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La proverbiale disattenzione che i media nostrani riservano alla pagina degli esteri comporta, quando di ciò che accade nel mondo non si può proprio fare a meno di parlarne, una lettura degli eventi superficiale e per lo più legata ad una serie di cliché consolidati.
Non c’è dunque da stupirsi che le manifestazioni in corso in Turchia vengano interpretate alla luce di uno tra i paradigmi più temuti (e abusati) dei nostri tempi: la protesta contro il pericolo di re-islamizzazione della società, a cui si contrappone lo spirito di autodeterminazione di una gioventù laica e cosmopolita. E non mancano poi gli audaci paragoni tra i giovani di piazza Taksim e quelli (non più fortunati) che due anni fa riempivano piazza Tahrir; paragoni dettati più dalla seducente assonanza tra i nomi che da una approfondita analisi sul campo.

Detto questo, proviamo a guarda le cose per quelle che sono.

Non è strano che la maggiore (ma non l’unica) sfida all’autorità del primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan in quasi undici anni di potere sia cominciato come una piccola manifestazione ambientalista. Lo scontro sul parco Gezi nasconde infatti un regolamento di conti su altre questioni. Non soltanto il divieto sull’alcool, quello di baciarsi in pubblico o le altre manifestazioni di islamizzazione strisciante. A frustrare il presente della popolazione turca son piuttosto le pressioni sulle università, la repressione della libertà di espressione e in generale l’arroganza con cui il premier si è imposto pensando che il Paese gli appartenga solo perché ha avuto per tre volte la maggioranza dei voti.
In Turchia (qui una breve guida alla storia recente) si protesta per fermare la demolizione di qualcosa di più grande di un parco: il diritto a vivere in democrazia. Perché la Turchia governata dall’Akp è un caso da manuale di come funziona una democrazia svuotata.
Gezi Park è la goccia che ha fatto traboccare il vaso di un conflitto tra le componenti di una società spaccata che si protrae già da lungo tempo. Ma da qui a parlare di primavera turca ce ne corre.

Riporto qui alcuni contributi tra i (pochi) interessanti che si circolano in questi giorni. Leggi l’articolo completo »

L’elezione di Hassan Rouhani (in farsi: حسن روحانی, le tralitterazioni Rouhani, Rohani o Rowhani sono equivalenti) ha stupito un po’ tutti.
In primo luogo, è stata una sorpresa per coloro che, da mesi, profetizzavano un’elezione pilotata dalla Guida Suprema Ali Khamenei. In secondo luogo, lo è stata per tutti quelli che si aspettavano un’astensione di massa degli iraniani, che invece si sono recati alle urne con un’affluenza superiore al 72%.

Per comprendere il background di queste elezioni presidenziali si veda qui e qui.

In attesa di ulteriori approfondimenti, è comunque il caso di sgombrare il campo dagli eccessivi entusiasmi che la stampa internazionale sta manifestando a caldo sugli scenari della prossima presidenza iraniana.

A prima vista, le articolate strategie di Ahmadi-Nejad e Khamenei non sono bastate ad evitare sorprese: lo scontro tra filo-conservatori, moderati-riformisti e filo-nazionalisti ha visto prevalere un candidato formalmente lontano sia al presidente uscente che alla Guida Suprema. Rouhani ha vinto perché è riuscito a persuadere la giovane opposizione iraniana a recarsi alle urne

Tuttavia, la vittoria del 64enne chierico sciita non significa certo la sconfitta del regime. Rouhani potrebbe essere stato la scelta razionale dei molteplici centri di potere della Repubblica Islamica per ricostruirsi un’immagine presentabile sia sul fronte interno che all’estero. L’appoggio formale immediatamente ricevuto da parte dei Guardiani della Rivoluzione la dice lunga in proposito.

Secondo LinkiestaRouhani non è un riformista, ma un conservatore dialogante. E con lui l’Iran non cambierà molto le sue politiche:

«La teocrazia islamica esce rafforzata – afferma Pejman Abdolmohammadi, docente di storia e istituzioni dei Paesi islamici alla facoltà di scienze politiche all’Università di Genova – da questo risultato elettorale. Alla presidenza va una figura gradita all’establishment e gli oltre 35 milioni di voti espressi legittimano il sistema». Contrariamente a quanto viene spesso detto, Rouhani non è un riformista o un moderato. Molto vicino a Khomeini fin dagli anni Sessanta, si è occupato di “islamizzare” l’esercito dopo la rivoluzione e ha guidato i servizi di intelligence per 16 anni, prima di essere accantonato nel 2005 con l’arrivo di Ahmadinejad. Politicamente appartiene all’ala più dialogante dei conservatori ed è stato “preso a prestito” dai riformisti, che hanno sostenuto la sua candidatura in queste elezioni anche con gli endorsement dei leader Khatami e Rafsanjani.

Come aggiunge Nicola Pedde su Limes:

L’immagine di Khatami ieri, e di Rowhani oggi, come di politici ostili all’impianto della Repubblica Islamica è da rifiutarsi nel modo più netto e categorico. Questa immagine riflette purtroppo il limite della capacità interpretativa della comunità internazionale e di buona parte della diaspora iraniana, confondendo i desiderata con la realtà politica locale.

Hassan Rowhani è un militante clericale rivoluzionario della prima ora,
 un convinto assertore della bontà del messaggio e dell’azione politica dell’Ayatollah Khomeini (di cui è stato stretto e fidato collaboratore), espressione di quel grande ambito politico che ha maturato e condiviso l’esigenza di una evoluzione del sistema politico, non già di una sua eliminazione.

Rowhani è ostile alla visione retrograda o radicale del governo islamico, ma non certo alla sua esistenza. Ha militato a lungo e attivamente per costruire il paese che ora è chiamato a presiedere; non bisogna incorrere nell’errore di considerare un riformista come un nemico dell’impianto istituzionale della Repubblica Islamica.

Una prima analisi del voto dimostra con chiarezza come poco più di metà degli iraniani abbia votato per Rowhani, mentre l’altra metà ha distribuito il proprio voto in modo più o meno equivalente tra altri 5 candidati. Tra questi, i moderati hanno tuttavia ottenuto la maggioranza dei voti, dimostrando una netta propensione dell’elettorato a favore del cambiamento e della stabilità.

Questo significa chiaramente che anche i tanto temuti - quanto generici, nell’interpretazione attribuita in Occidente – Pasdaran hanno in larga misura votato e sostenuto la necessità di un processo di cambiamento radicale del paese. Come ai tempi di Khatami. Elemento di cui si dovrebbe tener conto in Europa e negli Stati Uniti, che dovrebbero avviare quel dialogo necessario a terminare l’inutile quanto stereotipata e anacronistica percezione dell’Iran.

Aspettiamoci dunque alcuni mesi di distensione, in particolare sul dossier del nucleare. Prospettiva poco gradita da Israele, in quanto la retorica bellicosa di Netanyahu si nutre della presenza non solo di un Iran potenzialmente dotato del’arma atomica, ma di un Iran nemico e potenzialmente dotato dell’atomica. Nondimeno, almeno per adesso non è il caso di aspettarsi chissà quali cambiamenti.

Perché la Repubblica Islamica d’Iran presenta una struttura di potere talmente complessa (per non dire opaca) da mettere il regime al riparo da ogni ipotesi di reale tentativo di svolta.

L’indipendenza politica di uno Stato ha come presupposto l’indipendenza economica; l’indipendenza economica presuppone quella energetica. Il perseguimento di quest’ultima comporta obiettivi e decisioni non sempre conciliabili, se non quando apertamente  in conflitto, con quelli dei propri partner vicini e lontani.
Per trovare un senso alle tante, troppe divisioni che lacerano l’Unione Europea dall’interno, riporto per intero questo editoriale di Gabriele Crescente su Presseurop, dal significativo titolo L’energia è politica:

A chi si chiede come mai il tentativo dell’Ue di trovare un accordo sull’embargo sulle armi alla Siria sia fallito in modo cosi imbarazzante, una piccola macchia sulle carte potrebbe offrire qualche risposta. È il gigantesco giacimento di gas South Pars/North Dome nel Golfo persico, a metà tra le acque territoriali di Iran e Qatar. Teheran, alleata di Damasco, vuole costruire un gasdotto attraverso la Siria per raggiungere le sponde del Mediterraneo e il ricco mercato europeo. Doha, il principale sponsor dei ribelli, ha un progetto rivale che attraverserebbe una Siria post-Assad e la Turchia con la stessa destinazione finale. Curiosamente, la degenerazione della crisi siriana all’inizio del 2011 è avvenuta pochi mesi dopo l’inizio dei negoziati per il progetto iraniano alla fine del 2010.

Attraverso i loro campioni nazionali Gdf e Shell, Francia e Regno Unito sono tra i principali partner dell’industria gasifera del Qatar. La Russia ha da tempo stretto un patto d’acciaio con l’Iran per contrastare i tentativi dei paesi sunniti del Golfo e dei loro alleati occidentali di rompere il suo quasi monopolio sulle forniture all’Europa. La Germania è legata alla Russia dal gasdotto Nord Stream, promosso dall’ex cancelliere Gerhard Schröder, mentre l’italiana Eni è un partner chiave di Gazprom. Che Parigi e Londra abbiano idee diverse rispetto a Berlino e Roma sul futuro assetto della Siria sembra così un po’ meno sorprendente.

La crisi siriana non è l’unico scenario in cui l’energia ha spaccato l’Unione europea ultimamente. Il dibattito sui rischi per l’ambiente e la salute legati allo sfruttamento delle riserve europee di gas di scisto è sempre più pilotato dagli opposti interessi nazionali, e complicato dalle pressioni dell’industria nucleare russa e dalle incertezze della transizione energetica tedesca. Questa settimana la posizione dell’Ue nella disputa commerciale con la Cina sui pannelli solari è stata fortemente indebolita dal disaccordo tra Francia e Germania sull’imposizione di tasse doganali sull’importa zione dei prodotti delle industrie cinesi sovvenzionate dallo stato.

Dopo la smentita delle tradizionali teorie sul “peak oil”, il mondo sembra andare verso una rivoluzione energetica epocale. Gli investimenti nel gas di scisto e negli idrocarburi non convenzionali potrebbero rendere gli Stati Uniti autosufficienti entro il 2020, liberandoli dalle importazioni e dalle loro pesanti implicazioni geopolitiche. Lo scarso interesse di Washington per la crisi siriana ne è una prova. Se le recenti notizie dal Giappone si rivelassero fondate, lo sfruttamento dei diffusissimi idrati di metano potrebbe abbassare ulteriormente il prezzo dell’energia – per i paesi che vi hanno accesso.

Entro allora il pericolante sistema europeo di riduzione delle emissioni di CO2 avrà perso ogni senso. Per l’Ue proteggere la competitività delle sue industrie di fronte a concorrenti che pagano metà delle bollette della luce sarà sempre più difficile, specialmente se non troverà il modo di rendere convenienti le energie pulite. Ma soprattutto, energia e politica diventeranno indistinguibili. Tutta la retorica sulla costruzione dell’unione politica si ridurrà a una barzelletta, come sta già accadendo al maldestro tentativo di creare una diplomazia comune. I governi europei devono sedersi a un tavolo insieme ai rappresentanti delle loro industrie energetiche per mettere a punto una visione coordinata. Se non lo faranno, non saranno solo i federalisti europei a piangerne le conseguenze.

Sullo shale gas e delle divisioni che sta generando all’interno della UE ho già scritto. Per approfondire il tema della partita energetica in Siria si veda Limesdove si spiega come il futuro di Damasco sarà in buona misura determinato dagli idrocarburi.
Per quanto riguarda, invece, le altre partite energetiche in corso in Europa, nella ricostruzione di Presseurop manca un tassello che penso sia il caso di aggiungere.

