia dottrina del “dateci più soldi” che funziona sempre, soprattutto quando confezionata all’interno di una notizia idonea a suscitare più curiosità che allarme. Ciò non toglie che i cambiamenti climatici siano una minaccia reale e da prendere sul serio. Il rapporto Valuing the ocean, pubblicato dallo Stockholm Enviromental Institute pochi giorni fa, afferma che i cambiamenti climatici potrebbero portare alla riduzione del valore economico degli oceani per un controvalore pari allo 0,37% del PIL mondiale nel 2100. C’è da riflettere.

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