A fine marzo ha sorpreso tutti l’improvviso clima di distensione tra Israele e Turchia. Dopo l’incidente della Mavi Marmara nel 2010 e le mancate scuse del governo israeliano, tra i due Paesi era sceso il gelo. Invece, nel corso della visita del presidente Obama a Tel Aviv, il premier Netanyahu ha contattato il suo omologo turco Erdogan per esprimergli le scuse del suo paese per l’accaduto di tre anni fa. Poco dopo un comunicato ufficiale del governo di Ankara dichiarava completamente normalizzate le relazioni tra i due Paesi.
Tutto bene, se non fosse che la riconciliazione tra i due più potenti e stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, contrariamente a quanto sostenuto dai media, non è stata merito di Obama.

In ballo c’è ben altro, come l’accordo per un progetto congiunto turco-israeliano per la costruzione di un gasdotto sottomarino che da Israele, via Turchia, esporti gas naturale verso l’Europa. Punto di partenza sarebbe proprio quel giacimento Leviathan che negli ultimi due anni ha contribuito non poco a rinfocolare le tensioni tra Gerusalemme e Ankara coinvolgendo anche Cipro.

Non è allora un caso che la vantaggiosa riconciliazione Israele e Turchia sia giunta appena un mese dopo la notizia che il gruppo turco Zorlu avrebbe avanzato un’offerta a Gerusalemme per costruire il gasdotto in questione. Perché Israele, il suo gas, ha fretta di venderlo, e i turchi hanno fretta di fare affari.
E non è un caso che l’allentamento delle tensioni tra i due Paesi sia coinciso con la crisi di Cipro, che tra i due litiganti ha fatto fuori il terzo, rendendo possibile un negoziato bilaterale. Questo dopo che in un primo momento Tel Aviv e Nicosia avevano stretto accordi che avrebbero facilitato la ricerca congiunta di giacimenti, la perforazione, lo sfruttamento, la distribuzione e la protezione degli stessi. Probabilmente più per mettere fretta ai turchi che per una reale volontà di collaborazione con i ciprioti. Da qui l’offerta del gruppo Zorlu per la realizzazione del progetto.

Con uno stato israeliano potenzialmente esportatore d’energia, le conseguenze geopolitiche nel levante Mediterraneo sarebbero notevoli. Gli idrocarburi diventerebbero per gli israeliani quell’arma strategica che non hanno mai avuto e che, viceversa, ha consentito ai Paesi arabi confinanti – notoriamente anti-israeliani – di avere uno strumento di pressione nello scacchiere geopolitico globale (chi non ricorda lo shock petrolifero del ’73?), inducendo non poche nazioni a limitare il proprio sostegno nei confronti di Gerusalemme. Per l’Europa, invece, un tale scenario segnerebbe la nascita di nuove fratture diplomatiche tra i suoi membri.
Con mezza Europa attaccata al rubinetto israeliano, dimezzato sarebbe anche il sostegno alla causa palestinese, di cui Bruxelles si è fatta carico con una piccola quota prevista nel bilancio comunitario, ma che potrebbe venire meno al primo pugno sul tavolo di Tel Aviv.

Se l’energia è politica, non stupiamoci che l’Europa energeticamente litigiosa sia anche politicamente divisa.

Il governo USA ha cercato di minimizzare lo scandalo Prism rassicurando che oggetto di rilevamento da parte dell’intelligence sono solo i “metadati”, ossia gli estremi inerenti al tempo, al luogo, alla provenienza e al destinatario delle chiamate, ma non l’ effettivo contenuto delle chiamate stesse. In altre parole, cari amici, la NSA sa chi abbiamo chiamato, quando e per quanto tempo, ma non cosa noi e il nostro interlocutore di turno ci siamo detti.

Dobbiamo sentirci più sollevati? Non credo. Perché secondo non pochi esperti di tecnologie informatiche la sola conoscenza dei metadati delle nostre telefonate, email, e conversazioni in chat è sufficiente per risalire ad ogni aspetto della nostra vita familiare, lavorativa, sessuale e sociale. Come se fossimo seguiti ventiquattr’ore su ventiquattro. A prescindere dal contenuto di tali comunicazioni.

Dimmi chi chiami e ti dirò chi sei

Un esempio? David Petraues, ex direttore della CIA. La sua relazione extraconiugale con la giornalista Paula Broadwell è venuta alla luce dall’analisi delle email che si scambiavano. Per comunicare tra loro senza lasciare tracce, i due hanno utilizzato a lungo un metodo usato anche dalle cellule terroristiche: hanno creato un account di posta elettronica in comune sul quale si scrivevano dei messaggi tra le “bozze”, senza mai inviarli. E’ dunque dalla lettura di quei messaggi che l’FBI ha avuto modo di svelare la liaison? Nient’affatto. Sono bastati i log di connessione. E’ bastato notare che i messaggi venivano salvati da due postazioni diverse per scoprire lo scandalo e per identificare l’amante del generale.

Questo celebre caso dimostra come i metadati forniscano un contesto sufficiente per conoscere alcuni dei dettagli più intimi della nostra vita. E non è l’unico.
Quando si prendono tutti i tabulati digitali di chi sta comunicando con chi, spiega il New York Magazine, è possibile ricostruire la vita sociale di qualunque persona sulla Terra, almeno tra quelle che usano il cellulare e un pc – in pratica tutta l’umanità, a parte gli aborigeni australiani e qualche altra comunità primitiva. Il Guardian riporta che una tale ricostruzione è possibile anche dall’analisi dei dati GPS raccolti da telefoni cellulari. Questa analisi su Reuters cita  uno studio del Massachusetts Institute of Technology di qualche anno fa che dimostrava come la semplice “osservazione” della rete di contatti sociali di un gruppo di individui era sufficiente a determinare l’orientamento sessuale di ciascuno.
Il “chi,” il “dove”, il “quando” e la frequenza delle comunicazioni sono spesso più rivelatrici di ciò che è detto o scritto. E il governo USA non ha dato alcuna garanzia che questi dati non saranno mai messi in correlazione con altri in suo possesso, come gli estremi bancari o perfino il codice genetico.

Sono gli americani protetti dal Prism, o il Prism dagli americani?

Chi avrà letto fin qui dirà: ok, neanche a me fa piacere che la NSA raccolga i miei dati e sappia tutto di me senza il mio consenso, ma almeno questa sorveglianza serve a prevenire la minaccia terroristica. Sbagliato! La strategia della megaraccolta dati è inefficace per due ragioni:

1) La prima è di carattere tecnico: la mera analisi dei dati statistici, senza riscontri sul campo, genera facilmente distorsioni e false informazioni.
Il professor Jonathan Turley, all’indomani dell’attentato di Boston (che per inciso il Prism non è riuscito a prevenire), ricordava che neanche le nazioni più repressive e dotate dei servizi di sicurezza più invasivi, come la Cina e l’Iran, non sono stati in grado di fermare gli atti terroristici.
Oltre agli attentatori di Boston, il Prism non ha fermato neppure quelli alla metropolitana di New York nel 2009;

2) La seconda è più sottile. Secondo Richard Clarke, tra i massimi funzionari dell’antiterrorismo sotto i presidenti Clinton e G. W. Bush, “l’argomento che questa ricerca debba essere tenuta segreta per non allarmare terroristi è risibile. I terroristi sanno già che questo genere di operazioni viene praticato. Sono i cittadini americani onesti, quelli che rispettano la legge, ad essere stati beatamente ignari di quello che il loro governo stava facendo”.
In pratica, ed è questo che si rimprovera oggi al governo americano, il governo pareva interessato più a proteggere il programma Prism dalla conoscenza dei cittadini, che i cittadini stessi attraverso tale programma. Tale opinione è confermata dall’ex funzionario dell’intelligence William Binney, in questa e in quest’altra intervista.

Sorvegliare la massa per manipolare le masse

Ma allora a cosa serve davvero il Prism? Limes spiega che  le rivelazioni di questi giorni non sono poi così inaspettate: la tendenza dell’intelligence statunitense a fare uso della raccolta massiccia di dati e metadati di telecomunicazione giustificata dall’esigenza di vigilare la minaccia terroristica era già stata segnalata anni addietro (si veda anche questo articolo sul Guardian). Tuttavia, sostiene la rivista di geopolitica, i dati così raccolti possono essere impiegati a fini di analisi strategiche e di intelligence economica.
Inoltre, il monitoraggio continuo dei social network di una determinata area del mondo può essere usato anche per condurre operazioni psicologiche, immettendo in quei canali, notizie e informazioni (vere o false che siano) volte a influenzare le opinioni pubbliche locali.

Pochi sanno che il 70% di quanto destinato dal bilancio federale alle attività di intelligence viene speso per sovvenzionare società di sicurezza private. In pratica gli Stati Uniti hanno appaltato quella che rappresenta una funzione sovrana di ciascuno Stato ad imprenditori privati, i quali sono liberi di accedere ai dati personali dei cittadini USA e conservarli.

E nell’ambito della raccolta dati, pubblico e privato lavorano addirittura a braccetto. E’ nota da tempo l’esistenza dei cd. Centri di Fusione, strutture di raccolta e osservazione dati disseminate un po’ ovunque negli States, frutto di una coproduzione tra il Dipartimento di Giustizia e quello di Sicurezza Interna ma partecipate dai capitali privati di grandi imprese. Le quali hanno dunque accesso ai dati di cittadini privati raccolti tramite degli enti – formalmente – pubblici.
Ironia della sorte, le compagnie impegnate in tali partenariati di intelligence tra pubblico e privato sono spesso le stesse che furono oggetto di contestazione da parte del movimento Occupy Wall Street, a cominciare dalle grandi banche – quelle, per intenderci, Too big to fail – messe sotto accusa per le loro indebite influenza nelle funzioni pubbliche, dal finanziamento delle campagne elettorali all’opposizione contro determinati provvedimenti per mezzo della maggioranza repubblicana in Senato.
Già nel 2011, ad esempio, un’inchiesta della Reuters rivelò l’esistenza di uno scambio di dati informatici tra la NSA e le maggiori banche d’affari quotate a Wall Strett, in ragione della necessità di contrasto agli hacker. Quali hacker? Forse i manifestanti di OWS? Sta di fatto che, come emerso pochi giorni fa, che i telefonini di tutti i partecipanti a Occupy sono stati tracciati.

E che dire del CISPA? Questo provvedimento approvato dal Congresso lo scorso 18 aprile, ufficialmente pensato per contrastare gli attacchi hacker ma di fatto il quarto disegno di legge che riduce la copertura dei diritti fondamentali sulla rete in poco più di un anno, contiene alcuni disposizioni a dir poco discutibili. Non solo si prevede che, di fronte a una cyberminaccia, qualunque violazione della privacy non sarà perseguita, ma la definizione stessa di minaccia è talmente vaga da permettere alle istituzioni di acquisire informazioni senza limiti, aggirando il normale iter legislativo. In pratica “cyberminaccia” significa ogni situazione in cui un’azienda abbia motivo di credere che un utente sta cercando di forzare il database, a prescindere da qualunque riscontro oggettivo. Per di più, le società non avranno l’obbligo di rimuovere i dati non rilevanti per le indagini. Saranno liberi di mantenerli – a quale scopo non è dato sapere.

Insomma, i dati raccolti dall’intelligence, ufficialmente necessari alla prevenzione e al contrasto di attività terroristiche, possono essere condivisi con le grandi corporations private. Per finalità altrettanto private, che poco hanno a che vedere con la protezione dei cittadini da minacce esterne. E’ peraltro inquietante che queste attività avvengano all’interno di strutture ibride pubblico-private
E la vicenda Prism dimostra come, attraverso gli strumenti informatici, la NSA non persegua la sorveglianza di massa, ma la manipolazione delle masse. Con buona pace di George Orwell e del suo imperituro 1984.

Lo shale gas (gas di scisto) è stata la grande innovazione energetica degli ultimi anni. Benché scoperto agli inizi del secolo scorso, è solo dal 2000 che il suo utilizzo ha conosciuto una decisa accelerazione. Oggi la possibilità di sfruttarlo come fonte di energia potrebbe sconvolgere le dinamiche di mercato e rivoluzionare gli equilibri commerciali e geopolitici a livello mondiale.

La rivoluzione dello shale

Secondo Limessommando gli effetti della crescita della produzione petrolifera convenzionale e non, quattro Paesi mostrano il più alto potenziale in termini di effective production capacity growth (crescita della capacità di produzione effettiva): nell’ordine Iraq, Usa, Canada, e Brasile. Tre su quattro si trovano nell’emisfero occidentale, e solo uno – l’Iraq – in Medio Oriente, tradizionale centro di gravità del mondo petrolifero. Ma il dato più sorprendente è l’esplosione della produzione petrolifera degli Stati Uniti.

In particolare, l’utilizzo combinato di due tecnologie - horizontal drilling e hydrofracking - all’inizio pensate soprattutto per lo sfruttamento dei pozzi non convenzionali, si sta ora diffondendo anche allo sviluppo dei giacimenti convenzionali, con l’effetto di aumentare la redditività di pozzi già maturi, magari considerati già in via di esaurimento. Con tali tecnologie si prolunga di fatto la vita dei giacimenti e più in generale si accrescono le riserve disponibili di petrolio.

Gli USA potrebbero arrivare a produrre, entro il 2020, 11,6 milioni di barili/giorno di greggio e Ngls (Natural Gas Liquids), diventando il secondo più grande produttore petrolifero mondiale dopo l’Arabia Saudita. Se nel 2000 lo shale gas copriva appena l’1% del fabbisogno energetico statunitense, nel 2010 la quota era già cresciuta al 20% e si prevede toccherà il 46% nel 2035. Grazie alle riserve di petrolio e shale gas scoperte negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti dovrebbero presto raggiungere l’autosufficienza energetica.
Inoltre, secondo l’IEA (International Energy Agency), sempre per il 2020 gli USA diventeranno esportatori netti di metano. L’America tornerebbe così uno dei massimi fornitori di energia su scala globale come sono stati fino al 1949, quando il 60% del petrolio mondiale veniva estratto sul suolo degli States.

Le formazioni di scisto, però, non sono presenti solo in Usa: sono state individuate in Europa, Africa, Canada, America del Sud e Cina. Alcune indagini preliminari hanno evidenziato che in ben 32 Stati il volume di gas di scisto “utilizzabile” supera di almeno sei volte quello degli Stati Uniti, anche se non è detto che si tratti di giacimenti di qualità. In Cina, dove secondo le stime IEA si trovano le maggiori riserve di shale a livello mondiale (il 50% in più degli USA), c’è già molto fermento attorno al tema.

Lo shale gas in Europa

Conscia della propria insicurezza energetica, Bruxelles è da tempo alla ricerca di sempre nuove fonti di approvvigionamento. In questo senso, lo shale rappresenta un’opportunità da considerare con attenzione.

Secondo alcuni esperti, per l’Europa lo shale gas potrebbe essere la via d’uscita dalla recessione: con un costo del lavoro dalle 5 alle 18 volte maggiore a quello medio della Cina, l’abbattimento dei costi dell’energia rappresenterebbe una fondamentale opportunità per far sì che le merci made in Europe tornino a competere sui mercati globali.
Secondo alcune stime, il gas di scisto potrebbe arrivare a coprire il 45% della produzione europea di gas entro il 2035, cioè il 10% del totale.

Oltre che ai vantaggi economici, lo shale avrebbe importanti riflessi geopolitici. In particolare, il Vecchio continente potrebbe finalmente uscire dallo scacco energetico russo.

Eppure l’ultimo vertice europeo dei capi di Stato e di Governo, in maggio, si è chiuso con una generica apertura alle risorse non convenzionali. Non ci sarà, insomma, un invito esplicito a inseguire gli Stati Uniti nella rivoluzione dello shale gas, a causa delle divergenze di posizioni e di interessi tra i 27 Paesi membri, a dispetto delle maggiori compagnie energetiche europee che da tempo insistono per interventi urgenti.
L’Europa è divisa, su questo come su qualunque altro argomento possibile. Il dibattito sullo shale gas vede dunque un’Europa spaccata in due, fra euforia e rifiuto totale. Di diversa natura sono le resistenze allo sviluppo dello shale gas nel Vecchio continente.

Da un parte, c’è la spinosa questione dell’impatto ambientale conseguente alle attività di frantumazione idraulica (fracking), necessarie per produrre il gas di scisto. Il Vecchio continente teme i danni causati dall’estrazione.
Già in settembre la commissione Industria ed Energia del Parlamento europeo aveva chiesto regole più severe per lo sfruttamento del gas da scisti. La Germania è uno dei Paesi che con maggiore attenzione sta analizzando il problema: uno studio del ministero dell’Ambiente pubblicato alla fine del 2012 ha esaminato le conseguenze ecologiche del fracking, valutandone le insidie (compreso il possibile inquinamento delle falde acquifere) e imponendo una serie di obblighi nel caso di utilizzo.

Dal punto di vista economico, poi, al di là delle rosse previsioni citate è difficile non riconoscere che le condizioni in Europa sono piuttosto diverse e probabilmente non potranno essere replicate quelle di vantaggio ottenute negli Stati Uniti in merito all’abbassamento dei prezzi del gas. Più in generale, ci sono almeno cinque ragioni per cui lo shale gas non sarà un game changer nel quadro energetico europeo: 1) elevata densità della popolazione, causa di maggiori preoccupazioni ambientali rispetto agli Stati Uniti; 2) giacimenti situati ad una profondità maggiore rispetto a quelli in USA; 3) mancanza del necessario know-how; 4) normativa che non incentiva gli investimenti privati; 5) maggiore convenienza del Gnl (gas naturale liquefatto) e della rete gassifera esistente rispetto allo sviluppo dello shale.

Perché lo shale (non) ci salverà da Mosca

Dall’altra, c’è la questione geopolitica. Con un’Europa forte energeticamente, il ruolo strategico della Russia nello scacchiere globale verrebbe notevolmente ridimensionato. Per questo la Russia è molto preoccupata per il possibile sviluppo dei giacimenti europei di scisto: l’indipendenza energetica europea porrebbe fine al monopolio di Gazprom, e dunque all’influenza di Mosca su Bruxelles.

Non è un caso che, tra i 27, il Paese europeo che più ha spinto e avallato il ricorso a tecniche non convenzionali sia la Polonia, da sempre rivale di Mosca. Il governo di Varsavia ha predisposto una serie di riforme sia di semplificazione nell’accesso alle concessioni che di sfruttamento delle stesse – allargando alcuni vincoli ambientali. Il risultato di questo mix è stato una pioggia di investimenti attesi: il Ministero dell’Ambiente si aspetta per quest’anno l’apertura di 39 pozzi perforativi. Un’analisi sul potenziale dello shale gas in Europa, redatta da Ruud Weijermars e Crispian McCredie, consulenti per Alboran energy Strategy, e pubblicata agli inizi dello scorso anno, spiega perché è più probabile che lo sviluppo europeo di questa risorsa venga guidato da Varsavia e non da Bruxelles. Altro precursore europeo del fracking è l’Ucraina, che non a caso rappresenta – esattamente come la Polonia – uno dei Paesi più energeticamente legati a Mosca.
A fronte di chi tuttavia vorrebbe affrancarsi dal rubinetto russo, c’è invece vi rimane strenuamente attaccato per ragioni di strategie economiche (Germania)  e/o convenienza di varia natura (Italia: si vedano i rapporti tra ENI e Gazprom).

In conclusione, la rivoluzione dello shale potrebbe davvero  rivoluzionare l’industria petrolifera – e la politica estera – americana e cinese, ma non quella europea.

A volte il destino gioca davvero dei brutti scherzi. Lo scandalo Prism (“Datagate” è un neologismo adottato solo dalla stampa italiana), al di là dei pur considerevoli risvolti sulla privacy dei cittadini, comporta altresì delle rilevanti implicazioni geopolitiche.
Per comprenderle, basta dare un’occhiata a un paio di coincidenze quanto meno sospette. Una porta fino in Cina, l’altra in Europa.

La prima

Le rivelazioni di Verax, al secolo Edward Snowden, ex membro della CIA attualmente impiegato della Booz Allen Hamilton (una delle aziende che producono e gestiscono i sistemi di intercettazione usati dall’intelligence Usa) presso l’Nsa Regional Security Operations Center di Kunia nelle Hawaii, sono giunte a pochissimi giorni dal vertice in California tra Obama e il presidente cinese Xi Jinping, in cui uno degli argomenti in programma erano i (presunti?) atti di cyberspionaggio di Pechino contro interessi statunitensi.

Nelle settimane precedenti, si erano diffusi articoli, inchieste ed anche un dossier governativo sui furti di dati e tecnologia sensibili attuati per via informatica e attribuiti ad hacker cinesi. Elementi funzionali alla strategia del presidente Obama, che puntava ad ampliare il proprio margine negoziale nei confronti del suo omologo.

La pubblicazione delle attività di cyberspionaggio condotte dalla NSA ha però oscurato le notizie sulle azioni cinesi nello stesso campo. È evidente che la pubblicazione di questi documenti ha indebolito la posizione di Obama proprio alla vigilia di un incontro in cui il presidente si apprestava a chiedere conto a Xi Jinping delle operazioni di cyberspionaggio e di cyberwarfare cinesi.

Inoltre, è singolare che, al momento delle sue rivelazioni, Edward Snowden si trovasse (ora non più) a Hong Kong, entità autonoma della Repubblica Popolare Cinese con cui gli USA hanno siglato un accordo di estradizione. L’ex agente CIA, che ha spiegato che le sue azioni sono motivate da considerazioni di carattere etico, potrebbe dunque essere arrestato e spedito negli States dove subirebbe un processo.
I profili giuridici della vicenda sono analizzati dal Time: l’art. 19 della Legge Fondamentale di Hong Kong (una sorta di Costituzione della Regione Amministrativa Speciale) protegge l’indipendenza del sistema giudiziario dalle interferenze di Pechino; tuttavia la Corte d’Apello di Ultima istanza della città potrebbe richiedere una reinterpretazione della norma al Congresso del Popolo di Pechino, passando il cerino all’autorità centrale.

Più complessi i risvolti politici.

Una richiesta di estradizione metterebbe Obama in un serio imbarazzo. Dopo aver oiù volte cercato di pungolare la Cina sul tema dei diritti umani (si veda il caso Chen Guangcheng dello scorso anno) e della libertà d’espressione, ora l’America “baluardo” della libertà potrebbe chiedere a all’autocratica Pechino la consegna di un uomo, colpevole di aver agito proprio in nome della libertà.

Il tutto mentre è in corso il processo nei confronti di un altro celebre whistleblower, quel Bradley Manning artefice dello scandalo Wikileaks.

La seconda

Come nota Le Monde, tradotto da Presseurop, il dossier Prism è solo l’ultimo dei molti incidenti occorsi tra USA e UE su privacy e sorveglianza, dovuti soprattutto all’inettitudine di un’Europa sistematicamente in ritardo sugli avvenimenti e dotata di una capacità di azione limitata. Episodi simili erano gà avvenuti in passato.

Non solo all’interno della UE. E’ emerso, ad esempio,  che nel 2007 la NSA avrebbe incastrato un banchiere svizzero per ottenere “informazioni bancarie segrete”.

Preoccupata dagli ultimi sviluppi, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha promesso di fare pressione su Obama per apprendere i dettagli del programma in occasione del vertice di Berlino della prossima settimana.

C’è però un fatto.

Nel mese prossimo è previsto l’avvio dei negoziati commerciali per creare un’area di libero scambio tra Europa e USA. Il caso vuole che, in vista dell’inizio delle trattative, le compagnie tecnologiche e finanziarie americane abbiano fatto pressione per ottenere un allentamento delle restrizioni sulla condivisione dei dati tra le due sponde dell’Atlantico. Secondo il Financial Times, anche qui tradotto da Presseurop:

L’anno scorso Bruxelles ha presentato una bozza di legge sulla protezione dei dati che concederebbe ai legislatori Ue il potere di rafforzare le leggi sulla privacy. Le compagnie Usa si oppongono a molte di queste misure per timore di un danno ai loro affari. La legislazione Ue sulla privacy deve ancora essere approvata dagli stati membri e dal Parlamento europeo, e gli Stati Uniti sperano ancora di annacquare la proposta attraverso i negoziati sull’accordo commerciale.

La conclusione, secondo il quotidiano britannico, è che lo scandalo potrebbe aumentare le divergenze tra USA e UE in merito alla protezione dei dati che avrebbero dovuto essere affrontate durante il negoziato.

Le attese erano alte nei confronti della conferenza per la “Ricostruzione della Somalia e l’Esibizione delle Opportunità di Investimento”, inaugurata a Nairobi il 28 maggio scorso. Ma i risultati, a parte le promesse dei donor, sono stati modesti, nonostante la propaganda del governo di Mogadiscio che, godendo del sostegno internazionale, crede nel riscatto dopo decenni di guerra civile.

Molta strada deve essere ancora percorsa per stabilizzare definitivamente la Somalia, ma i passi compiuti nel 2012 e nel 2013 sono stati per Shirdon assolutamente straordinari. La Somalia mostra dunque alcuni segni di miglioramento, come sottolineato in questa lunga analisi di Nicola Pedde su Limes:

Il problema della Somalia, tuttavia, è strutturale, e necessita di una soluzione di lungo periodo, garantita da ingenti investimenti internazionali e dall’impegno diretto, soprattutto in termini militari, delle nazioni africane che sino a oggi si sono alternate nell’ambito della missione umanitaria promossa dall’Unione Africana. Una combinazione di fattori estremamente complessa e di non facile realizzazione – soprattutto nel mezzo della più grave crisi finanziaria mondiale dell’ultimo secolo, che impedisce di individuare le risorse necessarie per il rilancio del paese.

Scopo principale della conferenza era attrarre investimenti stranieri per realizzare infrastrutture. Missione rimasta incompiuta:

Le ambizioni di una poderosa iniezione di capitali finalizzati al massiccio intervento infrastrutturale in Somalia, quindi, si sono dovute arrestare dinanzi all’evidenza di una fase di pianificazione ben più complessa di quella ingenuamente ignorata nel corso dei lavori preparatori della conferenza di Nairobi. Richiamando alla realtà le giovani autorità somale e imponendo ancora una volta una riflessione complessiva sul paese, come già emerso nell’ambito dei lavori della Conferenza di Londra sulla Somalia, tenutasi ai primi di maggio.

Due sono gli attori che vorrebbero dalla Somalia un ritorno economico, avendo peraltro speso ingenti risorse per le operazioni militari. Sono il Kenya e l’Etiopia, che in Somalia giocano una partita per la supremazia regionale (ne parlavo qui e qui). Proprio nei giorni precedenti alla conferenza i rapporti tra Nairobi e Mogadiscio e Nairobi si sono fatti improvvisamente più tesi:

Mogadiscio ha lamentato una progressiva ingerenza del Kenya sul proprio territorio. Nairobi avrebbe abusato del mandato conferito dalla missione dell’Unione Africana e si sarebbe rifiutata di riconoscere la sovranità del paese e delle sue Forze armate. Il Kenya è anche accusato di non voler trovare una formula equa e reciprocamente vantaggiosa nella definizione degli accordi bilaterali per la gestione delle attività di pesca e di esplorazione e produzione di idrocarburi, agendo – a detta di alcuni politici somali – come vera e propria forza di occupazione militare.

Perché gli aiuti siano viabili occorre garantire una sicurezza che al momento, in molte zone del Paese, è ancora un miraggio. Oggi, però, le milizie al-Shabaab fanno meno paura di un tempo:

Per quanto riguarda le milizie islamiste dell’Al Shabaab, dopo la cacciata da Chisimaio e l’iniziale vantaggio governativo e delle forze dell’Amisom nel costringerle alla fuga verso le aree rurali, alcuni gruppi sono riusciti a riorganizzarsi e a ristabilire nella regione del Basso Shabelle la propria operatività. La loro tattica è mutata nel tempo e oggi è più che altro limitata ad azioni fulminee contro convogli e pattuglie isolate, che mirano più al saccheggio che alla conquista del territorio.

Sebbene ancora presenti sul territorio, le forze dell’Al Shabaab non sono più in alcun modo paragonabili a quelle che sino allo scorso anno terrorizzarono la Somalia centro meridionale. La caduta di Chisimaio e la frammentazione in più gruppi, molto diversi tra loro per ideologia e finalità d’azione, ha determinato un complessivo indebolimento della minaccia da loro rappresentata, pur restando alta l’attenzione stante la mutata natura delle modalità di ingaggio delle forze governative e dell’Amisom.

 Al vertice di ciò che resta dell’Al Shabaab c’è di fatto una conflittuale diarchia: da una parte Ibrahim Haji Jama Mee’ad, detto “l’afghano” e teoricamente vertice ufficiale delle milizie; dall’altra parte l’ancora carismatica figura di Abu Zubeyr, noto anche come Ahmed Cabdi Godane, che ha tuttavia ulteriormente radicalizzato la gestione delle sue milizie dopo la caduta di Chisimaio e la fuga verso le aree periferiche.

In ultimo, una nota dolente riguarda l’Italia, di cui l’articolo di Pedde rimarca il modesto ruolo svolto a Nairobi a causa dell’immobilismo politico e della  più totale mancanza di pianificazione delle prerogative di politica estera:

Il 2 giugno, un team di 23 militari italiani del Sset (Security Support Element) ha raggiunto Mogadiscio installandosi presso il quartier generale del Monitoring Advisoring Training Element (Mate-Hq).

Sebbene numericamente limitato, il team italiano costituisce un elemento di particolare importanza nella gestione dell’impegno verso la Somalia. Intervento per lungo tempo pianificato e annunciato, ma sempre alla fine disatteso in conseguenza di una politica confusa e scarsamente coraggiosa nel perseguimento dei suoi interessi regionali. Basti ricordare la vicenda senza fine relativa all’apertura della missione diplomatica italiana nella capitale somala, rimasta sino a oggi sospesa a danno della capacità di intervento diretto del paese nella gestione dei progetti di ricostruzione e degli accordi bilaterali per lo sviluppo delle attività economiche.

 La Somalia riparte e l’Italia, che potrebbe essere protagonista del rinascimento del Paese,  si lascia invece tagliare fuori. O almeno, l’Italia onesta. Perché la criminalità organizzata, al contrario, nel Corno d’Africa fa affari d’oro. Si veda qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui.

“È una noia dover scrivere dell’incontro tra Hu Jintao e Obama ma un giornale non può non parlarne”, esordiva Joseph Halevi in un articolo sul Manifesto agli inizi del 2011. Da allora è cambiato uno dei due protagonisti, ma non il tema di fondo delle relazioni tra USA e Cina. Non la “noia” lamentata da Halevi, bensì il fatto che l’economia americana e quella sinica si incastrino alla perfezione. Ed è questo il punto di partenza per provare a leggere tra le righe dell’incontro di questa settimana tra Obama e il suo nuovo omologo cinese, Xi Jinping.

Secondo un articolo di Ian Bremmer e Jon Hunstman Jr. su Foreign Policy, tradotto da Linkiesta, l’America e la Cina beneficiano già di enormi profitti dalle loro relazioni commerciali e dai loro investimenti reciproci: nel 2012 l’interscambio import-export ammontava a 536 miliardi di dollari, il che mette i due giganti nella posizione di creare il più grande rapporto commerciale della storia. Ma alcune manovre intraprese da entrambe le parti hanno eroso la fiducia reciproca. E qui vengono in mente le dispute commerciali, la scarsa protezione della proprietà intellettuale, le tensioni sulla Corea del Nord, i dibattiti per le riduzioni delle emissioni di carbonio, i più recenti cyberattacchi da parte della Cina. Tuttavia, notano gli autori, Stati Uniti e la Cina hanno molto da offrire l’un l’altro.

Ciò che nell’articolo non viene rimarcato è che questa sontuosa relazione bilaterale è caratterizzata da un netto squilibrio verso Pechino. Non soltanto perché questa possiede una larga fetta del debito pubblico americano, il che rappresenta la principale remora per cui gli Stati Uniti non possono esercitare pressione sufficiente, sia a livello diplomatico sia attraverso il WTO, per obbligare la Cina a rimuovere le proprie barriere in campo commerciale e monetario, così come attraverso le Nazioni Unite per ammorbidire l’intransigenza cinese sul da farsi in Siria.

Oggi la Cina è sempre più presente nei luoghi che un tempo furono il cortile di casa di Washington.

Alla stampa italiana – ma non a Limes- è sfuggito che il viaggio di Xi Jinping in California sia stato preceduto da un breve tour del neopresidente cinese in America Centrale. Non è un caso che i tra Paesi visitati da XI (Trinidad & Tobago, Costa Rica e Messico) siano tutti politicamente e geograficamente vicini agli Stati Uniti, e che appena il mese scorso il presidente Obama sia stato proprio in Messico e in Costa Rica, mentre il vicepresidente Biden ha visitato Trinidad pochi giorni prima dell’arrivo di Xi.
Limes nota come Pechino si sporga fino a queste latitudini essenzialmente per motivi economici, ma anche per mandare un chiaro messaggio alla Casa Bianca:

Il pivot to Asia di Obama sta creando una rete economico-politico-militare di paesi che guardano alla Prc con paura, se non con ostilità. Nel perseguimento dei suoi interessi, Washington non rispetta, anzi contrasta, l’area d’influenza di Pechino.
ll viaggio di Xi serve quindi a ricordare a Obama che alla base di un rapporto di mutuo beneficio ci deve essere fiducia reciproca. L’America Latina non sarà un teatro di competizione geopolitica tra Cina e Usa (diverso il discorso a livello economico), ma Pechino vorrebbe che non lo fosse neanche l’Asia Orientale.

C’è dell’altro. Non tutti sanno che da tempo esiste un progetto per scavare un canale  in Nicaragua che congiunga il Pacifico all’Atlantico al pari di quello esistente a Panama, storicamente (ma ora non più) sotto il controllo dagli USA, con il quale si porrebbe in diretta concorrenza. Pochi giorni il governo del Nicaragua ha assegnato una concessione di durata centenaria per la realizzazione – dal costo complessivo stimato in 30 miliardi di dollari – e la gestione del canale proprio ad un’azienda cinese. Il progetto, nonostante i suoi inevitabili aspetti controversi, consentirà alla Cina di rafforzare la propria influenza sul commercio globale indebolendo nel contempo la posizione degli Stati Uniti.

Non è solo sui Caraibi che il Dragone cinese sta affondando i suoi artigli. Da qualche tempo la Cina ha messo gli occhi anche più a nord.

La Cina vuole il petrolio del Canada, quello dello Stato dell’Alberta (dove viene ricavato dalle sabbie bituminose) che il governo di Ottawa fornirebbe agli USA attraverso la controversa linea Keystone XL contro cui Obama si è battuto – senza successo – in Congresso. Il primo passo di questo “accaparramento di petrolio”  è stata l’acquisizione della compagnia canadese Nexen per 15,1 miliardi di dollari. Negli USA esistono forti opposizioni al progetto Keystone, motivate soprattutto da ragioni di impatto ambientale.
Finora la maggioranza repubblicana al Senato – la quale ha l’acquolina in bocca al pensiero dei profitti che il progetto garantirà alle Big Oil – ha tentato di mitigare le voci contrarie con la (fallace) promessa di nuovi posti di lavoro. Oggi, tuttavia, la principale argomentazione in favore della costruzione è nei fatti dettata da una considerazione puramente pragmatica: se quel petrolio non andrà all’America, sarà la Cina ad acquistarlo. L’economia statunitense, dicono i neocon, perderà una fonte di energia certa e a pochi passi da casa, a fronte delle medesime (e dannose) conseguenze per l’ambiente.
Infine, con il recente ingresso – con lo status di osservatore – della Cina nel Consiglio Artico, l’influenza nelle aree di diretta pertinenza di Washington sarà destinata ad aumentare.

Fino all’11 settembre l’America aveva tentato di contenere l’ascesa della Cina circondandola di basi militari (in Asia centrale, in Giappone, a Taiwan e nelle altre isole del Pacifico). La crisi e l’indebolimento (economico e geopolitico) degli USA non hanno modificato questa strategia. Durante l’ultimo decennio, infatti, Washington ha consolidato e approfondito i propri legami politici e militari con tutti gli alleati asiatici, in particolare con Giappone, Corea del Sud e Australia. Inoltre, ha intrapreso un cammino di riavvicinamento con il Vietnam. La Cina, al contrario, nello stesso periodo ha ampliato la propria sfera di influenza economica e ha di fatto guidato il processo di integrazione regionale, escludendo gli Stati Uniti dai forum negoziali multilaterali più rilevanti quali l’Asean+3.
In altre parole, mentre gli Stati Uniti hanno sempre più separato la politica dall’economia, affidandosi alla pura muscolarità, mentre dall’altra parte l’azione diplomatica di Pechino ha puntato soprattutto alla progressiva integrazione tra le due sfere. Se oggi la crescente interdipendenza tra la Cina e gli altri Stati asiatici rappresenta la principale minaccia all’influenza, non solo economica, ma anche politica e militare di Washington nella zona, domani questo stesso paradigma potrebbe replicarsi proprio in Nord America, nel cortile di casa degli Stati Uniti.

Queste considerazioni bastano per mettere a tacere quanti favoleggiano su un ipotetico conflitto tra le due superpotenze. Se la guerra, sosteneva il  il generale von Clausevitz, non è che la continuazione della politica con altri mezzi, oggi possiamo dire la stessa cosa l’economia rispetto alla guerra. Non c’è bisogno di armi ultramoderne o eserciti sconfinati per assediare uno Stato: bastano un’oculata strategia di politiche economiche e commerciali. Pechino non brandisce una spada; ha già il debito USA. Non minaccia di invadere questo o quel Paese, o di installare missili a Cuba come fece l’Unione Sovietica; le basta stringere accordi reciprocamente vantaggiosi con tutti i Paesi che ritiene funzionali ai propri interessi, attraendoli nella propria orbita a scapito di quella americana. Una guerra di fatto c’è già. E il margine di reazione di Washington è ridotto perché la sua stessa economia è legata a doppio filo a quella di Pechino.
In conclusione, se lo scopo del pivot to Asia avviato da Obama due anni fa era quello di contenere la Cina, ora l’America rischia di scoprirsi “contenuta” a sua volta.

Non poche polemiche suscitò un’analisi di Stratfor della scorso anno, secondo cui l’Italia tiene testa alla crisi grazie all’economia sommersa, considerata di fatto “una rete di sicurezza” che “le autorità, soprattutto a livello locale, tollerano e spesso incoraggiano per evitare il malcontento sociale e per guadagnare voti“.

L’economia sommersa è l’insieme di tutte le attività economiche che contribuiscono al prodotto interno lordo ufficialmente osservato, ma che non sono state registrate e quindi regolarmente tassate, con l’esclusione del giro d’affari delle attività criminali. In pratica, in base questa definizione possiamo dire che esistono tre PIL: quello ufficiale, quello sommerso e quello criminale.

Dando per certo il dato inerente al primo, cerchiamo di capire a quanto ammontino gli altri due.

Il PIL sommerso

Partiamo da un fatto: i dati sui consumi delle famiglie italiane sono costantemente superiori a quelli sui redditi dichiarati, sintomo di una ampia diffusione dell’evasione fiscale, soprattutto al Sud.
La distribuzione territoriale fa addirittura presumere che l’economia meridionale riesca a sopravvivere proprio perché non paga le tasse, posto che il divario economico e sociale con il Nord va sempre più allargandosi e che, stando ai più recenti rapporti sul tema, per il Mezzogiorno è difficile anche solo sperare in un futuro migliore.

Passando ai numeri, le valutazioni di Banca d’Italia, Corte dei Conti, Istat  ed Eurispes sul sommerso vanno da un terzo a oltre metà del fatturato in chiaro del settore privato.

Per la Banca d’Italia, che si basa sull’analisi del flusso di denaro contante nel quadriennio tra il 2005-2008, l’economia inosservata (evasione più crimine) rappresenta il 31,1% del PIL. In valore assoluto l’economia che sfugge alle statistiche ufficiali sfiora i 490 miliardi di euro, 290 dei quali dovuti all’evasione fiscale e contributiva e circa 187 all’economia criminale.

Per la Corte dei Conti l’evasione si situa intorno al 18% del PIL, dato che pone l’Italia al secondo posto della graduatoria internazionale, dopo la Grecia. La Corte, a differenza di Bankitalia, piuttosto che valutare in modo sistematico il fenomeno del sommerso in termini di imponibile, valuta il mancato gettito e in particolare gli effetti perversi e pesanti della corruzione sul funzionamento della pubblica amministrazione.

Secondo l’Istat – rapporto del 2010 in riferimento a dati del 2008 -  il sommerso rappresenta tra il 16,3 e 17,5% del PIL, ossia tra 255 e 275 miliardi di euro. Il dettaglio dell’evasione è così ripartito: 32% nel settore agricolo, 12,4% nell’industria e 20,9% nei servizi.

Più pessimiste le stime dell’Eurispes: 540 miliardi di euro (35% del PIL ufficiale): circa 280 miliardi dovuti all’evasione fiscale e contributiva, circa 160 di lavoro nero nelle imprese, circa 100 di economia informale. Nello stesso anno il PILç criminale avrebbe superato i 200 miliardi di euro. Il dato si basa estendendo i risultati su oltre 700mila controlli  da effettuati presso le imprese  da parte della Guardia di Finanza – attraverso i quali sono stati riscontrati 27 miliardi di euro di base imponibile sottratta - ai circa quattro milioni di piccole e medie imprese. Da qui si arriva ai quasi 160 miliardi sopra indicati.
Sommando i tre PIL (ufficale, sommerso e criminale) il prodotto interno italiano complessivo schizzerebbe a oltre 2.200 miliardi. Troppo per considerare le stime Eurispes coerenti con la realtà.

Il PIL criminale

La quantificazione di fatturato e patrimonio delle mafie è molto difficoltosa: secondo  i diversi studi (Sos Impresa: Banca d’Italia e Transcrime), si passa da 26 a 138 miliardi di euro. Di solito le stime si basano su valutazioni soggettive ritenute attendibili dalle fonti investigative istituzionali (denunce, sequestri e confische), ma si tratta di criteri basati su presunzioni assolute e molto approssimative: ad esempio si ritiene che i sequestri di droga siano in rapporto di uno a dieci rispetto al consumo reale.

La fonte che di solito viene presa a riferimento per la quantificazione in termini economici delle attività criminali è il rapporto annuale di Sos Impresa, secondo il quale nel 2010 il fatturato delle mafie era stimato in 138 miliardi di euro, la liquidità disponibile in circa 65 miliardi, l’utile in 105 miliardi.
Tuttavia le fonti utilizzate (rapporti ufficiali sui traffici illeciti che non sono oggetto dell’attività di Sos Impresa) e la metodologia impiegata (elaborazione di dati che provengono dai Rapporti semestrali della Dia, dai Bollettini della Banca d’Italia, da Unioncamere, oltre ai riscontri  dell’associazione sul territorio) non sono precisati con chiarezza, anzi le stime vengono definite “azzardate da un punto di vista prettamente scientifico” dalla stessa associazione.

La Banca d’Italia ha effettuato una stima basandosi sulla domanda di contante integrata da informazioni sulle denunce per droga e prostituzione messe in relazione al PIL delle singole province italiane. Un  rapporto pubblicato nel 2012 attribuisce all’economia criminale  un valore pari al 10,9% del PIL nel periodo 2005-2008, ma in ascesa nell’ultimo anno preso in considerazione al 12,6%.

Più contenuti i dati di Transcrime (centro di ricerca sul crimine transnazionale): il giro d’affari della criminalità organizzata ammonterebbe in media “solo” all’1,7% del PIL, con un fatturato che varia in un intervallo compreso tra i 17,7 e i 33,7 miliardi.
L’ipotesi di fondo dello studio è che solo una fetta delle attività illegali sia controllata da organizzazioni criminali (ad eccezione delle estorsioni, tipiche del crimine organizzato): il fatturato delle mafie varierebbe tra il 32 e 51% del PIL illegale. Tuttavia elle cifre complessive non rientrano i ricavi da attività per cui non esistono dati ufficiali, come il gioco d’azzardo.

Mentre sul fatturato delle mafie i dati risultano contrastanti e poco indicativi, viceversa sul patrimonio accumulato i numeri mancano del tutto, così come sulle infiltrazioni delle organizzazioni criminali nell’economia legale. L’unico dato certo è che il patrimonio sottratto fino a oggi alla criminalità organizzata e a disposizione dello Stato ammonta a circa 20 miliardi.  In altre parole, sugli aspetti più opachi dell’economia illegale non esistono analisi.
Difficile, dunque, contrastare un fenomeno se non si riesce neanche a stimarne approssimativamente le dimensioni quantitative.

N.B: I dati qui riportati sono tratti dalle analisi sul sito Economy 2050. Per approfondire, si veda anche La Voce.info, che raccoglie qui tutti gli articoli degli ultimi anni su lavoro nero, evasione fiscale, affari della criminalità organizzata e gli altri aspetti dell’economia sommersa e illegale che penalizzano pesantemente il nostro Paese.

La NSA può accedere direttamente al server centrale di 9 aziende leader in America nel settore interne – Microsoft, Yahoo, Google, Facebook, PalTalk, AOL, Skype, YouTube, Apple – per estrarre documenti audio, video, fotografie, email, nonché controllare i registri di connessione. In tal modo, l’intelligence può conservare traccia dei movimenti e dei contatti di ogni persona presente sul territorio americano.
Lo rivelano il Washington Post e il Guardian.

Secondo Internazionale:

La National security agency (Nsa) controlla i tabulati telefonici di milioni di cittadini statunitensi. Lo rivela un’inchiesta del Guardian.

Il quotidiano britannico ha pubblicato un documento riservato, inviato dal Foreign intelligence surveillance court (Fisa) all’azienda di telecomunicazioni Verizon. Il documento chiede all’azienda di fornire le informazioni su tutte le telefonate dei suoi abbonati “su base giornaliera”. Sono state messe sotto controllo le comunicazioni all’interno degli Stati Uniti e dagli Stati Uniti verso l’estero.

La Casa Bianca però ha difeso questa scelta. L’amministrazione Obama ha dichiarato che l’iniziativa della Nsa è stata “uno strumento fondamentale per proteggere la nazione dalla minaccia del terrorismo”.

La Fisa è stata istituita da una legge del 1978, che regola le procedure per la sorveglianza dei cittadini statunitensi e che è stata più volte emendata dopo l’11 settembre. La Fisa ha dato l’autorizzazione all’Fbi per procedere alla raccolta dei tabulati il 25 aprile 2013. E ha dato al governo accesso illimitato ai dati per tre mesi, fino al 19 luglio.

Tra le informazioni che vengono tracciate ci sono i numeri di telefono, il luogo, la durata e la provenienza delle chiamate. I contenuti delle conversazioni sono esclusi. La raccolta di grandi quantità di dati telefonici era già avvenuta durante l’amministrazione Bush.

Scrive il Guardian: “Il documento mostra per la prima volta che sotto l’amministrazione di Barack Obama i tabulati di milioni di cittadini vengono raccolti in modo indiscriminato, a prescindere dal fatto che i cittadini siano sospettati di aver compiuto crimini”.

La Casa Bianca e l’Nsa non hanno voluto rilasciare dichiarazioni. Non è ancora chiaro, fa notare il Guardian, se la Verizon sia l’unica azienda coinvolta.

Sette cose da sapere sulla raccolta dei tabulati da parte dell’Fbi e della Nsa: un articolo di Time.

La NSA ha a lungo giustificato la propria facoltà di spionaggio sostenendo che il suo mandato consente la sorveglianza su soggetti residenti fuori degli Stati Uniti al fine di evitare le intrusioni nelle comunicazioni private di cittadini americani. Oggi invece si scopre che ad essere sotto controllo sono proprio i cittadini americani residenti sul territorio degli USA, con l’esclusione di chi vive all’estero.
A poco è servita la precisazione che la raccolta di dati ha riguardato il tempo e il luogo delle chiamate e non l’effettivo contenuto delle stesse. Da un lato perché non è bastata a rassicurare i cittadini americani che da oggi quando parleranno al telefono saranno un po’ più circospetti.

Dall’altro perché non è vero.

Appena un mese fa sempre il Guardian ha spiegato come tutte le conversazioni telefoniche e le comunicazioni digitali tra americani sul suolo USA siano registrate e automaticamente accessibili alle autorità di controllo.

Come nota l’Atlantic:

La tecnologia ha reso possibile al governo americano di spiare i cittadini in un modo che la Germania Est poteva solo sognare. Fondamentalmente tutto ciò che diciamo che può essere tracciato digitalmente e raccolto dalla NSA.

NBC News via Twitter:

NBC News ha appreso che sotto il Patriot Act post 11 settembre, il governo ha raccolto tracce su ogni telefonata fatta negli Stati Uniti

Il rapporto FISA giunge ad appena tre settimane dalla denuncia dell’agenzia di stampa Associated Press, i cui telefoni erano stati segretamente messi sotto controllo dal governo statunitense per due mesi nel 2012.

Alcuni mesi fa William Binney, ex funzionario della NSA, ha spiegato all’emittente Russia Today che l’intelligence americana raccoglie 100 miliardi di email al giorno e un totale di 20 trilioni di comunicazioni digitali all’anno. Una pervasività recentemente confermata da altri ex funzionari dell’agenzia.

Inoltre la raccolta di dati da parte dell’intelligence non si limita alle chiamate telefoniche o alle email: oggetto di registrazione sono anche le transazioni finanziarie eseguite con carta di credito.

Abbiamo già parlato della piaga del land grabbing intorno al mondo, ossia l’odioso fenomeno generato dall’impossessamento - magari pagando o corrompendo governi – di preziose terre coltivabili nel Terzo mondo da parte di importanti soggetti finanziari. Secondo i termini di questa equazione, l’accaparramento è più forte dove i Paesi sono più deboli e il governo corrotto.

Qualche esempio?
Dal 2009 in Africa circa 60 milioni di ettari di territorio sono stati venduti o affittati a multinazionali occidentali. Il 70% delle acquisizioni è concentrato nell’Africa subsahariana. Si vedano i casi di CamerunEtiopia Madagascar, e Liberia.

Oggi però emerge che l’accaparramento delle terre non colpisce più solo i Paesi in via di sviluppo. 

Se in un primo momento l’Europa era soggetto attivo di land grabbing - per i biocarburanti e per sostenere il regime della PAC -, oggi sempre più vasti tratti di terra del Vecchio continente sono finiti in mano a speculatori di varia natura (si va dai colossi industriali ai fondi pensione), favorendo così la concentrazione delle ricchezze terriere in poche mani e impedendo alla gente comune di dedicarsi all’agricoltura.

E se parliamo di Paesi deboli e governi corrotti, non c’è allora da stupirsi se il fenomeno, manco a dirlo, riguardi i Paesi dell’ex blocco sovietico e i più recenti PIIGS.

Globalresearch parla della privatizzazione e della svendita a banchieri e latifondisti delle terre migliori in Catalogna e nel sud della Spagna.

Il rapporto di Via Campesina segnala la crescita, anche in Europa, del processo di speculazione e concentrazione in poche mani delle terre fertili.

Questo articolo del Guardian approfondito da Presseurop, spiega come l’Europa stia tornando al latifondismo:

metà dei terreni agricoli dell’Ue è concentrata nel 3 per cento delle grandi aziende che superano i cento ettari (247 acri). In alcuni paesi Ue l’iniquità della distribuzione dei terreni raggiunge i livelli del Brasile, della Colombia e delle Filippine.

La concentrazione della proprietà della terra sta accelerando. In Germania, terriere 1,2 milioni nel 1966-67 si è ridotto a soli 299.100 aziende agricole entro il 2010. Di questi, la superficie coperta da aziende con meno di due ettari, si è ridotta da 123.670 ettari nel 1990 a solo 20.110 nel 2007.
In Italia, 33.000 aziende agricole ora coprono 11 milioni di ettari, e in Francia più di 60.000 ettari di terreni agricoli sono persi ogni anno per fare spazio a strade, supermercati e alla crescita urbana. In Andalusia,  il numero delle aziende agricole è diminuito di più di due terzi a meno di 1 milione nel 2007. Nel 2010, il 2% dei proprietari terrieri possedeva metà della terra.
Nessuno della nuova ricerca è stato fatto in Gran Bretagna, che ha alcune delle più alte concentrazioni di proprietà della terra in qualsiasi parte del mondo, con il 70% delle terre riferito di proprietà di meno dell’1% della popolazione.

Secondo Limes:

Da qualche tempo, gli accaparratori di terre hanno messo gli occhi sui suoli più fertili d’Europa. È quanto mette in evidenza Land Concentration, Land Grabbing and People’s Struggle in Europe, lo studio realizzato dal Coordinamento europeo Via Campesina e da Hands off the land, che mette in guardia sul pericoloso innalzamento del livello di concentrazione della proprietà delle terre europee.
Dal rapporto emerge un dato insospettabile: in Europa il 3% dei proprietari di terreni agricoli detiene il 50% di tutte le superfici agrarie; una situazione paragonabile a quanto avviene attualmente in paesi come il Brasile, la Colombia e le Filippine. Dopo Ungheria, Romania, Serbia e Ucraina, multinazionali e fondi sovrani stranieri hanno infatti spostato il mirino verso l’Europa occidentale: dapprima i cosiddetti Pigs, con in testa regioni come l’Andalusia e la Catalogna, poi Germania, Francia e Austria sono diventati oggetto di speculazione economico-finanziaria da parte dei colossi attivi nell’agro-business, degli hedge fund, delle aziende cinesi in espansione e degli oligarchi russi.
E l’Unione Europea? Certo in questi anni, con la Politica agraria comune, non ha frenato il diffondersi del fenomeno; anzi, lo ha favorito tramite l’elargizione di sussidi destinati quasi esclusivamente alle grandi aziende agricole. Una politica non lungimirante che da un lato ha di fatto impedito l’ingresso nel mercato agricolo di nuovi soggetti (piccoli proprietari in grado di contrastare lo strapotere dei “big”), dall’altro ha confermato una volta di più quanto il Vecchio Continente sottostimi il problema della terra, che non viene considerata alla stregua di un bene comune. Ovviamente il fenomeno ha già avuto ripercussioni considerevoli, con alcune derive violente.

TMNews il fenomeno sta interessando anche paesi come la Romania (che Bruxelles sperava di rendere il granaio d’Europa), l’Ungheria e la Polonia, con grossa responsabilità della PAC:

In Europa dell’est la concentrazione della proprietà fondiara è stata particolarmente marcata dopo la caduta del Muro di Berlino”, ma ha registrato un’accelerazione dopo che molti di questi Paesi sono entrati nell’Ue nel 2004. A favorire questa concentrazione ha contribuito anche la politica agricola comune (Pac) col suo sistema di sussidi.

In Romania, quinto Paese dell’Ue quanto a superficie agricola – con una quota di circa la metà di questi terreni che sono “terre nere” particolarmente fertili – si registra che “almeno il 6,5 per cento delle terre arabili, vale a dire 700mila ettari, sono nelle mani di investitori stranieri”, ha spiegato Szocs.

La Stampa aggiunge:

Il rapporto rivela come alla base dell’accaparramento e della concentrazione della terra in Europa ci sono anche i sussidi elargiti dalla Politica Agricola Comune (PAC), che favorisce esplicitamente grandi aziende agricole, emargina quelle di piccole dimensioni e impedisce l’ingresso di nuovi agricoltori. Ad esempio, il 75% delle sovvenzioni, assegnate nel 2009 nello Stato spagnolo è stato monopolizzato dal 16% di produttori. Altri fattori guida che favoriscono il fenomeno dell’accaparramento dei terreni agricoli devono essere ricercate nelle industrie estrattive, nell’espansione urbana, nei mercati immobiliari, nei siti turistici.

Greenbiz riporta un caso qui in Italia:

Tra le lotte contadine, un caso emblematico italiano è rappresentato dalla comunità della città di Narbolia, in Sardegna, dove la popolazione si è mobilitata contro l’uso di terreni agricoli ad alto valore per ospitare grandi impianti di serre alimentate ad energia solare. Il rapporto conduce ad osservare come in Europa la terra non sia ancora considerata un bene comune. Contro le speculazioni e i grandi interessi commerciali, i promotori dello studio ritengano che l’accesso alla terra dovrebbe essere deciso da parte di coloro che la lavorano.

A tre anni dall’inizio dei negoziati, Cina e Svizzera hanno deciso di siglare un trattato di libero commercio.

Ciò è possibile perché, a differenza dell’Unione Europeariconosce la Cina come un’economia di mercato; di conseguenza, non deve imporre le barriere decise da Bruxelles.

Secondo Linkiesta:

Né a Bruxelles, né a Berlino, e neppure a Londra – è la Svizzera che il primo ministro cinese Li Keqiang ha scelto per la sua prima visita in Europa. Nella capitale tedesca si è recato subito dopo; nella capitale comunitaria non ci pensa nemmeno, per il momento, a causa della larvata guerra commerciale che si sta combattendo nell’industria delle telecomunicazioni e in quella dei pannelli solari

Se Li ci ha passato due giorni – un tempo considerevole per un leader, François Hollande in Cina ad aprile ha trascorso meno di 24 ore – è anche perché la Svizzera sembra essere meglio preparata che altri paesi a cogliere i frutti della globalizzazione. Nel 2012 le esportazioni svizzere verso la Cina hanno raggiunto 26,3 miliardi di dollari, 2.800 dollari per abitante. L’acquisto della società di orologeria Corum (130 persone e 140 milioni di franchi di fatturato) da parte del gruppo China Haidian è stata ben accolta, anche se è ben poca cosa rispetto a ciò che le multinazionali svizzere realizzano in Cina: a fine 2011 occupavano quasi 191mila persone, in aumento di 80mila unità rispetto al 2007.
Non sorprende che sia ormai prossima la firma del primo accordo di libero scambio tra la Cina e un grande paese occidentale (o quantomeno più grande che l’Islanda, con cui l’accordo è stato firmato in aprile).

Secondo Ticino News, l’area di libero scambio potrebbe essere il primo passo per rendere la Svizzera la piattaforma finanziaria delle attività internazionali delle grandi imprese cinesi:

Ma c’è un aspetto che è stato sottovalutato nei commenti alla visita in Svizzera del primo ministro Li Keqiang e che potrebbe aprire prospettive ancora più allettanti per il nostro Paese. Il Governo cinese sta infatti lentamente liberalizzando il proprio mercato finanziario e soprattutto sta cercando di internazionalizzare la propria valuta, che finora non è convertibile. La possibilità di operare in renminbi è stato finora concessa a Hong Kong e prossimamente verrà concessa anche a Singapore. Non è escluso (anzi, direi molto probabile) che questo processo continui e che la Svizzera possa essere il primo Paese a poter operare con la moneta cinese. Ciò porterebbe al trasferimento in Svizzera di importanti attività finanziarie di molte imprese cinesi ed occidentali con un conseguente rilancio della piazza finanziaria elvetica. In altri termini, il nostro Paese potrebbe diventare la piattaforma finanziaria cinese nel campo commerciale e anche degli investimenti diretti in Europa.

Inoltre, a riprova dei crescenti legami commerciali tra i due Paesi, il 30 maggio la consigliera federale e Ministro dei Trasporti Doris Leuthard, in vista di lavoro in Cina, ha firmato due accordi che prevedono una maggiore collaborazione nei settori dei trasporti e delle foreste. Nel corso della giornata ha incontrato diversi ministri cinesi negli ambiti di sua competenza.

Il trattato potrebbe avere delle ricadute anche nei confronti dell’Unione Europea.

Secondo Limes, la tempistica dell’accordo sino-elvetico è tutt’altro che casuale:

L’Ue, infatti, si appresta ad imporre dei dazi all’importazione sui pannelli solari prodotti dalle aziende cinesi, accusate di praticare il dumping (la vendita sotto costo).
La proposta era stata avanzata il 9 maggio scorso dal commissario del Commercio Europeo Karel De Gucht e prevederebbe una tassa pari al 47% del valore del prodotto. Bruxelles ha tempo fino al 5 giugno per applicare o no il dazio per un periodo di prova di 6 mesi. L’eventuale decisione di applicare permanentemente il provvedimento verrebbe presa a dicembre.
I membri dell’Ue non sono d’accordo sul da farsi. Secondo l’agenzia Reuters, infatti, 15 paesi sarebbero contro il provvedimento antidumping. La Merkel, che sa bene quanto sia importante il mercato cinese per le aziende tedesche, ha affermato che farà tutto il possibile affinché il provvedimento non diventi permanente. Francia e Italia invece, che desiderano proteggere le rispettive industrie nazionali, si sono schierate a favore del dazio.
L’applicazione permanente del provvedimento antidumping taglierebbe le gambe alla Cina in un settore dove l’export in Europa le frutta circa 21 miliardi di euro. Una cifra sufficiente a spiegare la risolutezza delle parole di Zhong Shan, rappresentante per il commercio internazionale di Pechino: “in caso dell’applicazione di leggi protezionistiche contro i pannelli solari cinesi prenderemo provvedimenti per difendere l’interesse nazionale”.

L’ascesa cinese e il pivot to Asia americano stanno causando una serie di mutamenti strategici e politici e sociali che avranno conseguenze complesse e difficilmente prevedibili. Di sicuro le medie potenze della regione dell’Asia-Pacifico avranno un peso sempre maggiore sugli equilibri globali, a cominciare dall’Australia.

La Cina da minaccia a partner strategico

Due anni fa scrivevo come le tensioni sui confini marittimi nel Mar Cinese Meridionale preoccupassero anche Canberra, intimorita dalla possibile espansione della Cina. Tali preoccupazioni avrebbero trovato espressione nel white paper del 2012 “Australia in the Asian Century” approvato dal governo guidato da Julia Gillard.
Secondo questo documento, l’Australia stava cambiando completamente orientamento dal punto di vista politico, economico, sociale e culturale attraverso una graduale e inesorabile apertura nei confronti dell’Asia. Un processo che se da un lato avrebbe favorito una maggiore inderdipendenza economica e culturale del Paese col sud-est asiatico, facendone un punto di contatto tra Occidente e Asia, dall’altro lo investiva di un ruolo più attivo dal punto di vista politico e militare, in conseguenza del quale Canberra non avrebbe potuto evitare di fare i conti con l’ascesa militare cinese.

A distanza di un anno, lo scenario pare cambiato: la Cina non è più considerata una minaccia ma come un’opportunità.

Come spiega l’analista Matteo Dian in una lunga analisi (da leggere per intero) su Limes:

Il white paper del 2013 approvato dal governo Gillard è diverso nella sostanza e nei toni. La Cina non è più dipinta principalmente come una minaccia militare ma soprattutto come un partner strategico. La nuova versione definisce l’incremento delle capacità militari cinesi come una “conseguenza naturale dell’ascesa economica del paese e del suo nuovo status di potenza economica.”

In sintesi il white paper 2013 disegna un Australia più asiatica, più accomodante verso l’ascesa cinese, con un budget militare ridotto e probabilmente insufficente per ricoprire il ruolo di security provider regionale promosso dai governi Howard ed ereditato dai laburisti Rudd e Gillard.
Tutto questo rappresenta “un inclinazione verso la Cina”? Una sconfitta per gli Stati Uniti che vedono il propri alleati “cambiare campo” e schierarsi con una potenza in ascesa e magari futuro egemone regionale come la Cina?
La risposta ad entrambe le domande è no. E la spiegazione è da individuarsi sia nei mutamenti degli equilibri globali e regionali sia nel “pivot verso l’Asia” dell’amministrazione Obama e nei suoi molteplici effetti.

L’Australia punta a una nuova partnership strategica con la Cina e propone manovre navali congiunte a tre che comprendano anche gli Stati Uniti. Per la premier australiana Julia Gillard, che a settembre correrà per un terzo mandato, l’occasione di proporre manovre trilaterali è stato il Forum di Boao, in Cina, considerato la Davos d’oriente.

In altre parole, per evitare di trovarsi di fronte ad un bivio, l’Australia prova a formare un triangolo, ponendosi come trait d’union tra Pechino e Washington.

Il rafforzamento del legame con Pechino dopo quarant’anni relazioni diplomatiche si inserisce nella strategia “per il secolo asiatico”, delineata ad ottobre dalla premier australiana affinché il Paese tragga vantaggio dalla crescita del continente, attraverso una serie di 25 obiettivi da realizzare entro il 2025.
Per approfondire il tema, si veda il numero di Orizzonte Cina dello scorso dicembre.

Perché l’Australia ha bisogno della Cina

Tale scelta è inevitabile. Non soltanto per ragioni strategiche. Se è vero che l’Australia è dal 2010 il Paese con la più alta qualità della vita al mondo, non va dimenticato che la crescita registrata negli ultimi anni è avvenuta – almeno parzialmente – in funzione di quella cinese.

L’interesse cinese per l’Australia è scolpito nei numeri. Nel quinquennio 2006-2011 gli investimenti cinesi sono cresciuti in media del 90% all’anno, un ritmo senza precedenti. E nei primi due mesi di quest’anno l’incremento è stato addirittura del 282%. Ad oggi la Cina è il primo partner commerciale dell’Australia.

In prima fila sono soprattutto metalli e materie prime (come il carbone e il litio).
Circa un terzo dell’export di Canberra è diretto in Cina, trainato dal settore alimentare (pensiamo all’uva e agli altri prodotti agroalimentari), con volume complessivo in crescita.
Per garantirsi un flusso sempre maggiore di alimenti di base, Pechino nella Terra dei canguri sta anche facendo incetta di terreni agricoli.
Vanno forte anche i legami energetici: in maggio il colosso energetico cinese CNOOC ha firmato un accordo per importare 8 milioni di tonnellate di gas liquefatto dall’Australia.
Ed è sempre in Australia che i cinesi investono nella ricerca per lo sviluppo dell’illuminazione a tecnologia LED.

La relazione tra i due Paesi è stata recentemente consacrata da due importanti decisioni dal punto di vista finanziario. In aprile Cina e l’Australia hanno raggiunto un’intesa per convertire direttamente le proprie valute: dopo Stati Uniti e Giappone, anche l’Australia ha quindi stretto un accordo valutario con la Cina. La convertibilità Aud/Cny faciliterà gli scambi tra le aziende, con minori costi per le imprese stesse. Nello stesso tempo, Canberra ha deciso di investire il 5% delle sue riserve valutarie in titoli di Stato cinesi.

I rischi della relazione con Pechino

Tuttavia, la presenza cinese a Canberra ha anche risvolti controversi. In novembre la polizia australiana ha sequestrato un grosso carico di droga proveniente dalla Cina dal valore di 235 milioni di dollari; due mesi prima Canberra aveva vietato la vendita di oltre 23 mila automobili made in China a causa della presenza di amianto nelle guarnizioni del motore e nello scarico.
Ci sono poi delle conseguenze economiche

C’è poi un altro punto. Nel mio articolo citato più sopra spiegavo come l’economia australiana sia stata assorbita dalla bolla speculativa della Cina(per approfondire il tema della bolla cinese si veda qui). Pertanto ogni scricchiolio in quel di Pechino dispiega un’onda lunga capace di propagarsi fino a Canberra.
Lo scorso settembre il dollaro australiano è precipitato tra le preoccupazioni per la crescita della Cina. In aprile, i deludenti dati relativi alla bilancia commerciale e alla produzione manifatturiera in Cina hanno creato nervosismo sul mercato giapponese ed anche su quello australiano.

Inoltre, sul piano politico non mancano le divergenze di vedute. Giovedì 21 marzo, il Senato australiano ha approvato, all’unanimità, una mozione che si oppone all’espianto forzato di organi in Cina. Ha inoltre esortato il Governo australiano a sostenere le iniziative del Consiglio europeo e delle Nazioni Unite per contrastare il traffico di organi e a seguire gli Stati Uniti – imponendo nuovi obblighi sui visti, che richiedano di dichiarare il coinvolgimento o meno nel trapianto coercitivo di organi o tessuti del corpo.

Cattive notizie anche dal punto di vista della sicurezza. Hackers cinesi avrebbero sottratto informazioni segrete anche allo spionaggio australiano, in un grande attacco informatico agli uffici degli Esteri dei Paesi oltreconfine.

Americanista o sinica? No, austrocentrica

L’evoluzione della politica estera australiana mette Canberra di fronte ad una scelta di campo: continuare ad essere l’interlocutore principale di USA e Nazioni Unite nel sud-est asiatico, ma a costo di rinunciare gradualmente al traino della Cina; oppure, invece, completare lo spostamento dell’asse economico in atto già da tempo verso l’Asia. Nell’ultimo white paper, il premier Julia Gillard sembra però manifestare l’intenzione di cercare una terza alternativa alle due sfere di influenza.

L’idea di Gillard è rispolverare un vecchio concetto mai passato di moda: l’austrocentrismo, ossia una politica estera volta ad intrecciare gli interessi politici dei paesi occidentali con quelli economici dei paesi asiatici. L’Australia sta acquistando sempre più consapevolezza del proprio legame – economico e geopolitico – col continente asiatico, senza mai dimenticare la propria adesione ai principi e alle politiche che la vedono da sempre vicina all’Occidente.

Dal punto di vista geopolitico, ciò si traduce in una relazione triangolare con Pechino e Washington di cui Canberra aspira ad essere il vertice alto. Sempre che le geometrie variabili di Pechino e Washington, che prima o poi la non inducano l’Australia ad abbandonare questa  visione  bidimensionale per procedere ad una definitiva scelta di campo.

Mercoledì 29 maggio l’Etiopia ha dato avvio alla costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, ossia la colossale – e più volte minacciata – diga che devierà il corso del Nilo Azzurro.  Il progetto (in appalto all’italiana Salini Costruttori) presenta numeri impressionanti: una volta ultimata, l’opera sarà estesa 1780 metri e alta 145 sul Nilo Azzurro (che rappresenta l’85% della portata dell’intero fiume), il bacino che ne deriverà potrà contenere 63 miliardi di metri cubi d’acqua che dovrebbe dare all’Etiopia un impianto da 6.000 megawatt e creare la più grande potenza energetica del Corno d’Africa. Il più grande progetto idroelettrico del Continente. Costo totale: 4,8 miliardi di dollari, in gran parte provenienti da capitali cinesi.
La cerimonia semplice per l’apertura del cantiere, officiata dal vicepremier etiope Demeke Mekonnin, al Cairo è diventata la notizia dei tg della sera. Questo perché l’irrisolta questione circa lo sfruttamento del Nilo spaventa l’Egitto più dell’instabilità politica o delle tensioni nel Sinai. Due anni fa ne parlavo qui.

Al Cairo – ed anche a Khartoum, altra beneficiaria – si teme che milioni di persone rischino la fame se il progetto etiopico andrà in porto. Già oggi ogni cairota ha una disponibilità d’acqua che è la metà della media mondiale. In seguito alla costruzione della diga, non solo la portata d’acqua del fiume verrebbe drasticamente ridotta, ma anche una gran parte del limo verrebbe trattenuta dalla diga senza mai arrivare a fertilizzare i campi coltivati in Egitto.
Appena pochi giorni prima dell’avvio dei lavori, Egitto ed Etiopia si erano accordati sulla necessità di “proseguire nelle attività di coordinamento per la questione del Nilo Azzurro, impegnando entrambe le parti a non danneggiare l’altra”. L’intesa prevedeva l’istituzione di una commissione mista tra Egitto, Etiopia e Sudan per discutere del progetto etiopico al fine di trovare una soluzione che potesse essere condivisa da tutte le parti in causa. L’annuncio di Addis Abeba ha però fermato tutto, lasciando egiziani e sudanesi in grande preoccupazione.
Il portavoce del governo etiope ha dichiarato che “la deviazione del corso del Nilo Blu sarà solo temporanea e che le sue acque non saranno utilizzate per irrigare i campi, ma solo per questioni energetiche”. Nonostante le rassicurazioni ufficiali però, il governo del Cairo appare diffidente.

Secondo l’Osservatorio Iraq:

il governo egiziano è ben consapevole dei rischi che corre.
Come confermato dai dati Fao (Food and Agriculture Organization) e Aquastat (Fao’s Information system on water and agriculture), il paese ha serie difficoltà nel garantire fonti idriche rinnovabili e la maggior parte delle risorse (circa l’86%) viene principalmente utilizzata per usi agricoli.
Ora si deve considerare come, nonostante la manifesta povertà idrica, l’Egitto stia fortemente incrementando la propria produzione di grano, coltura che notoriamente richiede un notevole dispendio di ‘oro blu’.
Come potrà dunque sostenere una crescente produzione a fronte di una netta diminuzione delle risorse idriche e dei piani dei paesi del corno d’Africa sul bacino del Nilo?
Sì, perché la cronica deficienza di acqua egiziana assumerà un trend ancora più negativo nei prossimi anni: dagli attuali 640 metri cubi pro capita ai 370 del 2050. Un calo netto ed apparentemente inarrestabile.
Finora, come sottolineato dal ministro per le Risorse Idriche, Mohamed Baha’a El-Din, l’Egitto ha potuto supplire le altrui mancanze – ossia quelle degli altri Stati africani – finanziandone le economie e limitando conseguentemente le sue pretese su un fiume di cui resta comunque il principale utilizzatore.
“Negli ultimi anni l’Egitto ha fornito 26,6 milioni di dollari al Sudan, 20,4 all’Uganda e ha contribuito al finanziamento di 100 pozzi d’acqua in Tanzania per un costo di 6 milioni”.
Sempre il ministro [egiziano] ha aggiunto che è stato firmato un accordo del valore di 10,5 milioni in cinque anni con la Repubblica Democratica del Congo al fine di sostenere la gestione delle risorse idriche.
Come sostenere questi costi se il paese vive oggi una delle sue più gravi crisi economiche di tutti i tempi? E se dovesse mancare acqua all’agricoltura locale, come si garantirebbe la produzione di grano, elemento indispensabile per produrre pane?
In un interessante articolo apparso sul sito egiziano “Rebel Economy” la mancanza di pane viene definita come: “la madre di tutte le crisi”.
Non è un caso allora che l’argomento sia particolarmente sentito in patria e che molti analisti parlino di “fallimento governativo”, con Hani Raslan, capo del Dipartimento Sudan and Nile Water Basin, che denuncia: “Hanno ipnotizzato la società egiziana, facendo sembrare la questione molto più piccola rispetto a quelle che poi saranno le sue ripercussioni”.
Ripercussioni che il governo continua a minimizzare, tanto più che fonti interne al ministero della Difesa escludono qualsiasi ricorso alla forza per risolvere la questione, seminando il dubbio che l’Egitto fosse già a conoscenza delle intenzioni etiopi sin da novembre.
Tuttavia, come sempre accade in questi casi, le voci sono particolarmente discordanti. Secondo al-Ahram, dal ministero degli Esteri è stata espressa forte preoccupazione per gli obiettivi del progetto che è stato accolto con “shock e sorpresa” dagli addetti ai lavori. Una versione che contrasta dunque con l’idea che il Cairo fosse già stato avvisato del progetto.
Inoltre, le dichiarazioni dell’ambasciatore egiziano a Khartoum, Kamal Hassan, contribuiscono a complicare la situazione: l’Egitto potrebbe chiedere l’intervento della Lega araba per chiarire la situazione con l’Etiopia.
Al momento quindi l’unica certezza sembra essere quella per cui l’Egitto non può permettersi di perdere nemmeno una goccia d’acqua del patrimonio idrico fornito dal Nilo (circa 55 milioni di metri cubi), onde evitare quanto accaduto nel 2012, quando la scarsità di oro blu ha interessato alcune delle aree più povere del paese.

Come conclude il Corriere della Sera:

Diceva Erodoto, assai citato dalla stampa egiziana, che l’Egitto è un dono del Nilo. «Non dimenticate mai che fu una nostra regina, Iside, a fondarvi», ribatte la propaganda etiope. Fiumi di retorica, per ora. Finché le acque non cominceranno a scaldarsi davvero.

Per capire da che parte va l’America Latina del dopo Chávez, partiamo da un evento recente. Si è concluso giovedì 23 maggio a Cali, in Colombia, il settimo vertice dell’Alleanza del Pacifico, organizzazione che comprende Messico, Colombia, Perù e Cile. All’incontro hanno partecipato anche diversi altri Stati (quasi tutti latinoamericani, più Canada, Giappone e Spagna) in qualità di osservatori. Secondo Niccolò Locatelli su Limes:

L’Alleanza del Pacifico è unica e interessante per tre motivi. Innanzitutto, la geografia: come suggerisce il nome, fanno parte dell’Ap esclusivamente paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico e che, in virtù di ciò, si proiettano anche commercialmente verso i dinamici mercati dell’Asia Orientale, a cominciare naturalmente da quello della Cina. Poi, l’economia: non solo nel senso che l’Alleanza nasce con obiettivi economici quali garantire la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone e favorire la crescita, lo sviluppo e la competitivà dei paesi membri. Ma anche nel senso che chi ne fa parte è un convinto sostenitore dell’economia di mercato, deve aver stretto accordi di libero commercio con gli altri membri e punta sull’export (percentuale export/pil: Colombia 19%, Perù 29%, Messico 32%, Cile 38%; nessuna grande economia regionale ha valori più alti). Infine, la politica: per essere membri dell’Alleanza del Pacifico basta essere uno Stato di diritto, democratico, con separazione dei poteri. L’Ap non si pone obiettivi politici nè nasce in antagonismo ad altre organizzazioni regionali – almeno, non dichiaratamente. Il fatto che i 4 paesi che la compongono siano retti da governi di destra (Cile, Colombia), di centro (Messico) o nazionalisti (Perù) conta fino a un certo punto. Sicuramente nessuno di quei presidenti è un seguace di Hugo Chávez

L’America Latina è una delle regioni economicamente più dinamiche del mondo in questo periodo storico. Assieme all’Africa, è l’unica area del pianeta ad aver registrato un incremento netto degli investimenti esteri nel 2012 rispetto all’anno precedente, in gran parte provenienti dalla Cina ma di cui non è possibile avere dati certi (perché Pechino investe attraverso paradisi fiscali o in paesi avari di dati come il Perù e il Venezuela). Basta questo ad avere un’idea di quanto Estremo Oriente e America del Sud puntino forte al processo di integrazione economico-commerciale in corso – per quanto le conseguenze di questo boom di investimenti non siano tutte positive.

Corollario di queste considerazioni è che al momento l’Alleanza del Pacifico si contrappone all’altro grande blocco commerciale del continente, il Mercosur, che comprende Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay (sospeso lo scorso anno), Venezuela e in procinto di accogliere la Bolivia.  Un mercato comune sudamericano in realtà controllato dai suoi azionisti di maggioranza (Argentina e Brasile), che non esitano a ricorrere a misure protezionistiche per tutelare economie meno aperte di quelle dei membri dell’AP. Pensiamo proprio al Brasile. E’ la prima economia latinoamericana, che tuttavia rischia di rimanere intrappolata nelle stesse politiche restrittive volte a difenderla: il protezionismo alla Lula, utile nelle fasi iniziali di sviluppo di un settore industriale, nel lungo periodo è insostenibile. E senza cambiamenti strutturali, la ripresa della crescita (dopo le difficoltà palesate nell’ultimo biennio) potrebbe tardare.

Emerge così la spaccatura che si sta creando in America Latina: mentre Messico, Colombia, Perù e Cile puntano sull’integrazione e sul commercio con i mercati emergenti dell’Asia, gli orfani di Chávez si trovano costretti fare i conti con la nuova realtà economica e politica che va profilandosi nel continente.

Che l’asse bolivariano si stia sgretolando è dimostrato da un altro evento simbolico avvenuto durante la scorsa settimana, e precisamente venerdì 24 maggio, all’indomani della chiusura del vertice dell’AP. A Quito, Rafael Correa si è insediato per la terza volta alla presidenza dell’Ecuador.
Il filo conduttore che lega i due eventi è la scelta del presidente di entrare proprio nell’AP (attualmente il Paese gode dello status di osservatore) rifiutando di far parte del Mercosur. Se da un lato Correa è indicato come il naturale erede di Chávez come leader del blocco dei governi latinoamericani di sinistra più radicale, dall’altro sta mostrando doti di grande pragmatismo, testimoniate appunto dalla volontà di avvicinare il Paese alla sponda del Pacifico e alle opportunità che questa offre, allontanandolo dalle – almeno in teoria – più affini Bolivia e Venezuela.
Due Paesi i cui presidenti non attraversano un grande periodo di forma.

In Bolivia, Evo Morales potrà correre alla presidenza per la terza volta, ma è messo alle strette dalla recente ondata di scioperi. Raggiunto l’accordo con i minatori per l’aumento delle pensioni, che ha consentito la ripresa dell’attività nel principale sito minerario del Paese (quello di Huanuni) dopo 18 giorni di blocco, il presidente non ha trovato di meglio che accusare gli Stati Uniti di aver finanziato le proteste antigovernative attraverso l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale Usaid, espulsa dal Paese all’inizio di maggio.

Analoga la situazione del Venezuela, non soltanto a causa del comprensibile smarrimento per aver perduto la guida del comandante Chávez . Il presidente Maduro vede complotti ovunque: da parte della CNN, accusata di fomentare un colpo di stato; della compagnia Alimentos Polar, il maggior produttore di alimenti del Paese, colpevole di nascondere gli alimenti di base per destabilizzare il suo governo; di Obama e della vicina Colombia, fautori di piani cospiratori rivolti allo stesso fine. Inoltre, ha appena ordinato la costituzione di una nuova milizia dei lavoratori a difesa della “rivoluzione bolivariana” del Paese, in un momento in cui il governo deve affrontare un periodo di problemi economici e incertezza politica.
In realtà, si tratta solo di folcloristici annunci per distrarre la popolazione dal vero problema del Venezuela: l’incapacità del neopresidente di governare un Paese bisognoso di riforme che vadano oltre la semplice redistribuzione delle rendite petrolifere.

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